Comunione in mano, Bettazzi e gli altri che criticarono Wojtyla

Dopo la pubblicazione della Memoriale Domini, Paolo VI ricevette moltissime pressioni per estendere gli indulti a distribuire la Comunione in mano. E anche con Giovanni Paolo II si insistette fino a criticare il Pontefice polacco. Come nel caso del vescovo di Ivrea, Luigi Bettazzi, che apostrofò duramente Wojtyla.

di Don Nicola Bux (30-07-2020)

Qualcuno forse si domanderà se un libro scritto come quello di monsignor Laise di cui abbiamo parlato qui e qui, scritto un quarto di secolo fa, non sarà ormai obsoleto. Le successive ristampe, con vari aggiornamenti e in parecchie lingue (cinque edizioni in spagnolo (1º a 3º 1997, 4º 2005, 5º (New York, 2014), due francesi (Paris, 1999-2001), due italiane (2015), una polacca (Krakow, 2007) e cinque inglesi (2010, 2011, 2013, 2018, 2020), prova, come l’autore stesso ha evidenziato, che ben al di là delle circostanze di tempo e luogo che suscitarono questo studio, ci sono aspetti permanenti che possono tuttora interessare il lettore, e fornire:

a) l’accesso alla legislazione autentica relativa a questa materia, assolutamente sconosciuta tra i fedeli e anche da parte di numerosi pastori;
b) la situazione storica nella quale questa legislazione si realizzò,
c) alcuni spunti per intuire le drammatiche conseguenze che la pratica della Comunione sulla mano può avere sulla fede nella presenza reale e la pietà eucaristica;
d) alcuni elementi sul rapporto fra il vescovo e la sua Conferenza Episcopale, e la sua indipendenza nei confronti di essa in merito al governo della sua diocesi;
e) una riflessione sul funzionamento di alcuni “meccanismi di pressione” all’interno della Chiesa, capaci d’invertire una decisione papale, che riflettono una maniera di agire che fu ed è ancora utilizzata in altri campi.

Vorrei anche aggiungere altre due testimonianze della rilevanza che ancora ha il libro, il primo è un articolo del professor don Mauro Gagliardi (già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice) nella Rivista della Facoltà di filosofia e teologia dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum intitolato L’autorità legislativa del Vescovo diocesano circa la distribuzione della Comunione sulla mano. Note di diritto liturgico. Alpha Omega, XVI, n. 1, 2013 – pagg. 127-138. Non solo una sezione di questo articolo è dedicata al vescovo Laise e alle sue decisioni, citando pure il suo libro (n. 9, pp 135-136. “Un caso di non applicazione dell’indulto”), ma l’intero articolo coincide con la posizione e l’esegesi del prelato argentino. Come è noto in questa affermazione: “Se un Vescovo decidesse di non applicare l’indulto nella sua Diocesi, non sarebbe lui a vietare la distribuzione della Santa Comunione sulla mano, bensì la norma generale confermata dalla Suprema Autorità (il Sommo Pontefice Paolo VI), attraverso la Memoriale Domini. Il Vescovo semplicemente sceglierebbe di non avvalersi di un indulto a quella norma. Vale a dire che, nella sua Diocesi, si continuerebbe ad osservare senza eccezioni la norma tradizionale e vigente, riconfermata da Paolo VI e mai modificata fino ad oggi” (p. 135).

