Nullità matrimoniale, si scatena la bagarre

Il Motu proprio del Papa che riforma il processo per la nullità matrimoniale, ha provocato reazioni particolarmente accese, perfino un dossier che gira in Vaticano contro questa decisione. Motivi di perplessità e domande aperte non mancano, ma ascoltiamo anche l’esperienza di chi vive da anni in attesa di una sentenza.

di Riccardo Cascioli

In questi giorni sono stati molti i commenti alla riforma del processo di nullità dei matrimoni decisa da papa Francesco. Alcuni entusiasti, altri che ne minimizzano le novità (ma lo stesso Osservatore Romano ha scritto che più di riforma si tratta di rivoluzione), altri ancora – e non sono pochi – allarmati per un presunto scivolamento verso il “divorzio cattolico”.

BV082_nuptial-massPrima di entrare nel merito della questione, che alla vigilia del Sinodo sulla famiglia assume un rilievo importante, mi sembra importante fare almeno due premesse.

La prima è ben rappresentata dalla testimonianza che pubblichiamo oggi, ovvero la voce di chi sta aspettando che un tribunale diocesano decida sulla verità di un matrimonio, decisione da cui dipende il proprio progetto di vita. Certamente alcuni giudizi saranno opinabili, ma ci ricorda che stiamo parlando di persone che in massima parte vivono situazioni di sofferenza di cui ben poco si sa e si dice. In gioco, come scrive anche papa Francesco nel Motu proprio riconfermando la dottrina, c’è la salvezza delle anime e di questo dobbiamo occuparci. Questo implica non già una facilitazione nelle cause di nullità, ma un’attenzione particolare alla verità del cammino delle persone che si traduce in sentenze certe e anche in processi che durino solo il tempo necessario e non si perdano in lungaggini inutili. Da questo punto di vista sulla necessità di una riforma c’era già un ampio consenso, il che non vuol dire automaticamente che qualsiasi riforma risponda alle esigenze vere.

La seconda questione riguarda il caso riportato nell’altro articolo che presentiamo oggi, ovvero il dossier che gira in Vaticano contro la riforma del processo canonico e contro il Papa. Argomenti senz’altro seri e che meritano riflessioni, ma bisogna dire con chiarezza che – a prescindere dai contenuti – questo sistema dei dossier senza autori è una forma di clericalismo assolutamente squallida e insopportabile. Dà sempre l’idea di intrighi e cospirazioni che si giocano all’ombra della corte: uno spettacolo miserevole. Sicuramente ci sono motivi di perplessità in questa riforma del Codice di diritto canonico, ma chi ha argomenti li dica apertamente e mettendoci la faccia. Si giocherà forse la carriera ecclesiastica, dovrà anche subire la gogna mediatica da parte della stampa laicista, ma la battaglia per la verità almeno avrebbe punti di riferimento chiari.

Detto questo veniamo alla questione centrale. Di una riforma, dicevamo, c’era una esigenza diffusa: l’accertamento della verità ha bisogno anche di tempi ragionevoli, anche se – come avverte Giorgia Petrini nella sua testimonianza – ci sono molte situazioni diverse. La domanda dunque è se la riforma incida soltanto sui tempi o – aldilà delle intenzioni – anche sulla facilità e superficialità con cui si dichiara nullo un matrimonio, il che ovviamente avrebbe conseguenze gravi sul valore dell’indissolubilità.

Dal punto di vista della procedura, l’abolizione dell’obbligo di doppia sentenza conforme, potrebbe apparire come una mera questione di tempi. Sarà l’applicazione della riforma a dire se sarà effettivamente così, però c’è un precedente che dovrebbe almeno indurre a qualche riflessione. Ne parla il cardinale Raymond Burke nel suo saggio contenuto nel libro “Permanere nella verità di Cristo”, uscito l’anno scorso alla vigilia del Sinodo: è l’esempio degli Stati Uniti che, prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto canonico (1983) per 12 anni hanno sperimentato proprio l’abolizione della doppia sentenza conforme: il risultato è stato un boom di dichiarazioni di nullità, in pratica bastava iniziare il processo per essere certi di una sentenza positiva.

