Contrappunto al frasario pastorale

Troppi slogan teologici e pastorali sono senza contrappunto, con il risultato di impoverire e distorcere la realtà. Se la pastorale, oltre a costruire ponti, fosse anche attenta a costruire muri “luminosi”, forse otterrebbe qualche conversione in più, perché l’idea di “avere l’odore delle pecore” non si trova nel Vangelo, che dice ai pastori di essere «modelli del gregge» e quindi alle pecore di avere l’odore dei pastori.

Ponti o muri? Costruire entrambi per la conversione

Tanti slogan teologici e pastorali sono senza contrappunto, con il risultato di impoverire e distorcere la realtà. Ad esempio costruire ponti e non innalzare muri. Ma le mura significano tutti quegli atteggiamenti volti a salvaguardare lo specifico e la preziosità del cristianesimo cattolico custodito e significato dalle mura. Per cui, se la pastorale, oltre a costruire ponti, fosse anche attenta a costruire muri “luminosi”, forse otterrebbe qualche conversione in più.

di P. Riccardo Barile OP (09-07-2018)

Chi si diletta di musica sa che in antico le note si chiamavano “punti” e ancora oggi così figurano. Il “contrappunto” è dunque una nota contro l’altra, cioè l’intersecarsi di due o più melodie, delle quali in genere una sola è la principale e quella che l’orecchio segue spontaneamente. Ma le altre note o melodie non sono inutili, perché creano il contesto giusto voluto dall’autore, esaltano le potenzialità della melodia portante, impediscono che sia intesa male.

Qualcosa del genere capita anche con le frasi alla moda, gli slogan, che toccano anche la teologia e la pastorale. Gli slogan sono facili, ma senza contrappunto impazziscono o meglio fanno impazzire la realtà alla quale si riferiscono, limitandola a ciò che di essa hanno selezionato e facendo dimenticare il resto che essa presuppone. Quando infatti si arriva alla resa dei conti, gli slogan non funzionano mai e devono accettare tanti compromessi, che a ben vedere sono semplicemente le esigenze della realtà: ecco il contrappunto.

Questa premessa noiosa per dire che stanno girando tanti slogan teologici e pastorali ahimè senza contrappunto, con il risultato di impoverire e distorcere la realtà. Ne esaminiamo uno, riservando di considerarne altri due in un prossimo intervento, non con l’intento di negarli, ma semplicemente di collocarli nel più ampio e più giusto contesto.

COSTRUIRE PONTI. L’azione è relativa ad un’altra: INNALZARE MURI. Lo slogan è che “bisogna costruire ponti e non innalzare muri” o, in una versione più estrema, che “bisogna costruire ponti e abbattere i muri”. Naturalmente non si tratta di diventare ingegneri, architetti o muratori, ma di allacciare relazioni e di eliminare ciò che le impedisce.

Poiché la Chiesa deve rivolgersi all’umanità in vista della salvezza, è chiaro che deve costruire ponti e abbattere ciò che allontana gli interlocutori dall’ascolto e dal dialogo.

Ma oggi “costruire ponti” dice qualcosa di più: significa una simpatia, un sintonizzarsi sulla cultura dell’interlocutore con la disposizione abbastanza facile a mettere in discussione le consuetudini proprie (a cominciare dal modo di presentarsi e di vestirsi), evitare con somma cura di essere “identitari”; evitare, almeno all’inizio, un messaggio impositivo e di condanna e partire in atteggiamento dialogico. Tutto ciò significa in contemporaneo “abbattere i muri”.

Senza scomodare la lunga storia della Chiesa, il fondamento attuale di questo atteggiamento risale al Vaticano II, in quell’atto vero e simbolico alla chiusura del Concilio (8.12.1965) di inviare sette messaggi a categorie di persone un tempo ben integrate nel regime cristiano e al momento ritenute lontane: erano dei ponti lanciati verso di loro, cioè verso: governanti, uomini di pensiero e di scienza, artisti, donne, lavoratori, poveri, ammalati e sofferenti, giovani. Il presupposto era di udire come «un immenso e confuso rumore» di quanti, lontani, guardavano al concilio «e ci domandano con ansietà: non avete voi una parola da dirci?». Così Papa Montini immediatamente prima dei messaggi. Ma il “immenso e confuso rumore” era vero o era una generosa fantasia? In ogni caso di queste categorie forse solo i poveri e gli ammalati avevano ancora un qualche legame con la Chiesa; i giovani poi erano i padri degli attuali giovani adulti o uomini maturi, ai quali non hanno saputo comunicare la fede, tanto che questi la ritrovano frequentando nonni ottantenni, giovani “prima del Concilio”.

