L’ex terrorista rosso Raimondo Etro: “Il mio rimorso per quell’eresia infernale”

Si è scontrato con l’ex BR Balzerani dopo gli sfottò sulla strage di via Fani. La Nuova BQ intervista l’ex terrorista Raimondo Etro: “Non c’è giorno da 40 anni che non guardi in faccia il male che ho commesso: volevamo portare il paradiso, ma abbiamo portato l’inferno in terra. In Italia manca la verità che non è quella che le BR hanno raccontato. Il perdono? Sono fermo ancora sul gradino del rimorso, ma ognuno di noi cerca l’Assoluto”.

di Andrea Zambrano (18-01-2018)

Lei è l’ex brigatista rossa Barbara Balzerani, 69 anni, lui è Raimondo Etro, 61, anch’egli componente delle BR, che con quel passato ha chiuso trascinandosi dietro le scorie di un rimorso che riaffiora costantemente. I due sono stati protagonisti di un battibecco su Facebook nei giorni scorsi, che ha sollevato l’attenzione dei media. La Balzerani con un sarcasmo fuori luogo ha chiesto ironicamente: «Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?». Il riferimento era all’anniversario della strage di via Fani, dove il 16 marzo 1978 venne sterminata la scorta del presidente della DC Aldo Moro, il quale in quell’occasione venne rapito per poi essere ucciso 55 giorni dopo in via Caetani dopo una prigionia che tenne l’Italia sospesa nell’angoscia.

L’ex brigatista rosso Raimondo Etro

E’ stato il momento più tragico della storia repubblicana. Tanto che Etro, dopo aver letto quel post ha apostrofato l’ex compagna di lotta con parole dure: «Avendo anch’io fatto parte di quella setta denominata Brigate rosse… provo vergogna verso me stesso… e profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice». I giornali hanno stigmatizzato le parole della Balzerani e notato come invece Etro abbia mostrato un atteggiamento più dignitoso verso le vittime. Fino a quel «ci rivedremo all’Inferno» pronunciato da Etro, che ha aperto nell’opinione pubblica un capitolo inesplorato e misterioso per chi come gli ex brigatisti, si trascinano ancora sulle spalle quel passato ingombrante carico di morte.

In quel breve post Etro ha giudicato quell’esperienza come un’eresia politico-religiosa, ha parlato di inferno e paradiso e in un certo senso si è fermato davanti alla porta di un giudizio ultimo che prima o poi arriverà, come insegna la dottrina cattolica. Ma le sue parole sono le parole di un uomo che si sente sconfitto e che sembra non potersi permettere il perdono per il male fatto, pur potendo già guardare quelle scelte con occhi liberi dall’ideologia e dalle convenienze giudiziarie.

E’ un uomo in ricerca oggi, Etro, con alle spalle una vita ricominciata dopo il carcere e una nipotina che lo accompagna col sorriso dell’innocenza sul suo profilo Facebook. Una ricerca che si fa drammatica a tratti e sembra non arrivare mai ad un approdo. Dopo alcuni giorni dal nostro primo tentativo di parlargli, l’ex brigatista si è fatto vivo e ha accettato di raccontare alla Nuova BQ il perché di quelle parole, allontanandosi ancora un altro po’ da quel passato, per un approdo che però ancora non sembra scorgersi all’orizzonte.

Etro, cominciamo dall’eresia brigatista.

Come tutte le sette è facile entrare ed è difficile uscirne. Gli ex brigatisti si sono attaccati al marxleninismo e da lì non escono. Durante il mio processo nel ’96, i cosiddetti pentiti continuavano a parlare di “compagne” e “compagni”. Lo stesso Franceschini, che pure si è dissociato, parla ancora di “compagni” e “compagne”. Ma tra pentiti e dissociati c’è ancora questa sorta di patto di omertà.

Anche nel linguaggio dunque?

Sì. Leggendo i post della Balzerani sembra di leggere delle cose da fondatori del marxismo all’inizio dell’800, sono rimasti allo stesso linguaggio. Io ricordo che quando uscii dalle Br nel 1980 (Etro fu poi arrestato alcuni anni dopo ndr.) lo feci principalmente perché non riuscivo più ad ascoltarli mentre parlavano, ad accettare le loro “liturgie”, il loro modo di comportarsi.

Una sorta di ritualità, tipica di una religione…

Una liturgia, però immanente, che ha continuato ad utilizzare le forme del marxismo, che, me ne convinco sempre di più, è una eresia cattolica, ma è chiaro che ha rovesciato in negativo aspetti che invece nel Cristianesimo sono positivi.

Marxismo come eresia è una celebre tesi di don Gianni Baget Bozzo. Lo sapeva?

Sì, perché ho letto anche lui in questi lunghi anni. Col marxismo è successo un po’ come con le eresie medievali che dettero luogo ai movimenti millenaristi. E quindi il desiderio di prendersi il Paradiso nell’aldiquà.

Un fallimento.

Invece di portare il paradiso sulla terra abbiamo portato l’inferno in terra. Le Br sono state l’ultimo aspetto di questa ideologia eretica.

