Il rito e il rituale

Il rito è un elemento fondamentale di ogni espressione religiosa: è un sistema di comunicazione simbolica che ci fa entrare in un mondo “altro”. Le quattro caratteristiche del rito: la presenza di un elemento formale o convenzionale; segni stereotipati; la condensazione o fusione dei vari canali sensoriali; la ripetitività.

di Luisella Scrosati (03-07-2022)

Ci stiamo occupando della VIRTÙ DI RELIGIONE, ovvero degli atti interni ed esterni e, nell’ultima lezione, abbiamo sottolineato anche l’elemento corporeo, gestuale, spaziale dell’adorazione e più in generale della virtù di religione stessa. Oggi ci soffermeremo invece su un elemento chiave di questa virtù, che attiene anche al fenomeno religioso dell’uomo in quanto tale, così come emerge dallo studio delle religioni storiche dell’umanità.

– Parliamo dunque del RITO e del RITUALE.

A causa di un deterioramento secolarizzante e di un capovolgimento antropologico, questo elemento si è di fatto perduto, e proprio nel cuore di quella religione fondata da Dio stesso e nella quale Dio si è rivelato.
È dunque fondamentale recuperarne le nozioni elementari e metterle sotto la lente di ingrandimento per riappropriarci di ciò che fa parte della struttura del fenomeno religioso.

Attenzione! Mettiamo subito in guardia da un grande errore che si fa a riguardo: contrapporre il rito alla vita dello Spirito. Non è così e capiremo il perché.

– CHE COSA È UN RITO?
Lo possiamo definire come un sistema di comunicazione simbolica, che comprende elementi verbali, come parole e canti, ma anche elementi non verbali (elementi visivi, olfattivi, gestuali…). Insomma, tutto un insieme di elementi comunicativi che usano la chiave della comunicazione mediante segni.

– QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEL RITO?
Questa comunicazione simbolica deve avere almeno 4 caratteristiche fondamentali per poter essere classificata come rito o ritualità.

1. Ci deve essere un ELEMENTO FORMALE O CONVENZIONALE. Esistono dei segni che sono convenzionali e quindi condivisi.

2. Questi segni sono STEREOTIPATI; ciò significa che il rito per sua natura ha una certa rigidità, in quanto, come sistema comunicativo, non può arbitrariamente e continuamente cambiare, altrimenti questa struttura comunicativa non viene più compresa e recepita.

3. Il rito conosce il fenomeno della CONDENSAZIONE O FUSIONE. Abbiamo più canali sensoriali che si fondono per veicolare uno stesso contenuto. Non c’è un solo canale e nemmeno è preponderante il canale verbale; al contrario ci deve essere una fusione dei diversi canali comunicativi e sensoriali.

4. Deve essere RIPETITIVO. La ripetizione è un elemento fondamentale del rito, anche nella variazione. Pensiamo, per esempio, alle variazioni dell’anno liturgico in relazione all’Alleluja. Nel periodo di Quaresima non si canta l’Alleluja, nel periodo Pasquale l’Alleluja invece esplode e poi c’è un tempo ordinario in cui l’Alleluja è presente, ma in forma pacata. Ebbene, queste variazioni sono stereotipate e si ripetono ogni anno nello stesso modo.

Possiamo dire che il rito non ama la “sintesi” e non risponde alle regole di una comunicazione meramente verbale, perché non è primariamente una trasmissione di concetti.

– A COSA SERVE IL RITO?

1. Il rito ci mette davanti un mondo diverso, una realtà che non è quella che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi dei sensi; una realtà che grazie al rituale diviene attingibile anche mediante la realtà sensibile.
Il rito costruisce questo “mondo diverso”, che attinge alla realtà più profonda: non ci estranea dalla realtà ma ci fa accedere ad una dimensione più profonda che normalmente non è messa a tema.

2. A questo riguardo c’è un’idea importante connessa al rito: la liminalità. Liminalità significa letteralmente “stare sulla soglia”. Il rito ci slega, ci sgancia dal mondo ordinario o profano per portarci sulla soglia di un mondo “altro”, che è il mondo dell’eternità. Che è comunque un modo reale, per quanto “altro”; non è fittizio o inventato.

Questa idea è espressa in modo molto chiaro dal luogo sacro. In molte chiese dell’antichità, come per esempio Sant’Ambrogio, c’è uno spazio di mezzo, come un colonnato, che divide e prepara all’ingresso nel luogo sacro, che – diversamente dal mondo – ha i suoi canoni, la sua lingua, il suo canto, i suoi profumi, un suo tempo… E tutto questo deve essere diverso da ciò che appartiene al mondo; diversamente il rito non riesce a far scattare questa dinamica, cioè di creare un mondo “altro”, di farci passare la soglia di questo mondo “altro”.

Attraverso il rito, l’uomo viene in qualche modo liberato da tutto ciò che appartiene alla vita “normale”, per essere spostato sulla soglia ed essere trasposto nel mondo di Dio, per adorare Dio, per sacrificare a Dio…
È la stessa dinamica dell’Esodo: Dio ordina a Mosè di recarsi dal Faraone e di dirgli che lasci libero il suo popolo di andare nel deserto per sacrificare a Lui. Il senso del luogo sacro, del tempo sacro e di tutto quello che fa parte del rito serve appunto a segnare questo passaggio, questa liberazione per il fine di dare culto al vero Dio.