A parte questo atto simbolico, costruire ponti ebbe la teorizzazione nella prima enciclica di Paolo VI, l’Ecclesiam suam del 6.8.1964. Fu indicata come fondativa del “dialogo” (in latino colloquium), anche se il dialogo riguarda solo la terza e ultima parte. Comunque vi è l’affermazione solenne che verso la società degli uomini (la traduzione ufficiale ha “mondo”) «la Chiesa veste la forma della parola, dell’annuncio, del dialogo» (EV 2/192). Questa la traduzione esatta dal latino, trasformata quasi da subito nella formula più accattivante: “la Chiesa si fa dialogo con il mondo”. Poche righe prima il dialogo era stato visto come compito evangelico risalente al comando di Cristo agli apostoli: «Andate dunque, istruite tutte le genti» (Mt 28,19) (EV 2/191). Ma il comando di Gesù Cristo e la conseguente missione apostolica sono riconducibili al dialogo come l’aspetto preponderante e specifico o non sono una buona proposta da prendere o – peggio per te – lasciare? Qui, con tutto rispetto di Paolo VI, si annida un equivoco. Equivoco per altro ammortizzato prima e dopo da affermazioni e avvertimenti tipo: accostare i fratelli non comporta «una diminuzione della verità», il dialogo «non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede» (EV 2/198) ecc.

Ciò che oggi stiamo vivendo a livello di costruire ponti nasce da questi impulsi, anche se ha avuto una sua evoluzione per via di nuove situazioni storiche e nuovi interlocutori.

Ma… c’è un “ma”. Alla fine del Miserere ancora oggi chiediamo a Dio: «nella tua bontà fa’ grazia a Sion, ricostruisci le mura di Gerusalemme» (Sal 51,20). Roba dell’Antico Testamento? Pare di no, dal momento che la città futura verso la quale camminiamo, la Gerusalemme celeste «è cinta da grandi e alte mura con dodici porte» (Ap 21,12), che sono le tribù dei figli di Israele, mura che «poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello» (Ap 21,14). Le mura poi «sono costruite con diaspro … i basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose» (Ap 21,18-19).

Dunque la Gerusalemme del cielo non è una città del tutto aperta, ma ha delle mura e, stante la indiscussa categoria che il paradiso si comincia a costruire in terra, anche la Chiesa deve avere e costruire delle mura che anticipino e preparino quella della Gerusalemme del cielo.

Al di là dell’immagine, le mura significano tutti quegli atteggiamenti, istituzioni, discorsi, tradizioni dottrinali acquisite ecc. volte a salvaguardare lo specifico e la preziosità del cristianesimo cattolico, che non deve solo essere percepito come una zona alla quale si accede da un ponte come dalla terraferma si accede a Venezia, ma come una città con le mura, entrando nelle quali si entra in un sistema di linguaggio, di pensiero e di vita che presuppone un salto di qualità, appunto custodito e significato dalle mura.

Si obietterà che le mura sono non solo “identitarie”, ma ostative all’ingresso di chi sta fuori sentendosi escluso e dunque sono antiapostoliche e anticristiane. A parte il fatto che, Nuovo Testamento alla mano, si potrebbe documentare che la primitiva comunità cristiana si costruì su valori specifici e anche critici rispetto alla società corrente, bisogna considerare che le mura cristiane lasciano trasparire la bellezza di ciò che racchiudono e dunque sono un invito a scavalcarle e ad entrare: sono paradossalmente… dei ponti. Fuori dai denti, forse lo specifico della vita cristiana attira di più che gli adattamenti del cristianesimo sulla mentalità mondana. Per cui, se la pastorale, oltre a costruire ponti, fosse anche attenta a costruire muri “luminosi”, forse otterrebbe qualche conversione in più.

