L’ospedale di Alfie: scandali, negligenze e processi persi

Oggi alle 12 il giudice deciderà la data della rimozione della ventilazione. Ieri il padre di Alfie ha denunciato ancora l’ospedale per incuria. Perché, allora, durante il processo il giudice ha confidato solo nel parere dell’Alder Hey Hospital? Si penserebbe che la sua fama meriti tale fiducia, ma sono decine le morti per incuranza, centinaia gli organi asportati senza consenso e diversi i richiami delle autorità sanitarie: benvenuti nel Terzo Mondo.

di Benedetta Frigerio (11-04-2018)

Ieri sera Thomas Evans, il padre di Alfie Evans, ha reso noto che oggi alle 12 il giudice deciderà quando rimuovere la ventilazione a suo figlio e ha denunciato l’incuria con cui lo stanno trattando e la complicazione di un’infezione alle urine. Thomas ha mostrato il monitor del ventilatore che rileva che il bimbo respira anche in autonomia, ma ha continuato: «L’Alder Hey vuole sottrarre questa vita a noi, a lui, a Dio: questi sono dei diavoli in mezzo a noi!… la ventilazione non è una cura» e «nostro figlio dovrebbe essere ricoverato in Italia…nostro figlio non sta morendo, perché devono fargli questo?». Thomas ha l’intelligenza dei semplici e di tanti altri genitori che si sono visti umiliati da questo stesso ospedale.

Ci si chiede come mai, allora, durante il processo che ha condannato a morte Alfie Evans, il giudice abbia dato ragione ai medici dell’Alder Hey Hospital di Liverpool, che, pur privi di prove cliniche certe sulla condizione del piccolo ricoverato dal dicembre del 2016, vogliono privarlo del supporto vitale della ventilazione causandone il decesso. Verrebbe da credere che la fama e il successo di questo ospedale sia tale da meritare la fiducia della giustizia inglese. Peccato che anni e anni di negligenze provate dicano esattamente l’opposto.

Non solo il caso di Alfie in cui, come abbiamo già raccontato, la realtà ha smentito più volte le prognosi di morte dei medici, ma anche tantissimi altri mostrano le mancanze e l’approssimazione del personale dell’Alder Hey. Avevamo già raccontato l’agghiacciante vicenda di Joshua Molyneux (nella foto a sinistra), un bambino handicappato di 11 anni morto in seguito ad un’operazione per gravissime negligenze dei medici appurate dalla magistratura, ma la fila degli orrori di questa struttura pare senza fine. Partiamo dal 2001, l’anno in cui l’Alder Hey fu accusato di aver rimosso gli organi di centinaia di bambini sia morti sia vivi, senza avvisare i genitori. Seguirono proteste e cause giudiziarie, anche perché molti dei bambini furono riconsegnati alle famiglie in lutto privi di diverse parti del copro. Oltre ai medici anche l’ospedale fu accusato di omesso controllo e di mancanza di trasparenza nell’avvisare i genitori dell’accaduto, tanto da costringere alcune famiglie a riaprire le bare.

Lo scandalo emerse quasi casualmente, quando il cardiologo Robert Anderson, in seguito ad un’altra indagine, rivelò che presso l’Alder Hey Hospital c’era un “negozio” di cuori di bambini. L’ospedale ammise il fatto e anche che erano state rimosse delle ghiandole linfatiche di bambini ancora vivi durante diverse operazioni chirurgiche per essere poi vendute ad una casa farmaceutica che aveva poi finanziato il dipartimento di cardiologia dell’ospedale.

Sempre in quegli anni accadde che un bimbo di 18 mesi, Jake McGeough, morì quando un’infermiera dell’Alder Hey gli iniettò un farmaco che aveva poi bloccato il suo cuore. Il piccolo era stato ricoverato nel 2001 per problemi respiratori, ma dal momento che nessun medico era libero gli accertamenti erano stati eseguiti dall’infermiera e da una sua collega più giovani di lei. Di fronte all’agitazione del piccolo, senza alcuna prescrizione medica l’infermiera invece che un sedativo aveva somministro al piccolo, che respirava in autonomia, del Vecuronio che bloccò il muscolo cardiaco. L’ospedale garantì al giudice che, in seguito a questo episodio, erano state emanate nuove linee guida per evitare che si ripetesse un fatto simile. Promesse da marinaio?

Nel 2006 l’ospedale fu denunciato per la morte di Madison Perry, 2 mesi, perché le infermiere avevano sbagliato a leggere le dosi della terapia. La piccola, dopo un intervento chirurgico al cuore, aveva bisogno di una dose di 1.500 unità di Eparina ma ne furono somministrate ben 15.000, nonostante fra le infermiere ci fosse stata una discussione a riguardo della lettura della terapia a cui non seguì alcuna verifica medica. L’errore sarebbe poi stato individuato se gli esami del sangue non fossero stati ritardati di 7 ore. La famiglia dichiarò che «dalla morte di Madison abbiamo passato quasi due anni a combattere contro l’ostruzionismo dell’amministrazione ospedaliera». L’unica risposta dell’ospedale fu questa: «Ci dispiace per l’accaduto, abbiamo avviato un’indagine approfondita di quanto avvenuto, con il proposito di prevenire che ciò accada ancora in futuro».