C’è una tendenza che oggi è diffusa: quella di ritenere che il rito debba parlare la lingua degli uomini, ovvero che si debba avvicinare al linguaggio del mondo, perché altrimenti gli uomini non capiscono. Ebbene, è esattamente il contrario; se il rito facesse questo perderebbe la sua funzione e non riuscirebbe a raggiungere il fine che gli è proprio.

3. Questa funzione del rito di introdurci in un mondo “altro”, spiega come mai il rito ricerchi l’arcaicità dei segni utilizzati. A volte, oggi, si fraintende il senso dell’importanza della tradizione nel rito, il fatto che il rito debba essere stereotipato e rigido.
Questo non significa che si debba essere affezionati a ciò che è antico o vecchio, come spesso si afferma quando si critica questa impostazione, mettendola in contrapposizione con il linguaggio moderno. Il punto di partenza è tutt’altro e si ritrova nel significato dell’arcaicità dei simboli.

“Arcaico” viene dalla parola greca archè, che non vuol dire antico in senso cronologico, ma significa originale, ovvero che attiene al principio, in quanto fondamento e ragion d’essere. In questo senso il rito non ha tempo, è fuori del tempo, perché cerca e offre l’arcaicità del simbolo, cioè il suo fondamento, e non il suo essere antico o moderno.

Tante volte si critica la salvaguardia della Tradizione come se essa fosse un museo; ma il fatto che il rito si ritrovi dentro ad un linguaggio veicolato dalla tradizione liturgica della Chiesa, significa semplicemente, ma profondamente, che esso custodisce l’arcaicità.

– COME FUNZIONA IL RITO?
Il rito è formato appunto da elementi verbali e non verbali, che veicolano l’arcaicità e ci fanno fare esperienza della liminalità, passando dal mondo di cui facciamo esperienza quotidianamente al mondo vero nella sua autenticità, quello che ci fa fare una pre-esperienza liturgica dell’eternità.

Il rito è fatto da canoni, che indicano appunto una regola o sono fatti propri da stereotipi che devono essere fatti propri da chi partecipa al rito. Il segno, il simbolo oggettivo del rito non dipende dalla disposizione di chi partecipa, ma al contrario vuole provocare in chi partecipa una disposizione.

Far rientrare nel rito altri segni, più “vicini”, più “sentiti” da chi rientra nel rito, è il modo perfetto per svuotare il rito nella sua essenza. Sono proprio i segni canonici e stereotipati, non soggetti al “sentire” dei singoli o dei gruppi, ad essere capaci di disporre chi partecipa al rito ad entrare nel rito stesso, a comprenderne il significato, a raggiungerne la finalità. Non il contrario.

A tal proposito vi sono le RUBRICHE, quelle parti che, per esempio, nel Messale sono scritte in rosso e che indicano una gestualità e una modalità di espressione del rito. Ebbene, queste rubriche devono esser fatte proprie a tal punto che chiunque partecipi al rito non “personalizzi” il rito, ma sia plasmato dal rito stesso.

Nel rito, più abbiamo atteggiamenti eccentrici, fantasiosi, stravaganti, personali, tanto meno il rito scorre. E cosa succede? Se il rito non scorre, non è fluido, allora si interrompe e si rende difficoltoso quel processo per il quale il rito introduce al mondo “altro”, che ha proprio lo scopo di “ricreare”.

Il rischio reale appunto è che non vi siano più quelle medesime coordinate valide per tutti, che consentono al rito di plasmare una unica e comune esperienza di rito e di ciò che il rito va a significare.

L’esperienza del “parrocchia che vai, rito che trovi”, ovvero quando si pretende di forgiare il rito secondo la propria sensibilità, crea necessariamente divisione nella Chiesa perché ciascuno ha la propria sensibilità, la propria eccentricità, la propria preferenza, etc..

Al contrario, chi partecipa al rito deve “perdere la consapevolezza di sé”, per usare le parole dell’antropologo Victor Turner. Cosa significa? Nel rito, chi partecipa non deve affermare sé stesso, bensì farsi forgiare dal rito. Quando nel rito ci mettiamo del nostro, tanto più il rito non scorre e non riesce così a raggiungere il suo scopo, di formare la comunità cristiana nella liturgia, di farle vivere la liturgia celeste.

Cosa significa allora creare una liturgia che parli all’uomo moderno? Alla luce di quanto abbiamo visto oggi, questa pretesa odierna non ha nessun senso. Il fatto che la liturgia, oggi, venga spesso celebrata senza una ritualità, comporta che la comunità e l’unità all’interno della Chiesa subiscano una inevitabile frammentazione.

Il rito è fatto di un insieme di riferimenti, non tanto dogmatici o morali, ma di riferimenti e di elementi non solo verbali che sono alla base di ogni cultura, che è fatta di espressione, di modi di dire, di immagini e personaggi di riferimento, di un certo stile musicale, di tempi particolari, di feste… Così, se nel rito mancano una lingua comune, dei segni comuni, un modus celebrandi comune, un canto liturgico, dei tempi, un’architettura propri… che esprimano quell’arcaicità e quella liminalità di cui abbiamo parlato, è chiaro che tutto si sfalda.

(Fonte: La Nuova BQ)

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