A far temere una deriva del genere sono anche due elementi tipici della situazione attuale: il primo è la notevole differenza di vedute tra vescovi e addirittura tra interi episcopati sul sacramento del matrimonio. Lo si è visto nel dibattito che accompagna ormai da due anni questo doppio Sinodo. Al proposito, il ruolo centrale che papa Francesco ha voluto dare ai vescovi nel processo di nullità, se ha un risvolto positivo per quanto raccontato da Giorgia Petrini, potrà avere l’effetto di rendere molto diversi i giudizi da vescovo a vescovo su situazioni identiche. In altre parole, non è difficile immaginare uno scenario in cui in Germania e Svizzera si registra un boom di matrimoni nulli e il contrario nell’est europeo o in Africa. Con grave danno per i fedeli che rischiano di perdere fiducia nel giudizio della Chiesa.

Il secondo elemento è la convinzione piuttosto diffusa che la stragrande maggioranza dei matrimoni attuali – a causa della pressione culturale in cui siamo immersi – siano nulli. Ne ha parlato papa Francesco, ne aveva parlato anche papa Benedetto XVI, che spesso viene tirato in ballo – anche a sproposito – per giustificare i contenuti di questa riforma. Questo pregiudizio potrebbe ovviamente portare facilmente a concedere con più superficialità la nullità dei matrimoni. Al proposito va ricordato che papa Benedetto XVI, nel riconoscere la problematicità di tanti matrimoni attuali (dal punto di vista della validità), aveva soprattutto chiesto un impegno nella preparazione al matrimonio (vedi discorso alla Rota romana del 2011). Peraltro sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno più volte richiamato i giudici della Rota romana ad evitare di concedere dichiarazioni di nullità con troppa facilità.

Ma oltre alla questione procedurale, c’è quella dei contenuti. La riforma prevede infatti l’introduzione di nuove cause per la nullità, i cui confini non sono chiaramente limitati: ad esempio, la brevità della convivenza coniugale, l’aborto procurato per impedire la procreazione, il permanere in una relazione extraconiugale dopo le nozze. Tutti elementi citati nell’articolo 14 delle regole procedurali, che lasciano molte domande aperte, anche perché in alcuni casi sembrerebbero più intervenire su condizioni emerse dopo più che al momento del matrimonio.

Soprattutto però la grande novità consiste nell’introduzione di “quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso”. Questo è un punto particolarmente delicato perché, come ha ricordato papa Benedetto XVI nel discorso alla Rota Romana del 2013, pochi giorni prima delle sue dimissioni, «Il patto indissolubile tra uomo e donna, non richiede, ai fini della sacramentalità, la fede personale dei nubendi; ciò che si richiede, come condizione minima necessaria, è l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa».

E se la fede non viene richiesta come condizione per sposarsi, come è possibile renderla una causa di nullità? È questo il problema che si pone. In effetti il dibattito sulla questione della fede e del sacramento del matrimonio è da anni dibattuta, e proprio nel discorso alla Rota Romana del 2013 viene affrontato specificamente da Benedetto XVI, ritenendo anch’egli che non sia possibile separare totalmente l’intenzione dei contraenti dalla loro fede. Ma il discorso di Benedetto XVI, che va letto integralmente, va nella direzione di approfondire il senso del matrimonio cristiano e la sua verità, non certo quello di rendere più semplice risposarsi in chiesa. L’introduzione improvvisa, senza alcuna precisazione, della mancanza di fede quale criterio per la nullità lascia ovviamente grande potere discrezionale che può avere esiti molto diversi a seconda del vescovo chiamato a giudicare.

In ogni caso – e ripeto, aldilà delle intenzioni – aumentare le cause di nullità va oggettivamente nella direzione di rendere più facile lo scioglimento del vincolo matrimoniale.

Alcuni vaticanisti poi hanno letto la riforma come un modo per stemperare il dibattito al Sinodo che, sulla questione dei divorziati risposati, prometteva di diventare incandescente. Se questo era davvero un obiettivo, bisogna dire che difficilmente sarà raggiunto, visto che il cardinale Marx, a nome dei vescovi tedeschi, ha detto chiaramente che una cosa non c’entra con l’altra e quindi al Sinodo non ci saranno sconti.

