Il coraggio di un’Ave Maria “inopportuna”

Può un’Ave Maria recitata in un’aula universitaria provocare la reazione rabbiosa di studenti e persino del rettore? La risposta è sì perché quella preghiera è un ostacolo alla realizzazione dei voleri del padrone di questo mondo. Soprattutto se a farsene promotrice è una docente che per quella brevissima, ma potente preghiera, è stata sottoposta ad una gogna mediatica ingiustificata.

di Andrea Zambrano (18-10-2017)

Può un’Ave Maria recitata in un’aula universitaria provocare la reazione rabbiosa di studenti e persino del rettore? La risposta è sì perché quella preghiera è un ostacolo alla realizzazione dei voleri del padrone di questo mondo. Soprattutto se a farsene promotrice è una docente che per quella brevissima, ma potente preghiera, è stata sottoposta ad una gogna mediatica ingiustificata.

Le cronache locali di Macerata non parlano d’altro. Lei si chiama Clara Ferranti, insegna linguistica e glottologia all’ateneo marchigiano e da qualche giorno deve difendersi da una infamante accusa: quella di essere cattolica. Ma non di quei cattolici che vivono la propria fede nel chiuso della loro stanzetta, scendendo a patti con il mondo perché in fondo un conto è la fede e un altro sono il lavoro, lo stipendio e le relazioni sociali. No, la professoressa Clara Ferranti non ha certo il physique du role di una Giovanna D’Arco, però la sua testimonianza la dà. Come? Ad esempio con una “mossa” che ha spiazzato tutti, ma che in coscienza sentiva di fare, anche perché alimentata da una solida vita di preghiera.

Succede questo. La prof aveva seguito le vicende legate al Rosario polacco per la difesa della patria dal terrorismo islamista (sì, si dice così e barerebbe chi lo spacciasse per l’Islam tout court) e aveva aderito alla maratona di preghiera di sostegno che anche in Italia ha visto il prodigarsi di migliaia di cattolici con la corona in mano. Solo che l’appuntamento era il 13 ottobre per le 17.30, centenario delle apparizioni a Fatima e giorno concordato per la preghiera in comunione con il popolo polacco. A quell’ora era prevista la recita del Rosario.

Ma la Ferranti in quel momento era immersa nella terza ora della sua lezione di glottologia, una materia non proprio “leggera”. Quindi, dopo averci pregato su un po’, ha preso la decisione: “Proporrò ai ragazzi, cioè i miei studenti, di recitare un’Ave Maria per la pace. Chi non vorrà, si asterrà”.

Detto, fatto. Ma il principe di questo mondo, che quando vede corone dei Rosari e manti azzurri inizia ad agitarsi, gli ha scatenato contro una canea dalla quale ancora oggi deve difendersi: post su Facebook, falsità, offese, inni a satana e persino la dura reprimenda del rettore che, con un linguaggio burocratico e ministeriale le ha rimproverato che a scuola certe cose non si fanno, dopo ovviamente aver chiesto scusa agli studenti che si sono sentiti offesi.

Una doverosa precisazione: il gesto della prof non è proprio quello che si può dire un atto politicamente corretto, ma nemmeno formalmente ineccepibile: certo, interrompere una lezione e iniziare a pregare potrebbe far sorgere la rivendicazione che, un domani, il professore di fede islamica, all’orario concordato con il muezzin inizi a stendere lo stuoino e si orienti verso La Mecca invitando gli studenti a fare altrettanto.

Come la metteremmo? Male e poco servirebbe avanzare la scusa che la nostra cultura è cattolica, perché ormai, non lo è purtroppo più. Quella della prof è stata una decisione forse troppo impulsiva (sarebbe bastato proporla alla fine della lezione), sicuramente poco incline alla diplomazia accademica che deve essere laica. Però, da qualunque parte la si rigiri, si può accusare la Ferranti di inopportunità, ma non di aver offeso il sentimento di chissà quanti studenti non credenti. E poi: se l’ateneo avesse proposto/imposto un minuto di silenzio per qualsivoglia motivo, secondo i crismi e i codici della religione di Stato che è ormai diventato il laicismo, si sarebbe scatenato tutto questo putiferio? No, ergo, la prof ha fatto bene a esternare la sua fede, anche se ha dovuto fare i conti con le formalità che le davano torto in quel momento.

