Senza metafisica non c’è dottrina

Fenomenologia etica, idealismo, democraticismo e processo dialettico sono altrettante tendenze che spiegano l’attuale confusione nella Chiesa, quando la prassi prevale sulla dottrina, la narrazione della realtà al dovere di indicare la strada che porta a Dio.

Dopo la prima e la seconda, ecco la terza puntata della nostra indagine volta ad individuare il criterio cardine per comprendere i profondi mutamenti dottrinali e pastorali in atto nella Chiesa. Tale criterio, a nostro avviso, può essere rappresentato dalla volontà di porre in secondo piano, relativamente alle materie eticamente sensibili, il loro fondamento metafisico.

di Tommaso Scandroglio (27-12-2018)

Fenomenologia etica. Se non esiste più la metafisica esiste solo il mondo empirico, ossia i fatti materiali, gli avvenimenti storici. Sono la storia, i fatti, le consuetudini, ciò che accade ad indicare la morale. E’ la tesi di Benedetto Croce: «per essa [la storia] non ci sono fatti buoni e fatti cattivi, ma fatti sempre buoni. […] La storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice» (B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Laterza, Bari, 1917, pp. 76-77). Ciò a dire che è inutile tentare di leggere la storia alla luce della giustizia – principio di per sé astratto – bensì tutto ciò che accade, per il fatto stesso che accade, è buono: la realtà giustifica se stessa. Ecco la preminenza della pastorale sulla la dottrina: sono le indicazioni pragmatiche operative che producono i principi di morale e di fede, principi quindi sempre cangianti come la prassi che si deve adattare alle circostanze. Il dogma è solo lettera morta. Non c’è la dottrina che diviene prassi grazie alla pastorale, ma la dinamica è opposta: la pastorale causa il principio, lo genera, ma non nei documenti, bensì nella prassi. Semmai encicliche, esortazioni apostoliche etc. recepiranno il principio fattuale, lo fotograferanno nella sua validità morale già riconosciuta dal consesso sociale.

Idealismo. Dunque la realtà fattuale, ciò che accade, è il paradigma di riferimento. Ciò che non è realtà – con terminologia platonica – è pura idea, astrazione, semmai ideale a cui tendere ma che, non essendo realtà, mai potrà realizzarsi, mai potrà informare una condotta. I principi cristiani saranno sempre impossibili da realizzare compiutamente e quindi è irrazionale chiedere ai fedeli di adeguarsi. Semmai possono fungere da stella polare, ma sempre nella consapevolezza che su quella stella mai nessun uomo potrà mettere piede. Vera eresia questa, perché Dio non può esigere dall’uomo l’impossibile. Se dunque Dio, ad esempio, chiede ai coniugi fedeltà a vita, ciò è possibile e non è un mero ideale: è condotta concreta, seppur difficile. La fenomenologia etica in ambito cristiano porta a concludere che solo ciò che non richiede sforzo, rinuncia, abnegazione, sacrificio sia possibile e dunque eticamente esigibile. Ecco perché si argomenta che, ad esempio, le cosiddette situazioni irregolari in ambito matrimoniale non configurano ancora appieno l’ideale matrimoniale, ma sono comunque una tappa di avvicinamento. Come se il male potesse porsi sulla strada di avvicinamento al bene. Tesi evidentemente illogica perché vero e proprio ossimoro.

Democraticismo. Dunque la realtà giustifica se stessa: se molti convivono la convivenza deve essere accettata; se molti sono divorziati il divorzio deve essere accettato; se sempre più l’omosessualità si sta diffondendo, l’omosessualità deve essere accettata. Quindi è la volontà generale che si concreta in condotte diffuse ad indicare la direzione morale da seguire. Ecco la prevalenza della comunità sul singolo: il tutto è superiore alla parte, volendo citare un pensiero tomista distorto ad arte. Questa tesi potremmo chiamarla “collettivismo etico”. Paradigmatico il caso della pena di morte dove il nuovo numero del Catechismo della Chiesa Cattolica relativo a questa materia fa riferimento ad “una nuova comprensione [dei fedeli] del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato”. Quasi che le verità morali potessero essere messe ai voti, soggette all’ondivaga e assai influenzabile opinione della maggioranza. E’ dunque la percezione collettiva, la volontà generale che genera la morale. Uno dei molteplici inciampi di questa tesi appare evidente: se applichiamo questo criterio usato nei confronti della pena di morte anche ad aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, omosessualità, gli esiti porterebbero ad una liquefazione della dottrina. Perché dunque la percezione collettiva sarebbe da ossequiare solo per la pena di morte e non anche per altre tematiche? Sarebbe poi pretestuoso il riferimento al sensus fidelium, perché quest’ultimo non è fonte di moralità, ma è moto ingenerato nei credenti dallo Spirito Santo per aderire, sotto la guida del Magistero, alle verità di fede e morale.

Il processo dialettico. Se perciò il fatto – inteso come accadimento che nasce, si sviluppa e muore meramente sul piano immanente e non trascendente – è il paradigma morale, ne consegue che la storia è fatta di processi, cioè di fatti tra loro concatenati. E il processo, aderendo alla prospettiva di Fichte ed Hegel, nasce dal rapporto dialettico tra due o più elementi contrapposti: tesi-antitesi che confluiscono nella sintesi, la quale a sua volta sarà la tesi o l’antitesi. Questa è una dinamica lanciata verso il futuro, che progredisce, aperta al nuovo e che mai si arresterà. Il nemico è chi arresta il processo, il conservatore. Ecco giustificati gli slogan, presenti anche in casa cattolica, che inneggiano al cambiamento, alla modernità perché fautrice del nuovo, alla superiorità del tempo sullo spazio perché è nel tempo che si svolgono i processi. Va da sé che, per i motivi prima accennati, qualsiasi processo è buono per il fatto stesso che incarna in sé la dinamica dialettica. Da ciò consegue che occorre accettare il processo e non orientarlo verso Dio. Ecco il Magistero narrante e non definitorio: mi limito a descrivere la realtà che a sua volta mi indicherà le prescrizioni, ma non a prescriverla indicando doveri. Dal munus docendi al munus narrandi: la narrazione sostituisce l’insegnamento.

(fonte: lanuovabq.it)

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