Fotografando il Risorto… Intervista a Daniela di Sarra

Il grande Bernini ha plasmato sui lineamenti del volto della Sindone il suo ultimo capolavoro, che restituisce “vivo” alla contemplazione del pubblico il volto dell’Uomo dei Dolori. L’interessante scoperta è della fotografa Daniela di Sarra, alla quale abbiamo rivolto alcune domande.

di Claudia del Valle (21-04-2016)

Il grande Bernini ha plasmato sui lineamenti del volto della Sindone il suo ultimo capolavoro, che restituisce “vivo” alla contemplazione del pubblico il volto dell’Uomo dei Dolori. L’interessante scoperta è della fotografa Daniela di Sarra, alla quale abbiamo rivolto alcune domande.

Lo scorso gennaio a Roma ha presentato la mostra dal titolo avvincente quanto enigmatico: “La Sindone e Bernini. L’Uomo dei Dolori, il Più Bello dei Figli d’Uomo”. Con essa espone al pubblico una sua personale scoperta. Di cosa si tratta? Come le è venuta l’intuizione del connubio “Sindone-Bernini”?

Che dire? Ero nel posto giusto al momento opportuno! In realtà stavo ringraziando Dio a modo mio: il modo di una fotografa. Per un caso raro, mio marito ed io eravamo stati in serio pericolo di vita a poca distanza di tempo. Entrambi avevamo superato quel momento e sentivo il bisogno di ringraziare. In quelle circostanze avevo visto tanti intorno a me che vivevano la stessa esperienza, ed erano senza speranza, soli, o apatici, o rassegnati, perché avevano perso il rapporto con Dio. Mi venne allora l’idea di fare una mostra fotografica sul tema de “Il tuo Volto, Signore io cerco, non nascondermi il tuo Volto”, pensando che bisogna cercare il Volto di Dio per trovarlo: il Volto di Dio è ben ravvisabile nelle sue opere, come dice san Paolo nella prima Lettera ai Romani. Impostai allora le foto sul tema della bellezza di Dio come traspare nella natura, scandendole sul Cantico delle Creature di san Francesco. La mostra si intitolò Fratello Sole – Sorella Luna e fu vista da quasi 9.000 persone. Ebbe successo e, a giudicare dai riscontri ricevuti, il messaggio fu compreso da molti. La bellezza, in questo caso la bellezza del creato, è immagine del suo Volto. La bellezza è una cifra di Dio.  Mentre ero con la mostra a San Sebastiano Fuori le Mura a Roma (una delle famose “Sette Chiese”, retta dai Frati Minori), con l’idea del Volto di Dio nella mente, continuavo a pensare alla celebre frase di Dostoevskij: «Il mondo sarà salvato dalla bellezza». Sì, ma da quale delle tante Bellezze di Dio? Dice Gesù: «?γ? ε?μι ? ποιμ?ν ? καλ?ς», sono il Bel pastore [1], ove in greco bello, καλ?ς, contempla anche l’idea di buono. Io sono il pastore, quello buono, non il mercenario. Quello bello. Mi trovai davanti allo splendido Salvatore del Bernini. Era bello, bello alla maniera di cui sant’Agostino dice: «Bello è il Verbo presso Dio; ma bello anche nel seno della Vergine; bello quando nasce fanciullo, mentre succhia il latte, mentre viene portato in braccio. È bello in cielo, bello anche in terra; bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello sulla croce, bello nel sepolcro; bello sul Tabor, bello salendo in cielo, ovunque è bello. Venga a noi per farsi contemplare dai nostri occhi…» [2]. Il pensiero successivo fu: “Ma io questo Volto lo conosco, questi lineamenti mi sono noti!”. Alla fine compresi. Quei tratti io li avevo già visti sul volto regale di un morto celebre: l’Uomo della Sindone, l’Uomo dei Dolori, icona di Colui che si era spogliato di tutto sulla croce, anche della propria bellezza, per salvarci. Il Salvatore, appunto. La statua ci mostrava la stessa persona, ma viva, vivissima: era il volto dell’Uomo della Sindone vivo, del Risorto. Il più Bello dei Figli d’Uomo. La prima cosa che feci, fu verificare la mia impressione. La ricerca fu dapprima fotografica. Cercai punti di congruenza fra le due immagini. Poi stampai un trasparente della Sindone e la sovrapposi alla foto del volto del Salvatore. Rimasi letteralmente senza respiro: le due immagini coincidevano quasi perfettamente. Fu un’emozione forte, ma era necessario comprendere il fenomeno: mi accinsi a una ricerca storico-artistica, che si protrasse per due anni.

