Piazza Allah, la silenziosa colonizzazione islamica

Zone dove possono entrare solo musulmani e in cui si applica la legge coranica. Parcheggi vietati agli infedeli. Progetti di moscheizzazione. Sono sempre di più i casi di palese colonizzazione islamica delle città italiane. Il jihad è un progetto globale, che agisce localmente con pazienza e assiduità, mentre noi dormiamo.

di Lorenzo Formicola (27-05-2018)

L’Italia che si rifà il profilo pare un Paese inconsapevole. Le più popolose città del Belpaese sono dotate, ormai, di no go zone islamiche, i quartieri ghetto il cui accesso è vietato ai non musulmani. Centri religiosi islamici abusivi e parcheggi inaugurati nel “nome di Allah”, sono, invece, il nuovo che avanza.

E può succedere allora che a Legnano tutti i venerdì, all’ora di pranzo agli automobilisti che non credono nel Corano è vietato il parcheggio. Un calvario imposto dalla comunità musulmana in via XX Settembre, nelle immediate vicinanze dell’Associazione culturale italo-araba, un vero e proprio luogo di culto a detta degli stessi fedeli che la frequentano. «Tutti i venerdì di preghiera, dalle 12 alle 14 — racconta la gente che abita la zona — davanti ai posti auto pubblici si posizionano delle “sentinelle”avvolte in tuniche e veli. E lì fanno parcheggiare solo coloro che credono nella religione islamica. Se non sei uno di loro ti rispondono che quel parcheggio è riservato ad altri. E guai a lamentarsi».

A Brescia dove oggi oltre il 18% dei residenti sono immigrati, e camminare per le strade principali vuol dire anche incappare in saracinesche con cartelli attaccati con lo scotch che pubblicizzano corsi in arabo e assistenza fiscale e familiare, da ieri sono esattamente due anni che una vecchia cascina è stata trasformata in moschea. Là nel 2016 l’Ucoii (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia) e il Qatar mettevano la prima pietra di una “nuova collaborazione” con la comunità islamica bresciana e battezzavano il parcheggio della moschea in ‘piazza Allah’. La realizzazione, a cui ha generosamente contribuito con 100 mila euro (su 140 mila) la Qatar charity foundation, è intoccabile, ed è l’orgoglio dei sessantuno mila musulmani che vivono nel bresciano.

Difficile intenderli, quelli sopra riportati, come casi marginali o, comunque, poco significativi. È da sempre che il secolarismo ama ‘consigliare’ ai cristiani, in nome dell’armonia sociale, di tenere la religione alla larga dagli spazi pubblici, perché un fatto privatissimo. E un fatto privato non dovrebbe mai essere trascinato nella pubblica piazza. Ma una piazza nuda, spogliata volutamente dell’identità culturale che caratterizza un popolo, vuol dire una piazza da vestire. E lo sa bene l’islam che, nel processo d’islamizzazione dell’Occidente in corso, ha imparato ad approfittarne. Perché alla religione islamica non basta pretendere ed ottenere la rimozione di un crocifisso o di un presepe da uno spazio pubblico.

Più spesso che fondare nuove città, i nuovi sovrani islamici hanno, fin dagli albori del loro credo, occupato le città esistenti e trasformate in base alle esigenze della nuova società islamica. Il loro è stato fin dall’inizio un processo di “trasformazione” che si è dimostrato decisivo per lo sviluppo di Medina, per esempio. Da allora lo scopo è far assomigliare i luoghi che vanno ad abitare sempre più a loro stessi, plasmarli a immagine e somiglianza di una religione che tutti dimenticano essere un progetto politico.

Ora, controllare la piazza pubblica nell’Occidente che hanno ripreso ad occupare, non implica necessariamente il controllo del territorio geografico, ma la cosa aiuta sicuramente. I musulmani in realtà già controllano e occupano un numero crescente di strade e piazze in tutta Europa. Sono gli spazi pubblici che occupano per la “preghiera”, senza fatica e con il favore delle autorità. E sono là, visibili a tutti. Devono esserlo. Impongono una presenza importante scandita da orari sui quali è vietato transigere, impongono restrizioni negli spazi pubblici, impongono zone di confine. L’islam che arriva in Europa tende a radunarsi in ghetti, le “no-go-zone”. Aree vietate ai non musulmani e pericolosissime per le donne bianche – pena le violenze sessuali- , e in cui la legge dello Stato è soppiantata dalla shari’a. Perché l’islam agisce sempre per scoraggiare l’integrazione.

E una piazza dedicata ad Allah, allora, è una vittoria, un passo in più nel processo di islamizzazione. Quel complicato processo in virtù del quale le popolazioni islamiche soppiantarono, e soppiantano, i popoli, le civiltà e le religioni dei paesi vinti. Un processo a due modalità: quella della fusione (conversione della cultura locale) e quella della conflittualità (massacri, riduzione in schiavitù).

Maometto, un signore della guerra, ha insegnato, del resto, ai suoi discepoli a pensare globalmente – Sayyid Abul A’la Maududi, uno dei più importanti teorici islamici del XX secolo, ha scritto che “l’Islam richiede la terra – non solo una parte, ma l’intero pianeta” -, ma anche ad avere pazienza ed agire localmente. Essere costretti ad un deviazione perché la strada verso casa è bloccata da musulmani scalzi in preghiera, significa proprio questo. Ma allo stesso tempo si tratta anche di una recriminazione: lamentare l’insufficienza di moschee. “Siamo qui”, ci dicono, “siamo tanti. Dateci quello che vogliamo, o vi renderemo la vita impossibile”.

I musulmani in Europa sono abituati a fare richieste, e a trovarle soddisfatte repentinamente. I menu halal, le sale di preghiera nelle scuole, l’esenzione dagli studi sull’Olocausto, gli impegni scolastici procrastinati in ossequio al Ramadan, presepi e crocifissi da mettere da parte, recite di Natale annullate, il richiamo alla preghiera del venerdì in filo diffusione per le città, sono solo alcune delle richieste avanzate e ottenute.

Eppure nei paesi a maggioranza musulmana, i cristiani non godono della medesima libertà. I cristiani che cercano di portare la loro religione nella pubblica piazza rischiano il carcere o addirittura l’esecuzione capitale. Si tratta di “condizioni” antiche stabilite dal secondo Califfo poco dopo la morte di Maometto. Il “patto di Omar” è una lista di cose da fare e non fare per “governare” la vita dei cristiani che vivono nei loro confini. Il califfo Omar volle ricordare ai cristiani, per esempio, che non sono “autorizzati a costruire o riparare chiese”; “non devono cantare a squarciagola”; “non devono mostrare croci sulle chiese o alzare la voce in preghiera”; “non devono rendere attraente la loro religione, né cercare di convertire qualcuno in essa”; “devono mostrare rispetto nei confronti dei musulmani”. Ma la lista è molto più lunga e, soprattutto, difficilmente fraintendibile.

E la sottomissione della pubblica piazza ad Allah, a Ovest del mondo, è la ragione d’essere dell’islam a cui l’Occidente sta cedendo.

(fonte: lanuovabq.it)

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