Per lo stato dell’India la Confessione danneggia le donne

L’India è un paese difficile, specie per le donne, uccise alla nascita, violentate, uccise dai mariti per questioni di dote. C’è una Commissione nazionale per difenderle. E questo organismo governativo cosa propone? Di vietare il sacramento della Confessione. Per evitare ricatti…

di Anna Bono (01-08-2018)

L’India è un paese difficile. Lo è per i dalit, gli intoccabili, circa 200 milioni di persone discriminate per nascita, a cui il sistema delle caste impone condizioni di vita degradanti. Lo è per i cristiani e per le altre minoranze religiose che gli estremisti indù perseguitano usando pretesti di ogni genere per infierire su di loro, assecondati dalle autorità specie da quando nel 2014 il Baratiya Janata Party, il partito nazionalista indù, ha vinto le elezioni.

Ma lo è soprattutto per le donne. La loro nascita spesso non è accolta con gioia. Cresceranno e per farle sposare la famiglia dovrà corrispondere a tutte una dote. Per evitarlo le figlie si uccidono appena nate oppure, da quando è possibile conoscere il sesso del feto, si ricorre all’aborto. Si stima che circa 50 milioni di bambine siano state abortite o uccise dopo la nascita nell’arco di tre generazioni. Per risparmiare sul mantenimento delle figlie a cui è concesso di vivere, si combinano matrimoni precoci – quasi metà delle donne indiane si sposano prima di compiere 18 anni – e per risparmiare sulla dote si cerca di sposarle a uomini molto anziani o si concedono come terze e quarte mogli. Succede anche che si concordi un pagamento elevato ma differito, rateale. Se però la famiglia rallenta i pagamenti o li interrompe i mariti arrabbiati a volte decidono di liberarsi della moglie e la uccidono, di solito simulando un incidente domestico: ad esempio, un incendio in cucina per il cattivo funzionamento di una stufa. Capita talmente spesso che, se una donna muore per cause non naturali entro i primi sette anni dalle nozze, si dovrebbe presumere un omicidio a causa della dote e indagare in tal senso. Tuttavia la maggior parte degli uxoricidi restano impuniti, in certi casi non vengono neanche denunciati.

Le donne fin dalla più tenera età rischiano inoltre di essere violentate a morte. Non si contano i casi. Ad aprile in due giorni una bambina di sei anni è stata violentata e ridotta quasi in fin di vita e un’altra, che aveva solo sei mesi, è stata a sua volta stuprata, uccisa e gettata in un seminterrato.

Esiste una Commissione nazionale per le donne, governativa, incaricata di tutelare le donne, di formulare politiche e piani di azione in loro favore. Si batte contro gli aborti selettivi, contro gli infanticidi, contro i matrimoni imposti e infantili? Se si, non ottiene i risultati auspicabili, anche perché, ad esempio, di questi tempi se si occupa di aborto è per garantire alle donne il diritto di abortire, non alle bambine il diritto di nascere.

Nei giorni scorsi invece si è attivata per chiedere al governo un provvedimento che metta al riparo le donne da molestie e ricatti da parte del clero cattolico. L’iniziativa prende le mosse da due episodi denunciati di recente nello stato del Punjab e in quello del Kerala. Il primo – riferisce l’agenzia di stampa AsiaNews – chiama in causa monsignor Franco Mulakkal, vescovo di Jalandhar, accusato di aver violentato una suora nel Kerala tra il 2014 e il 2016. Il secondo riguarda quattro sacerdoti della Chiesa siro-malankarese del Kerala che avrebbero molestato e ricattato una loro parrocchiana. Nel primo caso si sospetta che la suora abbia denunciato monsignor Mylakkal per vendetta. Sul secondo caso è in corso una inchiesta e due sacerdoti sono liberi su cauzione.

Sta di fatto che per proteggere le donne ed evitare che possano essere ricattate dal clero cattolico la Commissione ha pensato di privare i sacerdoti di un’“arma” che può essere usata a tal fine, e non solo contro le donne: la confessione. La Commissione infatti ha raccomandato al governo indiano di abolire il sacramento in tutto il paese. La richiesta è stata formulata il 26 luglio con un comunicato in cui si legge che il bando delle confessioni si rende necessario perché “tale pratica potrebbe portare al ricatto delle donne” e consente ai sacerdoti di fare “pressione sulle donne affinché esse rivelino i loro segreti”.

Informato dell’iniziativa, il giorno successivo il cardinale Oswald Gracias, presidente della Conferenza episcopale indiana, ha risposto con un messaggio diffuso a tutti i mass media: “Sono rimasto scioccato quando ho letto la notizia – afferma sua eminenza – questa richiesta tradisce una totale mancanza di comprensione da parte della Commissione sulla natura, significato, sacralità e importanza di questo sacramento per il nostro popolo; allo stesso tempo ignora le rigide leggi della Chiesa in tema di prevenzione degli abusi. Un bando simile sarebbe una diretta violazione della nostra libertà religiosa garantita dalla Costituzione indiana. Milioni di persone in tutto il mondo nel corso dei secoli hanno dato testimonianza dei benefici spirituali di questo sacramento e della grazia, perdono e pace che essi sperimentano come risultato ricevuto da questo sacramento”.

“Sono fiducioso – dice ancora il cardinale Garcias – del fatto che il governo ignorerà del tutto questa assurda richiesta della Commissione. Ci sono molte altre questioni riguardanti la sfera femminile cui la Commissione dovrebbe porre attenzione, invece che cimentarsi di questioni religiose di cui non ha la minima conoscenza: l’emancipazione delle donne, la formazione delle loro capacità, la prevenzione della violenza domestica, organizzare un sistema di recupero e così via”.

Non ultima tra le questioni a cui porre attenzione, merita aggiungere, il proliferare di cliniche per uteri in affitto, un’industria che si è rapidamente sviluppata in India e che impiega decine di migliaia di “madri surrogate”.

(fonte: lanuovabq.it)

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