Tratta dei clandestini, un male sia per noi che per l’Africa

Il ministro degli Interni, Marco Minniti, ha invitato a non parlare di emergenza quando si tratta dell’immigrazione, che “è ormai un dato strutturale”. E’ l’accettazione di un traffico illegale e pericoloso per l’Europa e soprattutto per l’Africa.

Minniti si arrende all’immigrazione “strutturale”

di Gianandrea Gaiani (21-12-2017)

Nonostante violenze e disordini provocati dagli immigrati illegali afro-asiatici accolti in Italia in oltre 650mila unità dal 2013 ad oggi, dei quali mezzo milione fuori controllo, e nonostante lo stesso governo italiano riconosca che con i flussi migratori sono arrivate ondate di criminali e terroristi islamici e tema il massiccio arrivo di foreign fighters, il ministro degli Interni Marco Minniti ha invitato a non parlare di emergenza quando si tratta dell’immigrazione, che “è ormai un dato strutturale”.

Marco Minniti

Un’affermazione che deve preoccupare poiché a pronunciarla è stato l’unico esponente dell’attuale governo che ha cercato di porre un freno ai flussi incontrollati (anzi, favoriti dall’Italia stessa) dalla Libia. Grazie alla sua iniziativa nel 2017 sono sbarcati dal 1° gennaio 118.573 clandestini (il governo li definisce “migranti” come avessero il visto sul passaporto e fossero giunti in Italia regolarmente invece che pagando criminali), il 34% in meno rispetto al 2016, anno record con oltre 181mila immigrati illegali giunti via mare. Un dato definito da Minniti “incoraggiante”, anche se in uno Stato decente non dovrebbe esserci nulla di incoraggiante nell’aver accolto quasi 120mila immigrati illegali, il cui unico “merito” è aver pagato criminali per raggiungere l’Italia.

Certo gli accordi con la Libia hanno frenato le partenze e, se si considerano gli ultimi 5 mesi, il calo degli arrivi è pari al 70%, ma come fa a uno Stato a non definire un’emergenza un flusso gestito da criminali che porta in Europa immigrati illegali, criminali e terroristi? Uno Stato può definire “strutturale” il crimine solo se ne è complice e, viste le dimensioni del problema e l’impatto finanziario, sociale e sulla sicurezza l’Italia rischia ormai di diventare uno “stato canaglia” che incoraggia e alimenta traffici criminali strettamente legati al terrorismo islamico. Del resto è stato lo stesso Minniti a evidenziare il rischio che tra gli immigrati illegali si celino foreign fighters in fuga da Iraq, Libia e Siria (infiltrazioni in realtà già note da oltre quattro anni) e il crescente fenomeno degli sbarchi fantasma da Tunisia e Algeria, sulle coste siciliane e sarde, non fa che rafforzare questa preoccupazione. Che si aggiunge alla certezza che i flussi migratori illegali dal Nord Africa siano da tempo una vera “autostrada del crimine”, come conferma l’affermarsi nel nostro paese della mafia nigeriana e di altre organizzazioni criminali marocchine e tunisine che utilizzano i “migranti” africani come manovalanza.

Tra gli sbarcati quest’anno i nigeriani sono i più numerosi (18.099), seguiti dai guineani (9.646), dagli ivoriani (9.409) e dai bengalesi (8.954): tutti provenienti da Paesi non in guerra e neppure in preda a carestie. Minniti ha poi esortato a non dare spazio al populismo perché “non bisogna affrontare un tema così complesso con la scorciatoia del consenso immediato”. Dichiarazione forse comprensibile in campagna elettorale, ma che punta ad aggirare il problema della sicurezza legato all’immigrazione clandestina. Si tratta di una vera e propria piaga a causa delle politiche attuate dagli ultimi tre governi (Letta, Renzi e Gentiloni) con il rischio concreto che lo Stato perda in molte aree urbane il controllo del territorio, non certo di un problema “inventato” dalla propaganda populista o di una fake news.