© La Nuova BQ (14/09/2015)


Io, in attesa di sentenza, dico che questa riforma è positiva

di Giorgia Petrini

Sulla riforma epocale del processo di nullità del matrimonio, che sta tanto facendo discutere, quanto improvvisare, anche le penne degli opinionisti e degli scrittori più letti, vorrei proporre la mia semplice testimonianza. Sono solo una persona che ha ricevuto la grazia di vivere un’esperienza, “indiretta” ma non troppo, in merito alla nullità di matrimonio con l’uomo che solo oggi spero un giorno di poter sposare.

NewsExtra_37328In tre anni, ho avuto modo di conoscere le storie di tantissima gente che ha vissuto sulla propria pelle la stessa esperienza e di entrare nel merito di tanti cavilli, meandri e questioni che, come è giusto che sia, sfuggono a chi non incappa nello spazio di questo dono.

Ne scrivo perché in questi giorni ho letto articoli e post di blogger, colleghi scrittori o influencer ben noti al pubblico cattolico (e non), che si concentravano sbrigativamente e sommariamente sugli aspetti più banali e più spesi dalla stampa facile, quella “fricchettona”, quella che investe sul titolo, sullo scoop, sulla sintesi da colpo di scena, tipo: “processi troppo cari e annullamenti accessibili solo a chi se lo può permettere”; “per annullare un matrimonio basta pagare”; “lo si fa solo per risposarsi in chiesa”; “durano anni e alla fine ti sei comunque sposato due volte”; “con la crisi di fede che c’è, alla chiesa conviene riavvicinare i divorziati che vogliono risposarsi”…. Insomma, tanta confusione e tanti miti da sfatare.

COSTI E TEMPI

Non è affatto vero che un procedimento di nullità abbia costi inavvicinabili, che riguardi solo chi se lo può permettere o che duri necessariamente un’infinità di tempo. Per quanto riguarda i costi, in molti casi, la curia mette a disposizione di fedeli realmente impossibilitati a sostenere il costo di una causa, ma desiderosi di chiarire la veridicità sacramentale del proprio matrimonio, un “avvocato d’ufficio”, tecnicamente chiamato patrono stabile, altamente specializzato in questo genere di processi. Tutti i tribunali ne hanno almeno uno, sempre disponibile per questa specifica esigenza. Ad oggi, il tribunale di Roma ne ha addirittura cinque, tutti preparatissimi, altri ne hanno in media sempre almeno un paio. In tutti questi casi, in cui il procedimento era già praticamente gratuito (fatto salvo un contributo solidale di 525 euro per le spese per il tribunale – che in ogni caso pagano tutti), i costi delle cause venivano e vengono tuttora sostenuti con i fondi dell’8×1000 (anche la disperazione per un matrimonio fallito diventa facilmente una forma di povertà). Tutti i professionisti esterni invece, avvocati “comuni”, pur sempre specializzati in ambito rotale e per questo accreditati, sono già tenuti, per imposizione di norme stabilite dalla CEI, a rispettare tariffari che non debbono mai superare un massimo di 2.992 euro (+ 525 euro per il tribunale). La tariffa minima è invece fissata in 1.500 euro (+ 525 per il tribunale).

Per quanto riguarda i tempi, come per ogni tipo di processo, la durata varia da casi “semplici” che si risolvono d’ufficio anche in pochi mesi (un noto caso recente è quello di Valeria Marini che, a quanto pare senza saperlo, aveva sposato un uomo già sposato in chiesa), a casi più complessi dove la ricerca della verità richiede più tempo per tanti e diversi motivi che non ho qui il tempo di elencare in modo dettagliato. Basti pensare a comuni controversie, falsi testimoni, impossibilità di ricostruire fattori fondamentali che determinano la nullità, ecc.

In questo caso, quindi, in cosa io leggo un chiaro, utile e opportuno intervento del Papa con questa riforma? In un messaggio che si rivolge certamente ad evitare ogni tipo di speculazione economica su questo genere di procedimenti e a velocizzare con genuina comprensione tutte quelle fasi che in un procedimento di nullità possono a volte, senza chiare necessità, durare anche settimane o mesi, a scapito di chi attende di fare luce sulla propria condizione. Ad esempio, le fasi che richiedono la stesura di una perizia psichiatrica documentata da periti qualificati durano spesso anche dei mesi e l’attesa non è sempre motivata da ragioni di facile comprensione. Ci voleva una riforma per fare cose che, almeno apparentemente, erano già così per molti versi? Forse sì, perché almeno oggi se ne parla.