Ora che l’iniziale intuizione è una certezza, potrebbe parlarci della ricerca fatta e ricostruire brevemente il percorso che ha portato Bernini a scolpire nel marmo il volto dell’Uomo impresso nel telo della Sindone?

Intrapresi una ricerca su testi di critica, di sindonologia, sulle biografie del Bernini a lui contemporanee e su quelle attuali, su antiche immagini e testi. Mi sono recata in musei e siti correlati. Ho ascoltato varie conferenze e imparato da chiunque, ovunque ci fosse da imparare. Molti mi hanno aiutato, li ringrazio. Sintetizzando al massimo la ricerca fatta: il Bernini, riconosciuto in tutte le sedi e in buona parte dell’Europa, come uno di quei geni che vengono raramente concessi all’umanità, veniva sollecitato a recarsi in Francia, prima da Luigi XIII e da Richelieu, poi da Luigi XIV e Colbert. La prima volta il Papa si fece interprete della preoccupazione del popolo romano (non ce lo ridaranno mai) e sottolineò che Bernini era fatto per Roma, e Roma per Bernini, e non concesse l’autorizzazione al viaggio. La seconda volta, Alessandro VII Chigi, che era allora il pontefice, permise la partenza. Il viaggio si trasformò in una marcia trionfale. Grandi accoglienze furono organizzate a ogni sosta. In particolare quando arrivò a Torino nel maggio 1665, fu ospite del Duca, dell’Arcivescovo e del Nunzio. Il Castellamonte, architetto ducale, che aveva problemi di statica con la Cappella della Sindone, lo intrattenne magnificamente. Era consuetudine far vedere ai personaggi illustri in visita, quella che era considerata all’epoca la più sacra reliquia della cristianità: la Sindone, che già era stata mostrata a Cristina di Svezia (grande amica e protettrice del Bernini), che la aveva venerata nel suo pellegrinaggio del 1656.  Successivamente il Bernini a Parigi scolpì il ritratto in marmo del Re più grande del momento: il Re Sole (secondo il figlio Domenico disse l’ingegnoso Poeta: «[…] picciola basa a tal monarca è il mondo» e rispose il Bernini: «Di sostegno non ha bisogno, chi sostiene il mondo»). Non è improbabile che abbia concepito allora l’idea, accessibile solo a lui, di fare il ritratto del Re dei re, cui l’artista era devotissimo, riprendendolo dai tratti della Sindone, che aveva visto recentemente. Del resto i busti del re d’Inghilterra Carlo I e quello del cardinale Richelieu, li aveva scolpiti con grande successo, partendo dai ritratti dipinti a lui fatti pervenire. Conobbe a Parigi Pierre Cureau de la Chambre, religioso della Cappella del Re, esperto di fisiognomica e lo portò con sé a Roma, passando per Torino. Cureau si trattenne a Roma con Bernini circa un anno. Dalle fattezze del telo Sindonico, Bernini, più avanti, dopo aver disegnato il Sanguis Christi, fece a sue spese, per devozione, per la sua “buona morte” il busto del Salvatore, che è la sua ultima opera. Cureau se ne fece fare una copia, e lo rammenta nel suo Elogio del Cavalier Bernino.

Per la critica artistica Bernini non sbagliava un ritratto. Si potrebbe quasi dire che con la sua insuperabile arte egli abbia fatto “risorgere”, per i nostri occhi terreni, il Cristo morto della Sindone. Chi contempla il suo Salvator Mundi, da cosa rimane colpito soprattutto?

Dalla luce. Quella luce che sicuramente era spenta nell’Uomo della Sindone, “icona del Sabato Santo”, in quell’uomo che è venuto con noi oltre i confini del sepolcro. Dice Benedetto XVI: «[…] Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, […] gli inferi […]. Ecco questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio […]. Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione» [3]. Quella luce che è sua propria e che risplende nel busto del Salvatore, risorto, vivo. Il suo gesto, interpretato come benedicente, a me ricorda piuttosto il Noli me tangere, alla Maddalena. Appena risorto, dunque. Quella luce che è testimonianza della verità, verità che è l’amore divino per ognuno di noi, testimoniato sulla croce. (Gesù a Ponzio Pilato: «Io sono nato per questo e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità», Gv 18,37).  Va anche detto che il Bernini, che in quest’opera «compendiò e restrinse tutta la sua arte» [4], riuscì a dare al Salvatore molteplici espressioni, che io ho cercato di cogliere nelle varie foto che compongono la mostra e che ci restituiscono Gesù perfettamente vivo.