L’immagine di una “zona di sicurezza” integra l’immagine delle mura. Che cos’è? È interessante che, senza citarsi e senza essersi letti a vicenda, ne parlino Congar e Biffi.

Abitualmente un pastore «deve e vuole assicurare la tranquillità, e per conseguenza la sicurezza, al suo gregge: per questo, egli vuole conservare un margine di sicurezza tra il gregge e l’errore, ed evita quindi l’avventura». Invece il «combattente della Chiesa impegnato alle frontiere» costruisce dei ponti lunghi ignorando la «zona di neutralità, da conservarsi in quanto permette di tenere il nemico a distanza» e agisce sulla linea del fronte «al di qua o al di là della quale si è nella Chiesa o al di fuori» (Yves Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa, Jaca Book, Milano 1972, p. 188).

Da un altro punto di vista «il ricercatore giudica suo diritto inalienabile esplorare tutti gli spazi, anche i più vicini ai precipizi: anzi, di solito proprio dai margini estremi si possono raccogliere i fiori più originali e più rari. Il “pastore” invece si ferma a una certa distanza dai baratri: sa che, se egli si spinge fino all’orlo del burrone, qualche “pecora” fatalmente vi cade» (Giacomo Biffi, Il quinto evangelo, ESD Bologna 2008, p. 10).

In altri termini, va bene costruire ponti sino al limite, ma questo vale per gli impegnati alle frontiere e per i ricercatori. La pastorale ordinaria deve rispettare un limite di sicurezza. Così pensavano, senza essersi consultati, Congar e Biffi. Un margine che oggi non esiste più perché l’attuale comunicazione rende di pubblico dominio questioni limite complesse che vengono mediaticamente semplificate al ribasso, tipo: i protestanti possono fare la comunione con i cattolici; gli “irregolarmente coniugati” possono fare sesso ma anche fare la Comunione; incontriamoci con gli “altri” senza timori e senza troppe questioni tanto abbiamo tutto lo stesso Dio ecc.

Invece ci vuole il contrappunto: costruire ponti, ma anche innalzare muri; avvicinarsi al limite, ma anche salvaguardare una zona di sicurezza. Solo così la comunità cristiana viene “edificata”, cioè costruita.

(fonte: lanuovabq.it)


Se i pastori “escono” senza Gesù diventano pecore

«Chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio» (2Gv 9). In sintesi: sì uscire nelle periferie, ma rimanere in Gesù, nella sua parola, amore e dottrina. Perché l’idea di “avere l’odore delle pecore” non si trova nel Vangelo, che dice ai pastori di essere «modelli del gregge» e quindi alle pecore di avere l’odore dei pastori.

di P. Riccardo Barile OP (10-07-2018)

In un precedente intervento abbiamo esaminato lo slogan pastorale “Costruire ponti e abbattere muri”, origine di un atteggiamento presunto nuovo e diversamente espresso da altre frasi, tra le quali ne prendiamo in considerazione altre due correnti.

LA CHIESA IN USCITA è per così dire il movimento della nuova svolta pastorale, un timbro per autenticare tante iniziative edificanti ma anche tante sciocchezze. In realtà nulla è più fondato di questa frase, dal momento che Gesù Cristo per primo fu “in uscita”: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre» (Gv 16,28), comunicando lo stesso movimento ai discepoli: «Come tu (Padre) hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo» (Gv 17,18); «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 29,19). Molto presto per i discepoli “uscire” significò abbandonare il contesto culturale e i destinatari loro familiari per rivolgersi ad altri: è la svolta di Paolo nella sinagoga ad Antiochia di Pisidia: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete (…), ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani» (At 13,46). La missione era stata voluta dallo Spirito Santo (cf At 13,2), ed è grazie ad essa che oggi il cristianesimo è universale e non ridotto a una setta ebraica.