Anche perché la fede presuppone la verticalità: o ce l’hai o non ce l’hai. E lei evidentemente ce l’ha, sennò non avrebbe senso la massima aurea del cattolicesimo da testimoniare, citiamo San Paolo, opportune et importune, parole che smentirebbero chiunque avanzasse giustificativi di sorta da parte degli agguerriti delatori.

Ma trattarla da pericolosa sediziosa è oggettivamente una reazione giacobina che la dice lunga sul grado di libertà che si esercita dentro le aule scolastiche.

La professoressa Clara Ferranti

La Nuova BQ ha raggiunto la professoressa e ha scoperto che a farle più male non sono state le critiche, ma le falsità sul suo conto: “E’ stato un unicum – ha detto – devo ammettere che ho avuto un po’ di remore, poi alla fine ho deciso per farla dopo averci pregato su. Quando l’ho proposto qualcuno si è messo a ridere e io gli ho risposto che non c’era nulla da ridere. Ma le falsità sul mio conto no, quelle non le tollero”.

Quali? “Ad esempio quella che alcuni ragazzi sono dovuti uscire dall’aula, o che la preghiera sia stata imposta, così come è falso che abbia dato un’occhiataccia a chi non si è unito in preghiera. Ho soltanto chiesto loro di restare in piedi in segno di rispetto”.

Invece il profilo Officina Universitaria ha parlato persino di una limitazione della libertà, salvo però ricevere in risposta le testimonianze degli studenti presenti, che hanno smentito lo sfogatoio accademico. Della serie: “So’ ragazzi”, però alcuni sono ben impostati, almeno sul fronte diabolico dato che – stando a quanto riferisce la prof – è stato fatto anche un Inno a Satana.

Come detto il rettore ha preso e distanze e si è scusato con gli studenti, ma alla prof Ferranti quell’intervento non è piaciuto: “La reazione è abnorme rispetto alla vicenda in sé, il fatto che si sia scagliato così veementemente contro di me mi fa sorgere il sospetto che forse abbia qualche interesse politico dietro il suo comportamento. Quel che è certo è che l’inno al laicismo che ha prodotto evidenzia un tratto semanticamente molto povero di contenuti, se non contraddittorio”.

La docente sta ricevendo la solidarietà di un vasto mondo che la sta sostenendo, ma non in università: “Una critica di una collega mi ha particolarmente ferito”, ci ha detto. Invece il vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi, l’ha presa sul serio e l’ha difesa con un affilato commento: “Grazie all’università ai non credenti e agli anticlericali perché ci avete ricordato quali tesori possediamo senza apprezzarne adeguatamente il valore e l’importanza”. A noi che diciamo 50 Ave Maria tutte d’un fiato spesso può sfuggire perché ci abituiamo, ma l’episodio ci mostra che potenza possa avere una sola rosa donata a Maria. La potenza di disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore.

E adesso? Paura per ritorsioni di carriera? O di essere emarginata? “E’ un problema che non mi pongo, rifletto solo sul fatto che se un Ave Maria deve scatenare questo putiferio mi sembra evidente che si tratti di Parola di Dio vivente. E il Principe di questo mondo si scatena di fronte a questa vitalità del cuore e dell’anima che cerca Dio”. E aggiungiamo noi, non è un caso che per Lutero che oggi viene celebrato in ogni salsa considerasse il Rosario, che è un’Ave Maria all’ennesima potenza, una bestemmia. Riproporlo è doveroso. Appunto: al momento opportuno, ma anche in quello inopportuno.

(fonte: lanuovabq.it)

Annunci

Un pensiero riguardo “Il coraggio di un’Ave Maria “inopportuna”

  1. Detto con stima per la fede e il coraggio della prof.ssa Ferranti:
    personalmente non avrei mai preso un’iniziativa come la sua perché non era quella la sede.
    Avrei piuttosto chiesto venia alla classe e mi sarei assentata dall’aula per cinque minuti per poter recitare da sola la mia preghiera. O meglio ancora avrei chiesto all’ateneo un permesso non retribuito di due ore.
    Ma una cosa è molto verosimile:
    se la prof avesse chiesto ai suoi studenti di starla ad ascoltare mentre leggeva un detto dal Libretto rosso di Mao (es. “Ogni comunista deve afferrare la verità: il potere politico nasce dalla canna di un fucile”), non solo non sarebbe sorto quel canaio che ne è venuto, ma avrebbe casomai raccolto consensi e pugni alzati in segno di giubilo politico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...