La santità secondo Bergoglio: prima l’attività sociale, poi la preghiera

Presentata ieri in Vaticano Gaudete et exsultate, la terza esortazione apostolica di Papa Francesco che si occupa di via alla santità nel mondo contemporaneo. Sancito il primato dell’azione, pur non tralasciando la preghiera, volta al cambiamento sociale.

di Lorenzo Bertocchi (10-04-2018)

«Una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche. Ma questa donna dice dentro di sé: “No, non parlerò male di nessuno”. Questo è un passo verso la santità». E’ uno degli esempi tratti da Gaudete et exsultate, la terza esortazione apostolica di Papa Francesco presentata ieri in Vaticano e che si occupa appunto di via alla santità nel mondo contemporaneo. Come si comprende dall’esempio della comare che resiste, «non è un trattato sulla santità», ma è un documento che vuole favorire una «santità della porta accanto», come scrive Francesco. Una chiamata ad essere santi a cui tutti devono poter rispondere, «ognuno per la sua via».

L’AGIRE CHE SANTIFICA

Il testo riprende i temi cari al papato di Bergoglio. Occorre concepire la vita come «una missione» e l’identificazione «con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti». Tra preghiera e servizio, il Papa propone un certo primato dell’azione, pur non eliminando la preghiera. «Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio».

Dopo aver indicato la via della beatitudini come strada maestra per la santità cristiana, il Papa si sofferma sulla «grande regola di comportamento»: il fatto che saremo giudicati sulla carità (Mt 25, 36). E «in questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi». Un azione, dice il Papa citando un documento dei vescovi canadesi, in cui «non si tratta solo di realizzare alcune buone azioni, bensì di cercare un cambiamento sociale».

LA DIFESA DELLA VITA COME L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI

Bisogna evitare di agire senza coltivare la propria relazione con il Signore, ma Francesco mette in guardia «l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono». Per questo Francesco dice che «la difesa dell’innocente che non è nato» (chiara, ferma e appassionata), è sullo stesso piano della difesa della «vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto».

E’ il superamento di quei principi non negoziabili che fin dall’inizio del pontificato Bergoglio ha più volte espresso, dicendo che per lui tutti i valori non sono negoziabili. Difesa della vita, famiglia e libertà di educazione, sono principi più che valori, e hanno caratterizzato i pontificati precedenti e costituiscono i cardini antropologici della dottrina sociale della Chiesa. Francesco scrive nell’esortazione che «spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli».

I RIGIDI: PELAGIANI E GNOSTICI

Il secondo capitolo riprende un altro tema caratteristico del pontificato di Francesco, la lotta contro quella che individua come una duplice tentazione spirituale e che diventa quindi un «sottile nemico della santità». Recentemente la congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato un documento, Placuit deo, in cui ha specificato come possono essere intesi i concetti di neo-pelagiani e neo-gnostici che il Papa ha introdotto. In Gaudete et exsultate si ribadisce che si tratta di persone che pensano di salvarsi da sole, con la sola forza dell’intelligenza o della volontà, gnostici i primi, pelagiani i secondi. Ma oltre questa indicazione di massima, potremmo dire che i due gruppi sono quei «rigidi» contro cui più volte Francesco ha fatto sentire la sua voce. «Quando qualcuno ha risposte per tutte le domande», scrive, «dimostra di trovarsi su una strada non buona ed è possibile che sia un falso profeta, che usa la religione a proprio vantaggio, al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali». Si manifesta anche con «l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale».

I RISCHI DEL CONSUMISMO E DEL WEB

«Il consumismo edonista può giocarci un brutto tiro, perché nell’ossessione di divertirsi finiamo con l’essere eccessivamente concentrati su noi stessi, sui nostri diritti e nell’esasperazione di avere tempo libero per godersi la vita. Sarà difficile che ci impegniamo e dedichiamo energie a dare una mano a chi sta male se non coltiviamo una certa austerità (…) Anche il consumo di informazione superficiale e le forme di comunicazione rapida e virtuale possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli». In un altro passaggio riferito dove si parla delle armi per la santità, c’è un riferimento al clima del web che non favorisce la mitezza e la pazienza. «Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui. Così si verifica un pericoloso dualismo, perché in queste reti si dicono cose che non sarebbero tollerabili nella vita pubblica, e si cerca di compensare le proprie insoddisfazioni scaricando con rabbia i desideri di vendetta».