È ciò che la Chiesa ha sempre fatto. Quando però oggi si parla di “Chiesa in uscita” si vuole sottolineare qualcosa di più: «Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cf Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, “zoppi, storpi, ciechi, sordi” (Mt 15,30)» (Discorso di Papa Francesco del 10.11.2015 a Firenze, Convegno Chiesa italiana). La formula “Chiesa in uscita” spinge ad andare verso chi è ai bordi della strada, verso le periferie; spinge ad uscire dalle problematiche ecclesiali interne, odierne e storiche, per passare per annunciare Gesù Cristo a chi è fuori; spinge a correre allegramente dei rischi ecc.

Ma… c’è un “ma”. Le Scritture del NT hanno un contrappunto fortissimo all’uscire, che è il “rimanere”. Chi rimane è anzitutto Gesù, che rimane nel Padre: «Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? … il Padre, che rimane in me, compie le sue opere … io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,10-11). Di conseguenza è detto ai discepoli: «Rimanete in me e io in voi … chi rimane in me e io in lui porta molto frutto … se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi … rimanete nel mio amore» (Gv 15,4-10). Anzi – se non fosse un testo della Scrittura non avrei il coraggio di citarlo, tanto è politicamente scorretto – bisogna addirittura… rimanere nella dottrina (!): «Chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio» (2Gv 9).

Attraverso l’immagine di Gesù Cristo buon pastore viene detto che la salvezza è entrare nel recinto: «Se uno entra attraverso di me, sarà salvato» (Gv 10,9). Dal quale si può uscire ma camminando dietro a Gesù Cristo: «quando (il pastore) ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (Gv 10,4), perché è attraverso Gesù che «uno (…) entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9).

In sintesi: sì uscire verso le periferie, ma per portare gli altri dentro al recinto; sì uscire, ma camminare dietro a Gesù Cristo; sì uscire, ma rimanere in Gesù, nella sua parola, nel suo amore e… nella dottrina. C’è da domandarsi se tante “uscite” non siano in realtà delle “evasioni” perché non rispettano il contrappunto del “rimanere”. C’è da domandarsi se il prendere allegramente sottogamba la dottrina tradizionale in nome dell’uscire verso i lontani sia fondato o no sulle Scritture e sulla Tradizione.

Questo “rimanere” per alcuni nella Chiesa si concretizza in uno stato di vita. Ad esempio per i certosini: «Il nostro impegno e la nostra vocazione consistono principalmente nel dedicarci al silenzio e alla solitudine della cella (…). Conviene perciò che l’abitatore della cella badi con diligente sollecitudine di non inventare o accettare occasioni di uscirne, eccettuate quelle che sono generalmente stabilite, ma piuttosto stimi la cella così necessaria alla sua salvezza e alla sua vita come l’acqua ai pesci e l’ovile alle pecore» (Statuti certosini I,4). A fronte di tante frasi assolute e correnti sulla “Chiesa in uscita”, viene da domandarsi se chi osserva consuetudini del genere abbia ancora diritto di appartenere alla Chiesa… Eppure è uno spirito che va conservato. Ad esempio il biografo e confessore di santa Caterina da Siena († 1380), il beato Raimondo da Capua († 1399), racconta che Caterina «per ispirazione dello Spirito Santo fabbricò nella sua anima una cella segreta dalla quale si impose di non uscire mai per qualunque cosa al mondo» e a lui, occupato nei viaggi, consigliò: «Fatevi una cella nella mente, dalla quale non possiate mai uscire» (Legenda maior 49).

La buona salute della “Chiesa in uscita”, necessaria per l’evangelizzazione, sta nel contrappunto con il rimanere, nel restare in comunione con quanti nella Chiesa sono il sacramento di questo rimanere (i quali e le quali a loro volta “rimangono” perché l’uscita porti frutto), nel rimanere in Cristo e nella dottrina nel momento stesso in cui si esce ecc. Nota bene: ci sarebbe anche l’uscita da Babilonia per non associarsi ai suoi peccati (Ap 18,4; Is 48,20; 52,11), che nella tradizione spirituale cristiana ha giustificato – solo per alcuni – la prassi della “fuga mundi – fuga del/dal mondo”, uscita molto diversa dall’attuale “Chiesa in uscita”: ma di questo è meglio che stia zitto, anche per ragioni di incolumità personale!