Crede nell’inferno?

Bisognerebbe prima credere in Dio…

E lei ci crede?

No… (pausa), ma so che ognuno di noi cerca l’assoluto. Ecco, io sono a questo punto, fermo al senso religioso.

Almeno crede nel perdono?

Come faccio? Mi rimprovero di aver agito sotto la spinta di un’ideologia totalitaria. Una volta lessi un libro di un mistico medievale, purtroppo non ricordo il nome. Diceva che per ottenere il perdono bisogna fare cinque gradini. Il primo è conoscere che cosa si è commesso, il secondo è avere il rimorso, il terzo è risarcire la parte offesa e solo a quel punto potrai fare i conti con Dio.

E lei a che punto è della scala?

Io sto vivendo il rimorso. Stimo chi crede nell’aldilà e in una vita dopo la morte, anche io ci credevo, ma poi ho creduto in questa religione delle BR, che per me era un’organizzazione che doveva portare la giustizia e l’abolizione dello sfruttamento.

E’ pentito?

Nel senso giudiziario? No. Io non ho beneficiato delle leggi sui pentiti perché erano scadute, mi hanno arrestato dopo il 1984 e ho beneficiato delle attenuanti. Su 20 anni di condanna ne ho scontati 16.

Il giovane Raimondo Etro

Eppure non ha mai ucciso nessuno.

Ho partecipato ai conflitti armati nel ’77, ma non ho mai sparato. Non credo nella distinzione tra chi ha sparato e chi non ha sparato perché anche chi distribuiva solo un volantino delle BR è responsabile moralmente.

Il rimorso di cui parla è più profondo del pentimento, dunque?

Non c’è giorno da 40 anni a questa parte, in cui non riesca a togliermi di dosso le immagini che ho negli occhi.

Che cosa vede?

Vedo i danni che ho provocato e contribuito a provocare. Non ho mai cercato i familiari delle vittime, ho un rapporto con Giovanni Ricci (il figlio di uno degli agenti della scorta ndr.), mi ha cercato lui, e con Giampaolo Mattei, che è sopravvissuto alla strage di Primavalle, ma per il resto non ho mai cercato contatti perché devo capire ancora che senso possa avere chiedere perdono. Perdono per che cosa?

Per una riconciliazione?

Non mi presto a questa farsa della riconciliazione.

Mandela c’è riuscito mettendo uno di fronte all’altro vittime e carnefici.

Ma in Sudafrica è accaduta una cosa che in Italia non accadrà mai.

Che cosa?

La verità. Si sono messi attorno a un tavolo per la pace, ma alla base di questa pace c’era la verità, così alla base di una riconciliazione deve esserci la verità.

E in Italia manca?

Dove sono finiti i manoscritti di Moro mai ritrovati? Dove sono i responsabili di 22 omicidi di ragazzi di destra e sinistra, per i quali è calato un silenzio sia da parte dell’estrema destra che dell’estrema sinistra? La verità sull’omicidio di Mario Zicchieri, che era di destra, non è mai saltata fuori e così quella sui ragazzi di Acca Larentia uccisi il 7 gennaio del ’78, per i quali si tiene aperta un’inchiesta da 40 anni. I due ragazzi uccisi ad Acca Larentia sono stati uccisi dalla stessa mitraglietta Skorpion che ha ucciso Tarantelli e Ruffilli, c’è un filo rosso comune, ma è calato il silenzio.

E poi c’è il famoso terzo livello…

Io sono stato audito in commissione Moro lo scorso 31 gennaio e ho detto che bisogna indagare sul fatto che dimostra che la storia non è come quella che ci raccontano le BR. Il fatto è che questa riconciliazione non c’è stata perché non ci fu riconciliazione neppure dopo la guerra e la Resistenza e noi non abbiamo fatto altro che trascinarci i problemi lasciati aperti da quella stagione.

Come ha ricostruito la sua vita dopo il carcere?

Ho avuto la fortuna di potermi distaccare da questa ideologia in maniera autonoma, di potermi rendere conto non con il carcere. Facevo la mia vita, poi arrivò il carcere. Mi consegnai spontaneamente perché la mia famiglia non avrebbe mai accettato di farmi fare il latitante. Mi dissero: “Costituisciti e noi ti aiutiamo”.

E chi l’ha aiutata?

Mia madre e mia zia. Poi la mia ex moglie. Gli affetti famigliari sono serviti, sono quelli che mi hanno fatto tornare davvero a casa, ma senza fare un atto di dolore vero non se ne esce da quella stagione.

Lei l’ha fatto l’atto di dolore?

Per forza. Ho riconosciuto di aver sbagliato, di aver agito per il male, se no, non si esce dal carcere. Per i cosiddetti “irriducibili”, come la Balzerani, invece, per poter uscire si sono dovuti “prostituire politicamente”. Dopo che hanno beneficiato della liberalità di questo Stato che avevano combattuto che fanno? Gli sfottò su un fatto per il quale abbiamo ucciso sei persone e rovinato la vita dei famigliari e dell’Italia.

(fonte: lanuovabq.it)

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