L’altra testimonianza è la tesi dottorale in Diritto Canonico di don Federico Bortoli, poi pubblicata come La distribuzione della comunione sulla mano: Profili storici, giuridici e pastorali. Cantagalli, Siena 2018). Anche qui troviamo un intero capitolo sul vescovo di San Luis (2.6.3. “L’indulto in Argentina, p. 178-188). Dice don Bortoli di Mons. Laise: “da buon canonista, egli agì a norma del diritto, e la correttezza del suo operare venne confermato da due dicasteri della Curia Romana” e poi, sul libro: “Inoltre, dalle risposte delle conferenze episcopali all’inchiesta del 1976, oltre che dalla testimonianza di Mons. Laise, abbiamo visto chiaramente che la pratica della Comunione sulla mano è stata promossa e incentivata dalle conferenze stesse e presentata come il modo migliore per ricevere l’Eucaristia, facendo passare l’idea che questa era la volontà della Santa Sede e del Santo Padre. In realtà, come ha evidenziato lo stesso Laise, lo scopo, la finalità dell’indulto non era quello di promuovere l’uso della Comunione sulla mano, ma quello di aiutare le conferenze episcopali dove la pratica si era già estesa ed era difficile da rimuovere”.

Il libro di don Bortoli costituisce un necessario “aggiornamento” del lavoro di Laise, poiché ha pubblicato materiale inedito, nel contesto della sua investigazione dottorale e che d’ora in poi sarà riferimento obbligato sul tema. Però questo “aggiornamento”, lungi dal correggere, o trascurare aspetti del lavoro del prelato argentino, ne fa conoscere altri che confermano tutto quanto egli ha sostenuto e mostrano a quali conseguenze portarono, che egli non avrebbe immaginato.

E’ così che non solo risulta confermato il rifiuto di Paolo VI all’introduzione di questo modo di ricevere la Comunione negli anni ’60, sostenuto con testimonianze storiche da Mons. Laise, bensì la sua intenzione di limitarlo e sconsigliarlo, sì che il 19 gennaio 1977 fa inviare dalla Segreteria di Stato al Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, un pro-memoria con la seguente indicazione: «Trattandosi di materia sommamente delicata ed importante, Sua Santità mi ha incaricato di rimettere all’Eminenza Vostra Reverendissima copia dello scritto, con preghiera di studiare come si possa dare applicazione ai suggerimenti indicati dall’Em.mo Prefetto della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi (Card. Bafile)».

I suggerimenti erano i seguenti: “Sospendere la concessione di nuovi indulti, dire esplicitamente che dove non è stato accordato l’indulto la pratica della Comunione sulla mano è illecita e ricordare che, anche dove è stato concesso l’indulto, la prassi in questione è comunque da sconsigliare” le ragioni per questo erano “la diminuzione della pietà eucaristica, la dispersione dei frammenti, la facilitazione dei sacrilegi con l’asportazione dell’ostia consacrata e l’impossibilità da parte del sacerdote di rifiutarsi di distribuire la Comunione sulla mano, nonostante tutti questi inconvenienti”. Ma questa indicazione non fu accolta dal prefetto del Culto Cardinale Knox. Un anno dopo, il 1º febbraio 1978, c’è una nuova lettera del Segretario di Stato, che chiede nuovamente da parte di Paolo VI di vietare che si estenda l’uso della Comunione sulla mano, ma la risposta è nuovamente negativa.

Finalmente la Segretaria di Stato trasmette ancora una volta l’ordine del papa (questa volta Giovanni Paolo II) di sospendere la concessione di nuovi indulti, e questa volta con successo, ma tale disposizione ha trovato forti resistenze; per esempio, il 21 dicembre 1984, il vescovo di Ivrea, Mons. Luigi Bettazzi, scrive a Giovanni Paolo II per gli auguri natalizi e approfitta dell’occasione per manifestargli la sua opinione su quello che definisce «un problema, forse molto marginale ma emblematico», cioè la prassi della Comunione sulla mano. Bettazzi si duole che la conferenza episcopale italiana non abbia ancora ottenuto l’indulto e critica Giovanni Paolo II per aver sospeso nuove eventuali concessioni, dicendogli: «Non mi sembra giusto utilizzare in tal modo la Vostra autorità».

Dopo cinque anni, nel febbraio 1985, si ricomincia a concedere gli indulti come prima.

(Fonte: LaNuovaBQ)

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