IL DEMONIO NON E’ UN MITO

Dopo le polemiche sull’inferno inesistente, teorizzato da Eugenio Scalfari nell’ultima sua trascrizione giornalistica di un colloquio privato avuto con il Papa, Francesco scrive a tutti i cattolici che «non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva soprannaturale». Mentre c’è, ed è «un essere personale che ci tormenta». «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea».

(fonte: lanuovabq.it)


Non c’è azione buona senza preghiera

Colpisce nell’esortazione apostolica sulla santità la descrizione di un primato dell’azione che arriva fino all’incomprensione della vita contemplativa. Non così la viveva una santa della carità come madre Teresa di Calcutta.

di Riccardo Cascioli (10-04-2018)

È sempre positivo che ci venga ricordato che «per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità» e che «tale missione trova pienezza di senso in Cristo e si può comprendere solo a partire da Lui». E con questo spirito accogliamo dunque l’esortazione apostolica Gaudete et Exsultate.

Per comprendere meglio il senso di questo documento è tuttavia necessario chiedersi anche il motivo per cui viene proposto. Un documento è infatti giustificato dalla necessità di riproporre un tema dimenticato o perché si intende dire qualcosa di nuovo. Escluderemmo la prima ipotesi: da Giovanni Paolo II in poi il tema della santità è stato infatti al centro della preoccupazione pastorale. Con papa Wojtyla, soprattutto attraverso la canonizzazione di tanti santi moderni, indicati come esempio al popolo di Dio: 482 i santi e 1345 i beati proclamati in 27 anni, praticamente lo stesso numero dei quattro secoli precedenti. Benedetto e Francesco hanno sostanzialmente continuato sulla stessa strada, rendendo quindi la santità un fatto familiare, al punto che sono molti oggi coloro che possono dire di aver conosciuto personalmente almeno un santo o un beato.

Dunque è più probabile che Gaudete et Exsultate si giustifichi con la necessità di dire qualcosa di nuovo e di diverso sulla santità. In effetti già nel sottotitolo si parla di «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo»: la curiosità linguistica, visto che la chiamata alla santità è sempre nel mondo contemporaneo, vuole evidentemente affermare che c’è qualcosa nella società di oggi che richiede una ridefinizione del concetto di santità. In effetti, se si voleva semplicemente elencare le caratteristiche e le indicazioni per una vita santa – cosa che viene fatta per buona parte dell’esortazione – sarebbe bastato consigliare la lettura dell’Imitazione di Cristo, un classico della spiritualità, sempre attuale e pedagogicamente insuperato.

Con Gaudete ed Exsultate si vuole dunque introdurre qualcosa di nuovo, porre un accento nuovo, sicuramente in linea con i temi ormai noti di questo pontificato. Dire “nuovo” in realtà sembra azzardato perché chi ha vissuto gli anni ’70 del XX secolo non può non ritrovare qui l’eco di una certa teologia politica allora di moda, il cui esito era che Non basta più pregare, come diceva il titolo di un famoso film cileno del 1971. Era la storia di un prete che a contatto con l’estrema povertà pian piano si converte alla battaglia per la giustizia sociale. Oggi la terminologia è in parte cambiata ma in Gaudete et Exsultate, pur senza dimenticare la preghiera, è chiarissimo il primato dell’azione, che arriva fino all’incomprensione per la vita contemplativa: «Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione».

Eppure una santa della carità come madre Teresa di Calcutta insegna una prospettiva ben diversa, come appare chiaro dall’aneddoto riportato tempo fa da monsignor Angelo Comastri, che vantava una lunga amicizia con la santa. Riferendosi a una occasione quando egli era ancora prete, monsignor Comastri ricorda: «Mi guardò con due occhi limpidi e penetranti. Poi mi chiese: “Quante ore preghi ogni giorno?”. Rimasi sorpreso da una simile domanda e provai a difendermi dicendo: “Madre, da lei mi aspettavo un richiamo alla carità, un invito ad amare di più i poveri. Perché mi chiede quante ore prego?”. Madre Teresa mi prese le mani: “Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega”. Ci siamo rivisti tante altre volte, ma ogni azione e decisione di Madre Teresa dipendeva dalla preghiera: “Pregando, Dio mi mette il suo amore nel cuore, e così posso amare i poveri”». […]

(fonte: lanuovabq.it)

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