Sono gli stessi immigrati illegali voluti dal governo a dare adito ai “populismi” assorbendo risorse inaccettabili in un momento di profonda crisi economica e sociale, come quello che attraversano gli italiani, e creando problemi di sicurezza e ordine pubblico. Difficile evitare populismi e rabbia popolare se si spendono oltre 4 miliardi all’anno per accogliere chiunque paghi criminali per venire in Italia, spesso senza neppure sapere chi sono realmente i clandestini accolti e si buttano altri denari pubblici persino per dare loro un lavoro nelle aree più disperate del Meridione, dove la disoccupazione degli italiani è alle stelle.

Il problema non è solo italiano e infatti l’ultimo sondaggio di Eurobarometro rileva infatti che I migranti illegali rappresentano la prima preoccupazione degli europei (39%), seguita dal terrorismo (38%), seguito con notevole distacco dalla situazione economica (17%), dallo stato delle finanze pubbliche (16%) e dalla disoccupazione (13%). Eppure l’obiettivo del governo Gentiloni, come ha ricordato Minniti, “è governare i flussi, perché gli arrivi incontrollati rendono difficilissimo gestire i progetti d’accoglienza”. Tutto chiaro, no? I flussi migratori non vanno fermati perché illegali, perché ci portano spesso criminali, persone violente, estremisti e terroristi islamici e in ogni caso gente che non ha alcun titolo per essere accolta. Vanno invece governati per consentire arrivi ordinati e in grado di essere smaltiti compatibilmente con le nostre capacità di accoglienza. Meglio sottolineare “nostre”, perché i vicini europei hanno già eretto muri più o memo virtuali alle frontiere e chi entra dalla Libia nella maggior parte dei casi resterà in Italia.

Nessuno ha fatto caso che siamo di fronte al primo caso nella storia in cui un paese accoglie immigrati su vasta scala senza avere un boom economico che richieda braccia e forza-lavoro? Non è mai successo prima neppure che flussi così vasti fossero del tutto illegali, affidati a trafficanti senza scrupoli mentre così come è del tutto inusuale che lo stato che accoglie rinunci a scegliere la provenienza degli immigrati. Nel caso attuale per giunta (anche questo non è mai successo) provenienti da un mondo islamico che ripudia la nostra società e i suoi valori liberali e democratici e già oggi costituisce il più grave problema di sicurezza per l’Occidente.

Col termine “governare i flussi” Minniti intende forse dire che occorre far sbarcare gli immigrati illegali un po’ alla volta? Ma allora basta che il governo Gentiloni si metta d’accordo coi trafficanti per un numero ragionevole (diciamo 10mila?) sbarchi “strutturali” al mese. Invece di accordarsi in Libia con Fayez al Sarraj e il suo traballante governo o invece di cercare un’intesa col generale Khalifa Haftar, per “governare i flussi” Roma dovrebbe trattare direttamente coi trafficanti, magari utilizzando qualche Ong come intermediario.

Un metodo efficace per trasformare l’Italia in una via di mezzo tra il Far West e la Somalia, ma certo le lobby del soccorso e dell’accoglienza tanto care all’attuale maggioranza di governo ingrasserebbero felici.

(fonte: lanuovabq.it)


I vescovi africani agli emigranti: restate e create ricchezza

di Anna Bono (21-10-2017)

I filmati che mostrano degli emigranti africani arrestati e venduti come schiavi in Libia sono circolati anche in Africa insieme alla notizia di circa 20.000 detenuti in condizioni inacettabili. Hanno suscitato un’ondata di indignazione che ha costretto l’Unione Africana a promettere di riportare a casa entro poche settimane tutti gli emigranti in difficoltà: beninteso con il sostegno logistico e finanziario dell’Unione Europea e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, quest’ultima in realtà impegnata da anni a rimpatriare gli emigranti che chiedono aiuto.

Mons. Ndiaye

Monsignor Benjamin Ndiaye, arcivescovo della capitale del Senegal, Dakar, ne ha parlato il 25 novembre, a margine della cerimonia di ordinazione di cinque nuovi sacerdoti della sua diocesi. “Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano – ha detto – tutto questo deve finire”. Insieme alla Nigeria, il Senegal è uno dei paesi africani da cui partono alla volta dell’Italia più emigranti clandestini. Secondo monsignor Ndiaye tutte le autorità religiose devono fare la loro parte e devono collaborare affinché i giovani si impegnino nello sviluppo dei rispettivi paesi: “è meglio restare poveri nel proprio paese – ha detto – piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”. Infine Monsignor Ndiaye ha lanciato un appello a tutte le personalità autorevoli affinché si impegnino in attività di sensibilizzazione per far capire ai giovani i pericoli dell’emigrazione clandestina. Lui stesso si è rivolto ai giovani: “cari ragazzi – ha detto – tocca a noi costruire il nostro paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà al posto nostro”.

