Giuseppina Bakhita: il fascino di una donna libera

La “santa moretta” è “un dono di Dio per il nostro tempo”. Nel ripercorrere le tappe più significative della sua biografia si scoprono la fede e il coraggio di affidarsi a Dio soprattutto nella malattia e nel dolore.

di Fabio Piemonte (09-03-2019)

Giuseppina Bakhita è donna. Senza tentennamenti donna. Orgogliosamente donna. Bakhita non nasconde le sue debolezze, i suoi dolori, il suo amore, ma comunque impone la propria femminilità. Caparbia sceglie e percorre tappa dopo tappa la sua strada. Si propone per quello che è, spontaneamente, e diventa un esempio da imitare, una luce a cui rivolgersi, un cuore a cui affidarsi”. È questo il ritratto che emerge tra le pagine di Bakhita. Il fascino di una donna libera (San Paolo 2019, pp. 156), terzo libro dedicato alla “santa moretta” da Roberto Italo Zanini, giornalista della redazione romana di Avvenire.

“Bakhita è un dono. Un dono di Dio per il nostro tempo. Un volto della grazia divina che chiede di essere accolto, anche solo per un istante, anche solo per assaporare il senso intimo della libertà. È ‘la Sorella universale’ – come ebbe a dire di lei San Giovanni Paolo IIperché ci rivela il segreto della felicità più vera: le Beatitudini”. Discriminata perché nera, schiava, costretta a sopportare sul suo corpo violenze inaudite, tra le quali scarificazioni profonde su braccia e schiena e il torcimento del seno sin da quando è soltanto una giovane ragazza. Nel suo diario racconta però la gioia grande che provò quando ottenne un padrone decisamente più mite, un console italiano che l’avrebbe portata fuori da quell’inferno sudanese e dunque probabilmente in condizioni di vita meno dure. Giunta a Ziniago in Veneto, viene ‘regalata’ a un’altra famiglia per fare la domestica e, quando il suo padrone decide di aprire un’attività alberghiera a Suakin, torna in Sudan, ma solo per un breve periodo, lavorando nel bar dell’albergo.

Una svolta determinante nella sua vita è segnata da un regalo. Il fattore della famiglia Michieli presso la quale lavora come domestica le dona un crocifisso d’argento, che ella confessa di aver inizialmente nascosto per paura che la sua padrona glielo potesse sottrarre. “Ogni tanto lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare”. È l’inizio di un percorso di maturazione di fede e libertà interiore che la induce a dare progressivamente risposta a quell’anelito del proprio cuore che, sin da quando era in Africa, la spinge a chiedersi “dinanzi alle bellezze della natura, quali il sole, la luna e le stelle: ‘Chi è mai il padrone di queste belle cose?’”, e di conseguenza ad ammettere: “E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo”.

Poi impara a ripetere in cuor suo spesso: “Il Signore è sempre stato buono con me”; “Il Signore mi ha sempre voluto bene”; “Tutta la mia vita è stata un dono di Dio”. Tale consapevolezza culmina nella scelta di consacrarsi a Lui. Di qui Bakhita “viveva di Dio e si commuoveva fino alle lacrime pensando alla grazia e alla bontà di Dio nei suoi riguardi, per essere stata chiamata al battesimo e alla vita religiosa”. Prima di prendere i voti è don Giuseppe Sarto, il futuro Papa Pio X, a esaminare la sua scelta vocazionale e a esortarla con queste parole: “Pronunciate i voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”.

Divenuta suora, si apre a una forma di “perdono che giunge al paradosso del ringraziamento: ‘Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare le loro mani, perché se non mi fossero accadute quelle cose non sarei ora cristiana e consacrata’”. Immersa in un Amore che tutto trasfigura, diceva di vivere “non sul Calvario, ma sul Tabor”.

Quando è ormai prossima alla morte, tra dicembre del 1946 e gennaio del 1947 Bakhita raccontava a chi andava a visitarla mentre era molto malata di essere particolarmente stanca per aver due valigie da portare, alla stregua degli attendenti di un generale, “una piena di debiti e l’altra piena dei meriti di Gesù”. Eppure non aveva alcun timore, poiché diceva: “Appena sarò sulla porta del Paradiso, coprirò i miei debiti con i meriti della Madonna, poi aprirò l’altra e dirò: Eterno Padre, giudicate per quello che vedete”. Ella aveva dunque compreso, come ricordato dallo stesso Papa Francesco, che “è il dipendere da Lui che ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità” di figli di Dio.

Nel suo libro Zanini intervalla la vicenda biografica di Bakhita con quella di uomini, donne, famiglie e testimoni che l’hanno conosciuta e invocata e che, soprattutto grazie all’incontro con la ‘santa moretta’ nel santuario di Schio dove sono ora custodite le sue spoglie, hanno ritrovato la fede e il coraggio di affidarsi a Dio nella malattia, nelle difficoltà, nel dolore, durante una gravidanza difficile o nei propri problemi familiari, rimettendosi alla sua intercessione. Lo stesso autore racconta anche una serie di ‘coincidenze’ della propria vita che rivelano il suo legame speciale con Bakhita, ma nel contempo sono segni evidenti della presenza di Dio, della sua grazia operante e della comunione dei santi.

(fonte: lanuovabq.it)

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