Jack il pasticciere vince, ma la libertà è appesa a un filo

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione a Jack Phillips, il pasticciere cristiano che nel 2012 si rifiutò di preparare una torta per un’unione gay. Dopo anni di battaglie legali hanno prevalso le ragioni della libertà di religione e di parola. Ma la guerra non è ancora vinta: i giudici hanno avvertito: la sentenza vale solo per l’imputato. In futuro altri potranno ricevere un trattamento diverso per evitare uno stigma sugli omosessuali.

di Tommaso Scandroglio (05-06-2018)

Nel 2012 David Mullins e Charlie Craig, coppia omosessuale del Colorado, vogliono “sposarsi” ma il loro Stato, a quel tempo, non aveva ancora riconosciuto le “nozze” gay. Allora pensano di convolare a “nozze” in Massachusetts. Però vogliono ordinare una torta nuziale in una pasticceria del posto e dunque, nell’estate di quell’anno, entrano nell’esercizio commerciale di Jack Phillips.

Jack Phillips, il pasticcere diventato simbolo della libertà religiosa e della verità della legge naturale.

Jack, di credo protestante, si rifiuta sia per motivi religiosi sia perché i “matrimoni” omosex per l’appunto allora non erano ancora legali. Il pasticciere ebbe poi modo di spiegare che “sin dall’inizio della storia dell’umanità la volontà di Dio in merito al matrimonio è che dovrebbe essere l’unione di un uomo e di una donna. Preparare una torta nuziale per un evento che celebra qualcosa che va direttamente contro gli insegnamenti della Bibbia, sarebbe stata un’approvazione personale” a tale evento. Da notare che Jack si rifiutò di preparare torte nuziali per coppie omosessuali altre sei volte.

Mullins e Craig allora fecero ricorso alla Commissione per i diritti civili del Colorado sulla presunta discriminazione in base all’orientamento sessuale da loro subita e in violazione della legge anti-discriminazione vigente in quello Stato che così recita: “È una condotta discriminatoria e illegale rifiutare, astenersi da o negare, direttamente o indirettamente, a un individuo o a un gruppo, a causa di disabilità, razza, credo, colore, sesso, orientamento sessuale, stato civile, origine nazionale o ascendenza, il pieno e uguale godimento di beni, servizi, strutture, privilegi, vantaggi o alloggi presso un esercizio pubblico”.

La Commissione diede ragione alla coppia e condannò Jack a redigere un rapporto trimestrale per i futuri due anni e un report che documentasse quali iniziative gay friendly il pasticciere avesse avviato per dimostrare la sua buona condotta. Jack dal canto suo fece ricorso a sua volta presso la Corte di Appello, ma il suo ricorso venne rigettato. L’indomito Jack allora dapprima scomodò i giudici della Corte Suprema del Colorado, che respinsero il ricorso, e poi quelli della Corte Suprema degli Stati Uniti e questi, sette su nove, ieri gli hanno dato ragione.

Proviamo a spremere il succo delle 59 pagine della sentenza emessa dalla Corte Suprema. I giudici ravvisano uno scontro tra due principi: la tutela che lo Stato deve approntare contro ogni tipo di discriminazione e l’esercizio della libertà di parola e di religione, garantita dal Primo emendamento. La Corte Suprema ha fatto prevalere, ma solo per questo caso specifico, il secondo principio. Ecco le motivazioni. In primis la ragione più ovvia: preparare quella torta sarebbe stata una compressione indebita della libertà di religione. In secondo luogo, assecondando un giudizio espresso dallo stesso Phillips, confezionare quel dolce in uno Stato dove i “matrimoni” gay erano proibiti poteva essere letto come consenso ad un rito vietato dalla legge. In terzo luogo la Commissione aveva già trattato casi simili, ma le sue decisioni erano sempre state a favore degli esercenti di pubblici esercizi.

La Corte non ha ravvisato differenze così sostanziali tra quei casi e la vertenza che interessava la Masterpiece Cakeshop di proprietà di Jack che giustificasse un rigetto del ricorso. Insomma due pesi e due misure. In quarto luogo la discriminazione a danno delle persone omosessuali non si può ravvisare nella scelta di Jack perché lo stesso ha dichiarato che non avrebbe nessun problema a preparare una torta di compleanno o qualsiasi altro dolce per una persona omosessuale. Il rifiuto verte sul “matrimonio” omosessuale e non sulla persona omosessuale. Quinto motivo: l’offesa subita da Jack nel vedersi costretto a preparare la torta non può essere misurato dai giudici, bensì meramente registrato.