PERCHÈ PUNTARE A UN PROCESSO DI NULLITA’

Qui vorrei dare due contributi. Il primo è frutto di quanto ho chiesto a qualche amico avvocato specializzato in Rota, ottenendo due risposte principali: la già conclamata immaturità di cui sopra e l’esclusione dell’indissolubilità, ovvero “mica si può stare insieme tutta la vita se a un certo punto non si va più d’accordo” (che, come ben sa chi conosce il vero senso del matrimonio cristiano, non ha nulla a che vedere con i possibili capi di nullità di un sacramento del genere che proprio dall’indissolubilità attinge la sua forza sacramentale).

Ciò nonostante, anche qui i miti da sfatare sono più di uno: non è vero che la nullità riguarda solo coloro che intendono risposarsi in chiesa (e anche questo infatti non è un capo di nullità); non è vero che “basta chiedere”, ovvero intraprendere un procedimento di nullità per ottenerla (perché molti matrimoni si rivelano validi); non è vero che tanti motivi (articolate sottospecie di questi due ambiti specifici) per cui vengono introdotte molte cause di nullità sono banali o riguardano poche persone. Si tende a credere che sia così per ignoranza e mancata esperienza, ma quando si incontra e si parla con chi ha una storia vera da raccontare, si scoprono trame più incredibili e inganni inimmaginabili, che in ogni caso restano tutelati dal segreto d’ufficio.

Ancora oggi, grazie a Dio, molte persone si sposano in forza della fede, non del costume e della tradizione popolare (in questo secondo caso si rientra in entrambi i capi di cui sopra e si contraggono matrimoni nulli dal punto di vista sacramentale). Credono nel sacramento del matrimonio, nell’indissolubilità, nella presenza di Cristo vivo nella loro vita, nell’opera di Dio che si manifesta agli altri attraverso la loro scelta. Queste persone, nella maggior parte dei casi, di fronte alla scoperta in coscienza di un matrimonio nullo, si trovano ad attraversare una sofferenza e un calvario che tiene la loro vita inchiodata a una menzogna, ancor prima di capire se ci siano o meno le condizioni per intraprendere un procedimento di nullità.

Chi si sposa così, credendo nel sacramento e non nell’abito, si vede cadere addosso tutta la vita, si trova a mettere in discussione la scelta più importante della propria esistenza e a fare i conti con delle conseguenze che non sempre sono facilmente intuibili agli occhi di chi non può sapere, non può vedere e non può capire. Molti divorziati risposati sono persone rimaste “incastrate” in sentenze di validità durate anni a causa di testimoni falsi ben preparati; molte altre non hanno avuto il coraggio di dire la verità quando hanno dovuto dare la propria testimonianza; tanti altri restano fedeli a un sacramento nullo per paura di ferire i figli; molti altri ancora, ottenuta la nullità, non si risposano neanche.

Anche in questo caso, quindi, in cosa io leggo un chiaro, utile e opportuno intervento del Papa con questa riforma? In un messaggio che, proprio in forza del sacramento del matrimonio e della sua indissolubilità, intende fare chiarezza su cosa sia davvero un matrimonio cristiano, ma anche porre l’accento sulla possibilità di migliorare e valorizzare il contatto diretto con persone che decidono di intraprendere un procedimento di nullità, avendo fede e fiducia nella Chiesa.