Anche questa volta l’ospedale promise di rimediare, ma nel dicembre del 2014 la Care Quality Commission (CQC) incaricata di indagare sul buon andamento della sanità inglese ha scoperto che l’Alder Hey non soddisfava quattro dei cinque standard di sicurezza medica nazionale. Si va dalla mancanza di macchinari e attrezzature sufficienti a monitorare i pazienti, fino agli scarsi controlli di manutenzione degli stessi. Sono stati rilevati anche problemi per la mancanza di personale qualificato. Il direttore regionale del CQC, Malcolm Bower-Brown, aveva dichiarato: «I problemi che abbiamo identificato all’Alder Hey Hospital sono molto preoccupanti: abbiamo detto all’amministrazione in che modo devono essere intraprese ulteriori azioni per garantire che gli standard nazionali siano rispettati e che i pazienti ricevano la qualità di cura che hanno il diritto di aspettarsi».

Un mese prima Channel4News aveva reso pubblico il contenuto di un’indagine sull’ospedale che concludeva: «Il livello di rischio è tale da richiedere la messa in atto di azioni urgenti per evitare esiti negativi e incidenti gravi». La relazione proseguiva così: «Alcune persone hanno riferito che “l’ambiente di lavoro è ostile” e “ci sono numerosi esempi di dipendenti che si sentono pressati nello svolgimento di attività che non ritengono sicure”». Infine, si legge che il personale era convinto che l’amministrazione fosse al corrente dei rischi ma «che c’è un sentimento di sfiducia diffuso sul fatto che possa mai cambiare qualcosa».

Anche lo scorso ottobre l’Alder Hey ha dovuto ammettere la propria responsabilità in seguito alla morte di Caitlyn Parry, 3 anni, avvenuta nel 2010 durante un intervento chirurgico. Sua madre, Sian Parry, ha ottenuto giustizia dopo 7 anni di battaglia legale con l’amministrazione. L’errore ammesso dall’ospedale, come appare in un rapporto visionato dall’Liverpool ECHO, fu quello di recidere due arterie scambiandole per vasi sanguigni durante un’operazione priva dell’aiuto del secondo chirurgo. Di nuovo l’amministrazione aveva risposto che «l’Alder Hey si prende cura di molti pazienti difficili e cerca sempre di mantenere gli standard più elevati… Quando non rispettiamo questi standard, lavoriamo con le nostre équipe per indagare, imparare e migliorare gli interventi».

Eppure, sempre nell’ottobre del 2017, l’ospedale si scusava per la morte di Robyn Louise Ellson, 15 anni, avvenuta nel 2013. La ragazzina dopo la remissione della leucemia era stata dimessa ma la terapia chemioterapica associata alla dialisi aveva avuto conseguenze fatali. Alla fine del processo la famiglia aveva dichiarato che «il training di base insegna a guardare i registri sanitari di qualcuno per verificare se i farmaci sono appropriati, pensare che questo non sia accaduto è terrificante… Niente potrà riportare indietro Robyn, ma quello che ci importa ora è che ci sia una presa di responsabilità e dei cambiamenti per impedire che ciò accada di nuovo». L’Alder Hey ha dovuto ammettere le sue colpe.

Esattamente come nel caso della piccola di quasi tre mesi morta a causa di un batterio (Escherichia coli). L’infezione non fu diagnosticata né curata. L’amministrazione aveva dichiarato: «Desideriamo offrire le nostre sincere condoglianze e scuse alla famiglia…ci rammarichiamo profondamente per questo incidente del 2013 e ammettiamo di non aver implementato le procedure di prevenzione delle infezioni in modo appropriato… È stata avviata un’indagine approfondita e possiamo confermare che abbiamo imparato la lezione e che abbiamo risolto i problemi per garantire che ciò non accada di nuovo».

L’ospedale di Liverpool che nuoce gravemente alla salute!

A questo punto pare che la risposta dell’amministrazione in casi tanto gravi, oltre che menzognera, sia di default: «È stato accertato che alcuni aspetti delle cure che abbiamo fornito non hanno raggiunto gli alti standard che ci siamo prefissati qui all’Alder Hey e per questo siamo profondamente dispiaciuti», ha ribadito l’ospedale lo scorso marzo a riguardo delle indagini sulla morte di Joshua Molyneux, il bambino disabile di 11 anni deceduto dopo un’operazione di routine. Tremenda fu l’arroganza del medico, che nonostante il bimbo fosse livido, aveva risposto con sarcasmo ad un’infermiera convinta che il paziente non stava reagendo bene: «Ogni cosa che dicevo a lui [dottor Murphy] rimbalzava come contro un muro di gomma». Anche un altro operatore sanitario aveva cercato di fargli capire che il paziente stava morendo, ma il medico aveva risposto alle preoccupazioni così: «Che medico sarei se non mi accorgessi se è morto o è vivo?». A questo punto l’accusa di un’amica degli Evans, Gidget Chairmaine Quilter, sul fatto che l’Alder Hey non voglia che Alfie sia trasferito in un altro ospedale affinché non emergano alcuni gravi errori clinici commessi su di lui, risulta decisamente credibile.