E qui arriviamo alla motivazione che per la Corte ha assunto maggior peso, tanto peso che i giudici, nel loro giudizio sintetico, hanno speso solo un paio di righe in merito alla questione della discriminazione omosessuale, questione davvero marginale in questa sentenza. La Commissione, secondo la Corte Suprema, sarebbe entrata gamba tesa nelle convinzioni religiose di Jack e non avrebbe assunto una doverosa neutralità in merito ai suoi sentimenti religiosi. Così i giudici si esprimono sull’operato dei membri della Commissione: “La trattazione della sua [di Phillips] causa da parte della Commissione per i diritti civili presenta alcuni elementi di ostilità, chiari e inammissibili, nei confronti delle credenze religiose, espresse con sincerità, che hanno motivato la sua obiezione”. La Corte ha rintracciato nei verbali dei lavori della Commissione la presenza di “commenti inappropriati e sprezzanti che mostrano la mancanza di debita considerazione per la libertà di Phillips di esercitare i propri diritti e per il dilemma che ha dovuto affrontare”. Uno dei commissari si spinse a dire che nel passato la libertà di religione ha giustificato persino l’olocausto.

La Corte Suprema ricorda alla Commissione che “il governo […] non può imporre regole ostili alle credenze religiose dei cittadini e non può agire in un modo che si formuli un giudizio negativo sulle credenze o pratiche religiose o si presupponga l’illegittimità delle stesse”. In conclusione “Phillips aveva diritto a un decisore neutrale che avrebbe dato piena e giusta considerazione alla sua obiezione religiosa mentre cercava di affermarlo in tutte le circostanze in cui questo caso è stato presentato, valutato e deciso”. In buona sostanza l’errore più grosso della Commissione è stato affermare che i valori religiosi in cui crede Jack valgono zero.

Tutti contenti quindi? No, almeno per due motivi, uno di carattere giurisprudenziale, l’altro di carattere giusfilosofico. La Corte a più riprese ha affermato che questo giudicato vale solo per il caso di specie, ma non per altri simili altrimenti si arriverebbe allo “stigma sociale” per le persone omosessuali. Così i giudici: “Ogni [futura] decisione a favore dei pasticceri dovrebbe essere sufficientemente vincolata, per timore che si finisca che tutti i fornitori di beni e servizi, i quali si oppongono ai matrimoni gay per motivi morali e religiosi, possano appendere cartelli che recitino: “Nessun prodotto o servizio sarà venduto se saranno usati per i matrimoni gay”.

Il secondo motivo per non rallegrarsi troppo sta nel concetto tutto occidentale e contemporaneo di libertà. I giudici americani, al pari di quelli europei, stanno sempre lì con la bilancia in mano per capire quale tra due libertà tra loro confliggenti debba prevalere. Ha la priorità la libertà della coppia gay di sposarsi o la libertà di Jack di rifiutarsi di preparare quella torta? Parimenti: prevale il diritto alla donna di uccidere il figlio che tiene in grembo o il diritto del medico di rifiutarsi di compiere un omicidio? Pesa di più il diritto del bambino a nascere oppure il diritto di una coppia di diventare genitori con la fecondazione artificiale? Non se ne esce.

Ed infatti si può ben dire che la decisione di ieri della Corte Suprema è una rondine che non fa primavera e che la stessa Corte ha fatto intendere che in futuro, su una causa simile, potrebbe anche decidere in modo diverso perché al mutamento delle circostanze ecco che un piatto della bilancia potrà pesare più dell’altro. Se quindi il criterio è quello del bilanciamento di interessi contrapposti da giudicare nella prospettiva del liberalismo entriamo in un vicolo cieco. Se invece ci domandiamo: “Il ‘matrimonio’ omosex, l’aborto e la fecondazione artificiale sono un diritto?”, allora la soluzione a simili vertenze sarebbe semplicissima. Semplice come la risposta a questa domanda: no, non sono dei diritti e quindi è inutile anche prendere in mano la bilancia.

(fonte: lanuovabq.it)

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