BR, tra perdono e giustizia: la chiave è nella riparazione

La recente vicenda dei sette ex-terroristi degli anni di piombo, arrestati in Francia ha riportato al centro della riflessione l’importante problema del rapporto tra perdono e giustizia. L’autentica contrizione si esprime nella volontà di riparare il male commesso. Agostino insegna che «se ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi».

di Luisella Scrosati (02-05-2021)

La recente vicenda dei sette ex-terroristi degli anni di piombo, arrestati in Francia, al di là di esternazioni da tifoseria, ha riportato al centro della riflessione l’importante problema del rapporto tra perdono e giustizia. Su un versante, la diffusa eresia del “misericordismo” — a tutti i livelli — ha eroso nella coscienza dell’uomo il senso della giustizia ed ha sfigurato il perdono, facendogli assumere i confusi tratti della “scusa”. Su un altro versante, gli uomini, così adusi ad inclinare verso la vendetta quando vengono personalmente offesi, sono poi particolarmente generosi a dispensare perdono verso coloro che hanno commesso delle gravi colpe nei confronti di altri. Insomma, tutti pronti a farla pagare ai propri persecutori e ad assolvere quelli degli altri.

La prima domanda a cui è necessario offrire una risposta vera è se Dio perdoni sempre. Percentuali bulgare di interrogati risponderebbe affermativamente, senza se e senza ma, con una argomentazione che potrebbe essere così riassunta: Dio è buono, Dio è misericordioso; dunque non può non perdonare. Una logica che conduce coerentemente a ritenere che l’Inferno debba essere per forza vuoto (e Giuda in Paradiso, di fianco a Lucifero).

Il lato vero della risposta istintiva alla domanda sta nel fatto che Dio è sempre disposto al perdono; l’errore, invece, è nella dimenticanza della necessaria libera adesione a questo perdono che Dio è sempre pronto ad offrire. Tale adesione ha il preciso nome di pentimento o contrizione, termine quest’ultimo che non indica un semplice rammarico, ma esprime letteralmente l’azione di triturare, fare a pezzi o, ancora, logorare. Cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies: così il salmo Miserere esprime il duplice “movimento” di Dio e dell’uomo.

Ma qual è la natura di questa contrizione? Non si tratta di ripiegarsi su di sé con una autoafflizione patologica, ma di distruggere, fare a pezzi quel male che aderisce al nostro cuore mediante pensieri, parole, opere e omissioni. Sant’Agostino esprime in modo incisivo la dinamica della “distruzione” (contrizione) e del perdono; nel dodicesimo discorso sul Vangelo di san Giovanni, il grande Dottore della Chiesa spiega che «chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L’uomo e il peccatore sono due cose distinte: l’uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. È necessario che tu detesti in te l’opera tua e ami in te l’opera di Dio». La contrizione ci fa prendere le distanza dal peccatore per metterci “dalla parte di Dio” nel distruggere le opere malvagie che sfigurano l’uomo; Dio infatti, proprio perché ama gli uomini, odia quel peccato che gli uomini uccide.

Continua Agostino: «Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce». E’ dono di Dio questa luce che permette di riconoscere il male, per distruggerlo con la contrizione; e questa luce viene donata a tutti, proprio perché Dio è disposto a perdonare sempre. Eppure non sempre perdona, perché può accadere che questa luce non venga accolta, che l’uomo continui ad aderire al male, che lo giustifichi, lo sminuisca. Infatti, continua il Vescovo di Ippona, «chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona, affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d’avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare».

Così Gesù comanda ai suoi discepoli di perdonare «fino a settanta volte sette» (Mt 18, 22), cioè, ad imitazione di Dio, di essere sempre disposti al perdono. Ma, di nuovo, non sempre il perdono si realizza, anche tra gli uomini, e questa volta per una duplice deficienza: perché non sempre gli uomini sono disposti a pentirsi e perché non sempre gli uomini sono disposti a perdonare. Si può dunque vedere come la verità del perdono sia ugualmente lontana dal desiderio di vendicarsi, di farla pagare, come dallo scusare il peccato, minimizzarlo o perfino difenderlo.

Il peccato dev’essere riconosciuto, portato alla luce, confessato; e poi necessariamente odiato, respinto, distrutto. Non c’è altra possibilità. Al punto che anche l’assoluzione sacramentale è legata a questa disposizione, che si esprime nel fermo proposito di rifiutare non solo di ripetere il male commesso, ma anche di fuggirne le occasioni prossime. L’autentica contrizione si esprime nella volontà di riparare, quando possibile, il male commesso, per esempio, restituendo un bene rubato; ma anche nella cosiddetta soddisfazione, termine non proprio di moda, ma non per questo meno vero. La soddisfazione, o penitenza, è infatti il corollario del pentimento, perché è l’accettazione umile del rimedio di quei mali che riconosciamo ed anche la volontà di fare il possibile per ristabilire la giustizia infranta. L’uomo veramente pentito accetta con pazienza su di sé le conseguenze che le proprie cattive azioni gli hanno meritato, riconoscendo così di poter in qualche modo ristabilire quella giustizia da lui colpevolmente sovvertita.

San Dismas, il ladrone pentito, è l’esempio della potenza della vera contrizione che permette al perdono di penetrare nel cuore e giustificare l’uomo, cioè renderlo nuovamente giusto. Egli, riconoscendo che la pena di morte che lo colpisce è «il giusto per le nostre azioni» (Lc 23, 41), rivolgendosi a Gesù perché abbia di lui misericordia, commette il “furto” più importate della sua vita, rubando il Paradiso.

«Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto», conclude Agostino. Siamo avvertiti.

(Fonte: LaNuovaBQ)

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