LA VERA INNOVAZIONE

La responsabilità di cui è investito il vescovo e il processo breve. Mentre per il primo aspetto mi verrebbe da dire “era ora”, per il secondo direi che cambia poco. In questi giorni ho letto di grandi riduzioni, di sconti temporali, di penalizzazione nella difesa del vincolo, di grandi attentati alla salute del matrimonio, ma a leggere le parole del Santo Padre, nella lettera apostolica “Mitis Iudex Dominus Iesus” non si direbbe proprio. Vorrei “risolvere” sinteticamente la prima questione ponendo una domanda a voi lettori: nel caso in cui qualcuno dovesse “giudicare”, o meglio aiutarvi a comprendere, qualcosa di importante che riguarda tutta la vostra vita, che rischia di compromettere il vostro futuro, che vi coinvolge da ogni punto di vista e che vi tocca profondamente, preferireste un “estraneo molto qualificato”, anche bravissimo e onestissimo, che vedrete tre, forse quattro volte in tutto, che non parlerà solo con voi e che alla fine emetterà una sentenza, oppure qualcuno che vi conosce veramente, che può aiutarvi a fare luce sulla vostra storia che in larga parte già conosce e che può esservi da guida (nel motu proprio più volte il Santo Padre si riferisce al Vescovo come al pastore). Ecco, credo che questo sia il tema e il vero motivo umano e spirituale con cui si è deciso di dare maggiore responsabilità al vescovo della diocesi.

Nessuno sconto anche in questo caso: il processo breve in capo al vescovo non riguarda affatto tutte le cause, ma solo quelle che riportino evidenti capi di nullità, quelle in cui entrambe le parti sono d’accordo, quelle in cui nessuno intende ricorrere in appello, ecc. In ogni caso, il Vescovo rimane solo il primo livello di ingresso al procedimento. Anche qui, dunque, non mi affretterei a dire che non esiste più la seconda sentenza o che il Vescovo decide per tutti, altra cosa non vera (perché il difensore del vincolo in appello non perde in tal senso alcun potere e la riforma prevede l’investitura di laici specializzati a supporto di una “giuria intermedia”), ma che finalmente si investe un pastore di anime a pascolare le proprie pecore nella prateria infestata della propria esistenza contorta, difficile e critica.

Non dimentichiamoci che nelle cause di nullità non esiste la ricerca del colpevole, nessuno assume torti o ragioni e i procedimenti non sono incentrati sulla ricerca della giustizia, come la conosciamo nei tribunali civili o penali. Il vero tema di questi processi è capire se chi ha contratto un matrimonio cristiano lo ha fatto in piena libertà, conoscendone il valore spirituale e sacramentale ed essendo pienamente consapevole delle promesse fatte davanti a Dio, per Lui e con Lui. La centralità di questi processi resta quella di accertare la validità o meno del vincolo e non quella di accontentare le parti in un modo o nell’altro. Promettere di “accogliere i figli che il Signore vorrà donarvi” e poi scegliere deliberatamente di non averne, rende nullo un matrimonio cristiano indipendentemente da quello che due coniugi intendono sostenere come capo di nullità. In molti casi infatti anche i capi di nullità, in corso d’opera, si scoprono diversi da quelli presentati inizialmente e molte sentenze vengono emesse con motivazioni differenti dai capi con cui sono state introdotte.

Vorrei toccare un ultimo aspetto, che ritengo quello fondamentale. Nessuno di noi conosce il cuore dell’uomo. Da cristiani sappiamo che solo in Dio riposa l’anima nostra. Solo Dio ci conosce veramente. Il Papa ha detto in più occasioni che la Chiesa celebra troppi matrimoni e che semplificare i processi è solo parte del “problema”. Sarebbe ben più urgente preparare bene e per tempo dei saldi matrimoni cristiani che correrebbero meno rischi, piuttosto che sciogliere dopo quelli “dubbi”. Siamo tutti consapevoli della grande crisi della famiglia che è il cuore del Sinodo di cui fanno inevitabilmente parte i temi “nullità” e “divorziati risposati”, anche se in tanti vorrebbero far finta che non è così.

Per come l’ho letta io, la vera innovazione di questa riforma è il fatto che finalmente si pone un’attenzione importante a un tema che tutto è meno che una “questione relativa” per tornare all’incipit iniziale. Al momento, mi pare di capire che neanche chi se ne occupa tecnicamente abbia ben capito cosa accadrà nella pratica ordinaria di questi processi trattandosi appunto di cambiamenti che per molti versi introducono nuove fasi, ma non scontano niente, se non in rarissimi casi (sostanzialmente uguali a quelli fino a oggi già previsti).

Della crisi della famiglia fanno parte anche le famiglie lontane, quelle risposate, quelle scoppiate, quelle divise di fatto anche se non di forma, ecc. Fare a meno di farci caso, come se fossero anime che non ci riguardano perché ci pare che non siano “conformi alla norma”, non ci esime dal cercare anche per loro una via di comprensione e di misericordia. In fondo credo che questo volesse dire il Papa: sensibilizzare ognuno di noi a non sentirci mai troppo perfetti o migliori di altri… perché “la legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Cristo” (Giovanni 1, 17).

