Prostituzione libera? Un autogol sociale e morale

Puntuale come in ogni campagna elettorale torna il leitmotiv della liberalizzazione della prostituzione. Un fallimento etico, ma anche un autogol sociale: i dati dimostrano infatti che nei Paesi dove la prostituzione è sdoganata aumentano lo sfruttamento delle donne e la loro instabilità psicologica e umana.

di Giuliano Guzzo (17-10-2018)

Il tema della riapertura della case chiuse è, politicamente parlando, evergreen. Ritorna sempre. Per questo non meraviglia che l’argomento sia riemerso, in questi giorni, nel corso della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche nazionali del prossimo 4 marzo. Quel che semmai stupisce è come l’idea venga da più parti riproposta, ovvero con una certa superficialità e – soprattutto – senza la consapevolezza delle profonde ed esiziali implicazioni e della dubbia efficacia che, se realizzato, un simile provvedimento comporterebbe. Liberalizzare «il mestiere più antico del mondo», infatti, implica effetti collaterali non trascurabili.

Sul piano etico, anzitutto. Uno Stato che non solo tollera, ma pure si arricchisce grazie alle entrate fiscali derivanti dalla prostituzione è uno Stato che lancia a tutti – a partire dai più giovani – un messaggio molto chiaro: se vendi il tuo corpo, se mercifichi te stessa o te stesso, fai una cosa buona. Ma se guardiamo all’uomo kantianamente, e cioè «sempre come fine e mai semplicemente come mezzo», comprendiamo subito come sia prostituirsi sia offrire il proprio assenso a che qualcuno lo faccia, è qualcosa di profondamente ingiusto. Al che uno potrebbe replicare: d’accordo, sarà pure un male, ma comunque la prostituzione è un male inestirpabile.

Dunque tanto vale almeno attivarsi affinché, quanto meno, da questo male possano derivare fondi per costruire asili nido, ospedali, carceri eccetera. Ora, a parte che l’inestinguibilità sociale di un fenomeno o di una pratica – e il fatto che essa si compia con l’assenso dei due attori coinvolti – in alcun modo può essere considerata una buona ragione per regolamentarlo per legge (altrimenti dovremmo legalizzare pure la «bustarella», usanza che in Italia va forte), c’è da dire che lo Stato italiano è, non da oggi, un noto spendaccione. Nel senso che, sia pure con differenze anche notevoli sul piano regionale, spreca. Anzi, spreca molto.

Chi dunque – legittimamente – volesse più asili nido e un sistema sanitario più efficiente, ha tutto il diritto di chiederlo. Ci mancherebbe. Questo tuttavia non può rendere accettabile la riapertura delle case chiuse sia per le ragioni etiche – ma non confessionali, si badi – poc’anzi esposte, sia per motivazioni di carattere pratico. Esiste infatti una vasta serie di riscontri internazionali che attesta come liberalizzare la prostituzione altro non comporta che l’istituzionalizzazione e l’ampliamento di una vera e propria industria del sesso, con l’afflusso nel Paese di quelle che sarebbero, a tutti gli effetti, nuove schiave. La prostituta d’alto bordo è infatti l’eccezione, non certo la regola.

Suffraga quanto fin qui detto un lavoro intitolato Does Legalized Prostitution Increase Human Trafficking? condotto da ricercatori delle università di Heidelberg, Berlino e Londra i quali, esaminando i dati di 161 Paesi fra il 1996 e il 2003, sono giunti alla conclusione che la una politica di liberalizzazione della prostituzione comporti e possa comportare non un contenimento bensì un aumento del traffico e dello sfruttamento di persone ridotte a pura merce di scambio. A questo non trascurabile riscontro, se ne possono aggiungere molti altri che vanno nella stessa direzione.

Nel 2007, per esempio, – anni dopo la rimozione del divieto sulle “case chiuse”, datata 1° ottobre 2000 – il Ministero della Giustizia olandese ha commissionato un report, noto come studio Daalder, per fotografare la situazione. Dal documento sono emersi quattro punti non esattamente positivi, che riportiamo testualmente: 1) nessun «miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono»; 2) «Il benessere delle donne che esercitano la prostituzione è peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati»; 3) «È aumentato l’uso di sedativi»; 4) Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose eppure solo il 6% dei comuni, di fatto, offre l’assistenza necessaria.

Ce n’è insomma abbastanza per capire come – oltre che contraria all’etica – la scelta di riaprire le case chiuse sarebbe clamorosamente controproducente. Un autogol che è il caso di risparmiarsi, per non affossare ulteriormente un Paese che di tutto ha bisogno fuorché di ulteriori svolte contrarie alla morale e disgreganti i rapporti familiari. Se dunque si vuole davvero combattere la prostituzione e il degrado che essa comporta, occorre – lo dice l’esperienza – inasprire le sanzioni per i clienti. Il resto sono slogan, finte risposte a problemi reali, che portano solo a diffondere la cultura della mercificazione e del disprezzo della dignità umana. Esattamente quello di cui l’Italia, tanto più oggi, non ha affatto bisogno.

(fonte: lanuovabq.it)

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