Sì, questo è l’ospedale che detiene da mesi Alfie, quello che sempre per un errore medico nella somministrazione degli antibiotici causò al piccolo il ricovero in terapia intensiva, come si legge sui documenti pubblicati dai suoi genitori. Inoltre, sono molte le negligenze riportate da testimoni vicini alla famiglia nella cura di Alfie che il tribunale non ha ammesso in udienza. L’unica campana sentita dal giudice dell’Alta Corte di Londra è quella dei medici, che per ben due volte si sono sbagliati comunicando ai suoi genitori che Alfie stava per morire e che in udienza hanno parlato della sua condizione clinica usando sempre espressioni come «secondo me» prive di fondamenta scientifiche.

Davvero, ci chiediamo come sia possibile che di fronte a precedenti simili il giudice Anthony Hayden abbia scritto una sentenza in cui mostra di credere incondizionatamente ai medici dell’Alder Hey. Perché i giudici non hanno tenuto conto di questo passato giudiziario? E perché non dare una possibilità al fatto che siano i genitori ad aver ragione sul fatto che Alfie lotta per vivere e migliora nonostante non sia curato e sia esageratamente sedato? Cosa hanno tutti da difendere?

(fonte: lanuovabq.it)


L’insignificante tweet di papa Francesco sul caso di Alfie Evans

di Marco Tosatti (11-04-2018)

In queste ore a Londra dei giudici decidono se applicare o meno la condanna a morte per Alfie Evans, già decisa dai medici di un discusso ospedale, contro la volontà dei genitori che vorrebbero cercare altre cure per il loro figlio di due anni. Sapete come la pensiamo: si tratta di un esproprio statuale di quello che è più sacro per ciascuno di noi, e cioè la speranza. Veramente il volto di questa dittatura di menzogne in cui viviamo e a causa della quale spesso moriamo è tremendo e grottesco, imbellettato di parole come diritti, democrazia, e ipocrisia. Ci ha scritto Super Ex (Ex di Movimento per la Vita, Ex di Avvenire e si molte altre cose, ma non ancora Ex cattolico, anche se c’è da dire che ce la mettono tutta per farlo diventare anche questo…) in tema di Alfie, e del Pontefice regnante. Eccolo.

Caro Marco,

tutti i giornali parlano dell’intervento di Bergoglio per Alfie Evans. Di cosa si tratta? Di un’omelia? Di un Angelus? Di un’ intervista interminabile a Scalfari? Di un appuntamento con i suoi genitori, a Roma, in Vaticano? Di un invito ai medici a rispettare la vita? Di un monito ai giudici: “attenti, la vita non è vostra proprietà!”?

Nulla di tutto ciò. Stiamo parlando di un tweet. Un cinguettio, pio pio… flebile flebile.

Se il passato insegna qualcosa, sappiamo cosa è successo per Charlie Gard: richiesto da migliaia e migliaia di persone, e da giornali a tutta pagina, Bergoglio si scomodò, solo all’ultimo… anche allora con un tweet! Fu spontaneo, sentito, zeppo di passione? Probabilmente fu soltanto perchè gli venne spiegato che tacere del tutto diventava incredibilmente imbarazzante e controproducente. Per Charlie un cinguettio impersonale, in zona Cesarini; dopo Charlie, la legge sul biotestamento in italia: in questo caso neppure in tweet (forse in Vaticano non c’era segnale per la rete). Per Alfie, ripetiamolo, un tweet.

Ora, che a Bergoglio di eutanasia, aborto, matrimoni e adozioni gay non importi nulla, si è capito. Baterebbero le nomione di Paglia e Galantino a dimostrarlo.

Ma che vi siano cattolici pro life che continuano a rilanciare il tweet di Bergoglio pro Alfie quasi avesse compiuto un gesto eroico, un sovraumano atto di ribellione e di coraggio contro la cultura di morte, fa davvero sorridere!

Il cattolicesimo non disprezza la ragione e il buon senso, doni di Dio: per questo sarebbe meglio che chi ritiene inopportuno criticare Bergoglio per il suo assordante silenzio, evitasse, appunto, di parlare. Meglio tacere, che dire e ribadire che “il papa ha parlato in difesa di Alfie”: per favore, no! Guardiamo la realtà in faccia, perchè è attraverso di essa che Dio ci parla.

Si può notare la verità, si può tacere, ma fingere di credere ad un tweet è mentire.

(fonte: marcotosatti.com)

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