Dignitas Personae: a chi parla di inclusione dimenticando l’aborto

Il documento Dignitas personae compie 10 anni: parlando di dignità ricorda perché la fecondazione in provetta e l’aborto sono vietati dalla Chiesa. Oggi si preferiscono i temi sociali come l’immigrazione, l’ambiente, la povertà. Ma se non discriminiamo l’africano, perché abortiamo il nascituro? Se la distruzione di un uovo d’aquila si paga, perché noi paghiamo quella di un uomo? Se rifiutiamo gli OGM, perché accettiamo i bimbi in provetta? E chi è il povero dei poveri?

di Tommaso Scandroglio (15-12-2018)

L’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dignitas personae l’8 settembre scorso ha spento dieci candeline. Le indicazioni presenti in questo documento rimangono attuali, perché – ahinoi – tematiche come la fecondazione artificiale, la manipolazione e la crioconservazione degli embrioni sono pratiche sempre più diffuse.

Il principio morale fondamentale indicato dalla Dignitas personae – principio mutuato dall’istruzione Donum vitae – è quello che è alla base di tutta la morale naturale: «L’essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita» (4). Se il concepito è persona dovrò trattarlo in modo adeguato al suo essere persona, ossia in modo consono alla sua preziosità intrinseca. Dunque non potrò ucciderlo con l’aborto e con la selezione embrionale, non potrò manipolare il suo corredo cromosomico per finalità eugenetiche, non potrò usarlo come magazzino di materiale biologico da usarsi per beneficiare i suoi fratelli già nati, non potrò clonarlo né ibridarlo (l’uomo mucca o l’uomo maiale), non potrò esporlo ad elevati rischi di morte con la fecondazione extracorporea e non potrò chiamarlo ad esistenza con tecniche di fecondazione che non sono adeguate alla sua dignità.

E dunque la illiceità morale della fecondazione artificiale risiede innanzitutto nel fatto che, se ogni nostro atto deve essere rispettoso della dignità della persona, l’atto del concepimento – il momento in cui si passa dal non essere all’essere – deve essere anch’esso adeguato alla preziosità intrinseca del figlio. E solo l’abbraccio amoroso di papà e mamma stretti nel vincolo coniugale è degno della persona. È per questo che Dignitas personae, citando nuovamente Donum vitae, ricorda l’esigenza «che la procreazione di una persona umana debba essere perseguita come il frutto dell’atto coniugale specifico dell’amore tra gli sposi» (12). Inoltre l’amore coniugale non è delegabile a nessuno: «La Chiesa […] ritiene eticamente inaccettabile la dissociazione della procreazione dal contesto integralmente personale dell’atto coniugale: la procreazione umana è un atto personale della coppia uomo-donna che non sopporta alcun tipo di delega sostitutiva» (16).

La fecondazione al di fuori del rapporto coniugale significa reificare, cosificare il figlio, trattarlo alla stregua di un prodotto – ed infatti il figlio così concepito viene chiamato “prodotto del concepimento” – che viene fabbricato in laboratorio: “Trattando l’embrione umano come semplice ‘materiale di laboratorio’, si opera un’alterazione e una discriminazione anche per quanto riguarda il concetto stesso di dignità umana” (22). La fecondazione extracorporea poi non lede solo la dignità del nascituro, ma anche dei genitori dato che esiste un “diritto dei coniugi a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro” (12). È svilente anche per il padre e la madre diventare genitori in provetta.

Dunque semaforo verde per tutti quegli interventi clinici volti ad aiutare a raggiungere lo scopo naturale del rapporto coniugale (interventi di carattere farmacologico, chirurgico, etc.), perché in tal modo ci si mette al servizio della vita e dell’uomo; semaforo rosso per quegli interventi di carattere sostitutivo all’atto coniugale, come appunto al fecondazione artificiale, sia omologa che eterologa, perché in tal modo si assume una posizione di dominio sulla vita e sull’uomo.

Nel 2009 papa Benedetto XVI regalò all’allora presidente americano, il liberal Barack Obama, una copia di Dignitas Personae.

Dicevamo che Dignitas personae ha compiuto dieci anni, un tempo quindi relativamente breve, ma è già stata dimenticata da molti in casa cattolica. Oggi la sensibilità ecclesiale e laicale cattolica, si sa, è più orientata a temi sociali: la non discriminazione del diverso, l’inclusività, il lavoro, l’ambiente, l’immigrazione, la corruzione, la povertà. Agli orecchi di costoro parlare di principi non negoziabili, di legge naturale, di mala in se è ostrogoto. Una strada per tentare di aprire un canale di ascolto sulle tematiche messe in luce da Dignitas personae è forse quella di usare la loro stessa grammatica. In tal modo, ad esempio, potremmo argomentare che come è ingiusto discriminare l’africano per motivi legati alla sua etnia o il disabile a motivo della sua condizione fisica o psichica, così non dovremmo discriminare il nascituro per il fatto che non è ancora nato oppure malformato.

Se dobbiamo essere inclusivi verso i lontani – atei, protestanti, radicali – a maggior ragione dobbiamo essere inclusivi verso i vicini, come i figli che sono tanto vicini a noi che le donne se li portano in grembo. Se poi oggi pare essere peccato mortale schiacciare un fiore che spunta dal terreno, a maggior ragione non è lecito schiacciare una vita che fiorisce nel ventre di una madre. Se siamo contro gli OGM, allora perché produrre bimbi in provetta? Se la distruzione di un uovo di aquila comporta 5mila euro di sanzione pecuniaria, perché per la distruzione di un “uovo” d’uomo noi contribuenti dobbiamo sborsare fino a 1.500 euro? Se siamo tutti contrari ai veleni che inquinano fiumi, terra e aria perché ci uccidono, non potremmo che essere contrari alle pillole abortive, veleni che uccidono i bambini non ancora nati.

Se l’immigrato deve essere accolto, come non accogliere colui che emigra dalle mani di Dio alle nostre passando per le acque amniotiche della madre? Se il lavoro deve essere tutelato, anche quello più insignificante, perché non tutelare il lavoro nobilissimo di madre e padre, chiedendo loro che venga svolto a regola d’arte, senza aborti e provette? Se sono mille più una le campagne per la sicurezza sui luoghi di lavoro e negli ambienti domestici, allora che anche l’ambiente uterino sia sicuro per lo sviluppo del bambino e che non si ricorra alla fecondazione artificiale dato che espone l’embrione ad elevato rischio di morte. Se giustamente la corruzione indigna ciascuno di noi, allora che si levino forti proteste contro aborto, fecondazione artificiale e sperimentazione sugli embrioni perché atti che corrompono la nostra dignità di persone. Infine non c’è credente o miscredente che non riconosca come la povertà sia una sciagura per tutto mondo, ma chi è più povero di colui che nasce nudo, indifeso e bisognoso di tutto, ma proprio di tutto per vivere anche un solo una manciata di ore?

In breve Dignitas personae è ancora attuale anche per coloro i quali vorrebbero disfarsene regalandola ai robivecchi ecclesiali oppure spedendola all’inceneritore dottrinale.

(fonte: lanuovabq.it)

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