© La Nuova BQ (14/09/2015)


 

Nullità matrimoniale, un dossier agita il Vaticano

di Matteo Matzuzzi

Vatileaks è passata, un Papa s’è dimesso, ma i dossier continuano a girare nei Sacri palazzi. L’ultimo ha a che fare con il doppio motu proprio di Francesco che riforma il processo di nullità matrimoniale. Un provvedimento che, come prevedibile, non ha trovato il gradimento unanime, oltretevere.

Catholic_Marriage_Theology_of_the_Body_ChurchA dar notizia del “rapporto” è il quotidiano tedesco Die Zeit, secondo cui nelle pagine del dossier sono elencate “le presunte colpe del Papa”. Elencate, si legge, “in modo sistematico”. Un altro prelato anonimo, sentito dallo Zeit, ha detto senza mezzi termini che “Francesco ha fatto cadere la maschera”. Si menzionano “monsignori indignati”, qualcuno pronto anche a organizzare una non meglio specificata ribellione – magari sfruttando l’imminente Sinodo ordinario sulla famiglia.

A ogni modo, il documento di cui scrive il giornale tedesco circolerebbe “nei principali uffici del Vaticano”, compresa “la congregazione per la dottrina della fede e la Segreteria di stato”. L’accusa principale mossa al Pontefice è quella di aver dato il via libera a una sorta di “divorzio cattolico”. Il processo legislativo della Chiesa cattolica è ormai “minato”, si aggiunge. Proprio su quest’ultimo punto, nel rapporto si legge che “nessuna delle misure previste dalla procedura legislativa” è stata seguita nella scrittura dei due motu proprio: Non sono state consultate “né le conferenze episcopali né le congregazioni e i consigli competenti, né la Segnatura apostolica”.

Ancora, si evidenzia come non vi fosse “alcun accordo unanime” al Sinodo dello scorso anno circa la possibilità di snellire la procedura di nullità matrimoniale. Infine, “la procedura selezionata contraddice la sinodalità tanto decantata e il proposito di una discussione aperta”. Il passaggio più insidioso e grave, riporta sempre lo Zeit, è quello in cui si fa riferimento all’erosione del dogma dell’indissolubilità del matrimonio, tanto che un “curiale di alto profilo ha detto che ‘Ora dobbiamo aprire la bocca’”.

A quanto risulta alla Nuova Bussola Quotidiana, parlare di “rivolta” a proposito del contenuto del dossier è probabilmente esagerato. Nessuna minaccia alla figura del Papa né ultimatum o promesse di battaglia campale al Sinodo. Il tutto ruota attorno al motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus che riforma il processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio nel Codice di diritto canonico. In particolare, viene criticata la modalità che ha portato alla redazione del documento: nell’iter, infatti, non è stata interpellata la Congregazione per la dottrina della fede. Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto, ha conosciuto il testo solamente martedì mattina, giorno della conferenza stampa di presentazione dei motu proprio, poco prima che il suo segretario, mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, intervenisse in sala stampa.

Che non siano stati coinvolti neppure gli “uffici competenti” l’ha confermato il cardinale Francesco Coccopalmerio quando, prendendo la parola durante la conferenza di presentazione, ha chiarito di farlo non in qualità di presidente del Pontificio consiglio per i Testi legislativi, ma solo in quanto membro della speciale commissione ad hoc istituita un anno fa dal Papa.

Se l’eliminazione della doppia sentenza conforme non ha provocato clamorose reazioni negative, e su questa c’era un generale consenso, ben più ostica appare ai redattori del dossier la questione del “processo breve”, che assegna al vescovo diocesano poteri di fatto sterminati. Anche perché non è passato inosservato il modo in cui è stato formulato il primo paragrafo dell’articolo 14 del motu proprio: l’elenco che menziona le circostanze che possono consentire la trattazione della causa di nullità del matrimonio per mezzo del processo breve si chiude infatti con un “ecc.” che apre a ogni possibile interpretazione in merito.

© La Nuova BQ (14/09/2015)

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