Per lei che ha avuto una formazione classica e umanistica, nella quale si è poi innestata, fin da giovane, la passione per l’arte fotografica, dev’esser stata molto stimolante, oltre che gratificante, questa ricerca. In cosa si è sentita maggiormente arricchita? È stato un “guadagno” solo culturale o anche spirituale?

Beh, entrambi. Aver conosciuto lo spirito di Bernini, aver scoperto il vero volto dell’Uomo della Sindone, fatto dal più gran ritrattista di tutti i tempi, volto che era stato tanto cercato e congetturato, è interessante. Ma ammetterà che riuscire a capire, sia pure da un’opera d’arte geniale, tutta la luce dell’amore di Dio per noi, non ha soddisfazioni culturali paragonabili.

Troviamo particolarmente interessante il fatto che nel suo lavoro lei si dedichi alla “bellezza” come valore relativo, ossia come “via” che conduce all’Assoluto, il quale per chi ha fede altri non è che Dio, Somma Bellezza. In un mondo che persegue la bellezza come valore in se stesso e con connotati puramente materiali, questo suo indirizzo non solo è in coraggiosa controtendenza ma può assumere un ruolo di “evangelizzazione”. Come è arrivata a questa prospettiva?

Può sembrare strano: riflettendo sulla apparente inutilità della bellezza. A voler essere meramente scientisti, la bellezza è un elemento ultroneo. Perché tante varietà di alberi, di fiori? Darwin risponderebbe: per la sopravvivenza della specie. Bene, ma allora perché tanta bellezza nei paesaggi? Perché tanta sovrabbondanza di bellezza nella natura? Perché nell’Arte? Alla fine si constata che la Bellezza non è misurabile. E che è gratuita. E che è immediatamente recepibile da chiunque abbia sensibilità. Una specie di discorso muto che intercorre fra gli uomini e una dimensione molto più grande, che ha improntato della Sua bellezza tutte le cose: quel Dio che ha creato l’Universo e «che chiamava le stelle per nome una per una». Il suo contrario, «il suo opposto, il brutto e i suoi parenti stretti, il grossolano, il superficiale, anche l’utile e il redditizio» [5], possono dare un senso alla vita? Io non credo. E difatti gli uomini, bombardati dal rumore, pressati dalle preoccupazioni più varie, distratti dalle immagini commerciali e a volte volgari, stanno vedendo scomparire Dio dal proprio vissuto e si ritrovano come lumi scollegati dalla presa: non hanno più la loro luce. Lavoro sul tema della Bellezza come via all’assoluto, perché, scusatemi, perdere l’idea di Dio mi sembra veramente la più folle delle situazioni folli. Non è come perdere l’aereo o il portafoglio: è come perdere se stessi.

Chi ha perso la presentazione di gennaio, quali possibilità ha per conoscere questo suo lavoro? Sono in programma nuovi appuntamenti, o è disponibile un catalogo?

Il libro La Sindone e Bernini è esaurito e stiamo cercando un editore per ristamparlo. Ma c’è il sito berninisindone.it, che verrà aggiornato via via, con le nuove esposizioni. La mostra è attualmente esposta a Todi, fino a Pasqua, nel corso della bella manifestazione Il Volto sulla Città. Qui alcune immagini della mostra sul Volto del Salvatore vengono proiettate sulla facciata del Duomo fino al 28 aprile. Successivamente ci sarà un importante evento con esposizione della mostra e conferenza il prossimo 4 maggio alle 10,30 al Museo del Barocco di Ariccia (Roma). Tre curiosità: il museo è nel Palazzo Chigi, cui lavorò il Bernini, (come anche alla progettazione e costruzione della splendida Collegiata e della antistante Piazza di Corte), proprio nell’anno in cui partì per Parigi. Il Direttore del Museo è il grande critico Francesco Petrucci, che ritrovò nel 2001 la statua del Salvatore, data per perduta per più di duecento anni, e che interverrà alla conferenza come relatore. E da ultimo, il 4 maggio è la festa della Sindone, istituita da papa Giulio II della Rovere, legato da parentela ai Chigi, e il cui ritratto è conservato al Museo.

NOTE

1) Gv 10,14.

2) Commento al Salmo 44,3.

3) Sua Santità Benedetto XVI, Visita Pastorale a Torino. Venerazione della Santa Sindone. Meditazione del Santo Padre Benedetto XVI, domenica 2 maggio 2010, Libreria Editrice Vaticana.

4) Filippo Baldinucci, Vita di Gio. Lorenzo Bernini, Firenze 1682.

5) Giovanni Cucci, Tracce del divino, Paoline Editoriale libri, Milano 2012.

(fonte: settimanaleppio.it)

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