Giovanni Battista insegna come si fa ad essere cristiani e, in particolare, ad essere pastori

I pochi nella Chiesa che non si sono adeguati al mondo sono come San Giovanni Battista: una “voce che grida nel deserto”, nel vuoto umano e spirituale di un mondo ritornato pagano, di una Chiesa nella quale l’apostasia sembra avere preso il potere.

di Don Alberto Strumia (13-12-2020)

Questa terza domenica di Avvento, nota nella Tradizione come la “domenica della gioia” (gaudete) trova in noi, in questo triste anno della storia, proprio l’unico e solo vero motivo per rallegrarsi: “l’attesa del ritorno di Gesù Cristo”, il Signore della storia. Tutto il resto sembra appassire e svanire ogni giorno.

La pedagogia di questo Avvento consiste proprio in questo: ti tolgo, un po’ alla volta, tutto ciò che non è Cristo, perché tu possa arrivare a dare verità alla tua dichiarazione di fede, quella per cui avevi detto, in uno slancio giovanile che Cristo per te è tutto, è il senso della vita, il destino per l’eternità. Adesso è il momento della verità.

La liturgia sembra dirti: ora sei diventato abbastanza “maturo” per reggere l’impatto con la verità. Se la tua dichiarazione di fede in Cristo è sincera, ora è il momento di dimostrarlo. Quando tutto il resto svanisce, Lui rimane e tu davanti a Lui sei pronto per dirgli, finalmente: «Signore mio e Dio mio!» (Gv 20,28).

Giovanni Battista, anche in questa domenica al centro del brano del Vangelo, insegna come si fa ad essere cristiani e, in particolare, ad essere pastori. Non siamo chiamati a presentarci noi come i “salvatori del mondo”, semplicemente perché non lo siamo.

Il Signore è il Figlio di Dio e deve essere detto in modo chiaro a tutti coloro ai quali parliamo, con i quali ci incontriamo e ai quali facciamo compagnia cercando di aiutarli. Giovanni Battista assume questo comportamento e lo testimonia senza ambiguità: «“Tu, chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”».

Oggi noi, i pochi nella Chiesa, che non si sono adeguati al mondo, siamo come Giovanni, esattamente un “voce che grida nel deserto”, nel vuoto umano e spirituale di un mondo ritornato pagano, di una chiesa nella quale l’apostasia sembra avere preso il potere.

Ma sarà solo per poco, come ci rassicurano le Scritture: «Perciò rallegratevi, o cieli, e voi che abitate in essi! Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore, sapendo di aver poco tempo» (Ap 12, 12).

Il motivo per rallegrarsi in questa domenica gaudete è qui: a Satana resta poco tempo, perché il Natale, il ritorno di Cristo, il sovrapporsi della seconda venuta alla prima sta per essere celebrato.

Come i primi cristiani che consideravano imminente il ritorno di Cristo a conclusione della storia, noi ci accostiamo alla solennità del Natale ormai prossima, con la stessa “coscienza escatologica”, con lo stesso animo rivolto al Signore. Che altro potremmo fare in una desolazione come quella di questo mondo in disfacimento?

Lo Spirito Santo che ci è raccomandato di “non spegnere” («Non spegnete lo Spirito») sia anche sopra di noi, mandi anche noi «a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati», quello che fa capire che solo la fede in Cristo è la strada che merita di essere percorsa.

Quello stesso Spirito che riempì la Vergine Maria e discese sugli Apostoli riuniti nel Cenacolo, dia anche a noi la forza e l’intelligenza della vera fede e ci custodisca accompagnandoci ogni giorno della nostra esistenza.

(fonte: sabinopaciolla.com)

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