L’ODORE DELLE PECORE è l’altra frase pastorale corrente, ma rivolta al pastore, che “deve avere l’odore delle pecore”. Frase che diventa complessa se si comincia ad analizzarla. Anzitutto il pastore, con buona pace del gender, non è una pecora, né sarebbe un buon sintomo che desiderasse diventarlo. Si tratta solo di assumere l’odore delle pecore. Ma come? Un appiglio biblico potrebbe essere l’immagine della pecorella nel rimprovero di Natan a Davide, vissuta e cresciuta «insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno» (2Sam 12,3): un odore che deriva da una comunanza di vita. In questo senso Gesù ha l’odore delle pecore perché «ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana» (Preghiera eucaristica IV), «in tutto simile ai fratelli», «messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 2,17; 4,15).

Ma fino a che punto ci si deve spingere? Per avere l’odore delle pecore sposate il pastore deve essere sposato e con figli (cf la problematica intrigante di 1Tm 3,2-5)? Per avere l’odore delle pecore allo sballo il pastore deve andare qualche volta in discoteca al sabato sera? Per avere l’odore della vertigine dei soldi deve qualche volta provarsi a giocare in borsa? E se le pecore odorano 5 Stelle e Lega il pastore deve smetterla di odorare PD? La risposta è ad un altro livello, dal momento che il Salvatore da adulto non ha esercitato un mestiere, ha vissuto da celibe e si è limitato ad accettare qualche invito a pranzo o a cena.

Sembra che il senso esatto odierno della frase sia di essere immersi nelle condizioni ordinarie della vita in quanto ciò è esigito dall’evangelizzazione: «Mantenere un sano contatto con la realtà, con ciò che la gente vive, con le sue lacrime e le sue gioie, è l’unico modo di poterla aiutare, di poterla formare e comunicare. È l’unico modo per parlare ai cuori delle persone toccando la loro esperienza quotidiana: il lavoro, la famiglia, i problemi di salute, il traffico, la scuola, i servizi sanitari e così via… È l’unico modo per aprire il loro cuore all’ascolto di Dio» (Omelia di Papa Francesco del 10.11.2015 a Firenze, Convegno Chiesa italiana). Attenzione, non è detto che è “un” modo, ma che è “l’unico” modo.

Ma… c’è un “ma”. “Avere l’odore delle pecore” non si trova alla lettera nel NT, il quale invece insegna che i pastori hanno da essere «modelli del gregge» (1Pt 5,3). Paolo si propone come modello: «Sapete in che modo dovete prenderci come modello … modello da imitare» (2Ts 3,7.9) e chiede di essere imitato (cf 1Cor 4,16; Fil 3,17) come egli imita Cristo: «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). Così Timoteo e Tito devono essere “esempio” ai fedeli «nel parlare, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza» (1Tm 4,12), nelle «opere buone, integrità nella dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile» (Tt 2,7-8). Così bisogna imitare la fede dei “capi” (cf Eb 13,7) ecc. Da queste citazioni si potrebbe concludere che “le pecore devono avere l’odore dei pastori”, che è il contrappunto dei pastori con l’odore delle pecore.

Le due prospettive non si escludono, ma sarebbe rovinoso enfatizzare l’ultima solo perché è di moda. L’impostazione corretta è partire dallo Spirito Santo che parla nelle Scritture – e da una lunghissima Tradizione – secondo le quali i capi e per estensione i pastori sono dei modelli proprio perché nelle condizioni ordinarie della vita sanno comportarsi con il “senso di Cristo” attraverso la carità, la fede, la dottrina, le opere buone, il saggio governo della Chiesa ecc. Ma perché siano recepibili come modelli occorre che abbiano l’odore delle pecore, cioè vivano nelle loro condizioni. Forse questa esigenza si era un po’ offuscata e giustamente oggi la si ribadisce. Ma guai a ribadire essa sola: senza il contrappunto del modello, i pastori, soltanto preoccupati di acquisire l’odore delle pecore, molto presto ridiventerebbero pecore, per non dire pecoroni.

(fonte: lanuovabq.it)

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