In Nigeria il primo a reagire, il 28 novembre, pochi giorni dopo la diffusione dei video, è stato il presidente Muhammadu Buhari. Il capo di stato si è detto inorridito al vedere i suoi connazionali “trattati come capre, venduti per pochi dollari”. Ha quindi dichiarato che tutti gli emigranti nigeriani bloccati in Libia e altrove saranno riportati a casa e verranno reinseriti nella vita sociale ed economica del paese. Inoltre ha giurato che farà tutto il possibile per impedire che altri nigeriani intraprendano il pericoloso viaggio verso l’Europa: combatterà la corruzione, sconfiggerà definitivamente Boko Haram e altri gruppi armati, migliorerà i servizi pubblici, a partire da quello scolastico.

Mons. Bagobiri

Nei giorni successivi anche i vescovi nigeriani hanno preso la parola, affidandosi all’agenzia di stampa Catholic News Service. Lo hanno fatto richiamando con fermezza sia il governo che la popolazione alle loro responsabilità. “Il governo nigeriano – ha detto monsignor Joseph Bagobiri, vescovo di Kafachan – dovrebbe far capire ai giovani che c’è più speranza di vita in Nigeria di quanta pensino di trovarne in Europa o altrove. Il paese ha ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero ridursi a mendicanti andandosene alla ricerca di una ricchezza illusoria all’estero”.

Spetta ai nigeriani sviluppare il loro paese, ha aggiunto monsignor Jilius Adelakan, vescovo di Oyo, evidenziando le responsabilità collettive: “Incominciamo a sviluppare il nostro paese in modo da renderlo un luogo in cui è desiderabile e piacevole vivere, facciamo in modo che siano gli stranieri a voler venire da noi”.

Ai tanti giovani che non vedono l’ora di andarsene monsignor Bagobiri ha consigliato di non sprecare denaro per un viaggio rischioso, un progetto senza prospettive: “se i nigeriani emigrati clandestinamente, invece di spendere così tanto per il viaggio, avessero investito quelle somme di denaro in maniera creativa in Nigeria, in attività economiche, adesso sarebbero degli imprenditori, dei datori di lavoro. Invece sono ridotti in schiavitù e sottoposti ad altre forme disumane di trattamento in Libia”.

Il governo nigeriano ha già rimpatriato 3.000 emigranti bloccati in Libia. Il 29 novembre sono atterrati all’aeroporto internazionale di Lagos 242 giovani. Le telecamere li hanno ripresi mentre scendevano dall’aereo e muovevano i primi passi, felici e sollevati di essere di nuovo a casa. Molti erano stati ingannati, avevano creduto alle bugie di chi li ha convinti a emigrare. Un giovane elettricista ha raccontato di essere partito perché gli avevano assicurato che in Europa avrebbe trovato un buon lavoro.

Su uno dei due aerei che nella notte del 5 dicembre hanno riportato in patria altri 401 ragazzi viaggiavano anche Mabel Emmanuel, Steven Ekhiator e il loro bambino, David, nato in Libia. I due giovani si sono conosciuti in un campo di detenzione. Un giorno Mabel ha chiesto a Steven di usare il suo cellulare per telefonare alla madre e chiederle del denaro. Al rifiuto della mamma Mabel è scoppiata in lacrime e allora Steven le ha dato il denaro di cui aveva bisogno. Così tra i due è sbocciato l’amore. Intervistati all’arrivo, hanno detto di essere felici, di non chiedere altro che di crescere insieme il piccolo David in Nigeria e che non proveranno mai più a emigrare clandestinamente:. “Lo dico a tutti quelli che pensano di partire – ha aggiunto Steven – la Libia è un paese terribile”.

(fonte: lanuovabq.it)

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