Strage islamista nelle Ramblas di Barcellona. La Catalogna è il centro del jihadismo spagnolo

Tredici morti e oltre cento feriti è il bilancio del grave attentato di ieri pomeriggio a Barcellona, dove un furgone ha percorso 600 metri a zig zag nella via affollata di turisti. Due arresti e almeno un attentatore in fuga. Nella notte bloccato un altro commando islamista a Cambrils: uccisi 5 terroristi. Un’offensiva attesa, per la difficoltà crescente a controllare le persone sospette.

di Riccardo Cascioli (18-08-2017)

«Un nuovo attacco è inevitabile». Così concordavano alcuni rapporti dei servizi spagnoli citati da El Pais due mesi fa. E l’attacco è puntualmente arrivato, a 13 anni e mezzo di distanza dal primo, clamoroso, attentato operato da terroristi islamici in Spagna: quello dell’11 marzo 2004 al treno di pendolari nella stazione di Atocha, a Madrid. Allora i morti furono 191, per ieri a Barcellona il bilancio ufficiale parla di 13 morti e oltre cento feriti, ma si potrebbe aggravare. In realtà a tarda notte c’è stato un altro scontro a fuoco nella città catalana di Cambrils, dove i militari spagnoli hanno ucciso cinque terroristi. Da quanto riferiscono fonti locali, i cinque sono stati intercettati dalla polizia a un posto di blocco. Scappati, è nato un inseguimento tra le vie della città (con altri feriti) terminato poi in uno scontro a fuoco. Secondo le autorità spagnole, i cinque – che avevano cinture esplosive false e armi, erano pronti per un’altra azione a Barcellona.

Non più le bombe, come avvenne nel 2004, ma l’ormai classico furgone noleggiato e lanciato nelle Ramblas di Barcellona, piene di turisti, dove ha percorso 600 metri a zig zag per colpire il maggior numero di persone. A tarda notte, a parte la rivendicazione dello Stato Islamico, non era ancora chiaro quanti fossero i responsabili dell’attentato: due sono comunque gli arresti effettuati, ma tra loro manca certamente l’autista del furgone, a quanto hanno riferito le autorità. Un giallo riguarda invece l’uomo che ha noleggiato il furgone: subito si era saputo che si trattava di Driss Oukabir, origine marocchina ora residente a Ripoll, in Catalogna, 100 km a nord di Barcellona. Senonché un uomo, che ha detto di essere Oukabir, si è presentato alla polizia di Ripoll denunciando il furto dei propri documenti. Faccenda tutta da chiarire ma nel frattempo la polizia ha puntato l’attenzione sul fratello di Driss, Moussa, arrivato dal Marocco solo pochi giorni fa.

Ma perché l’attacco era considerato inevitabile? Perché sebbene dopo Atocha le autorità abbiano dato grande importanza alle operazioni anti-terrorismo con i servizi, polizia, magistrati e analisti a remare dalla stessa parte, sono chiare le difficoltà a controllare un nemico che non ha né organizzazione né struttura. Secondo i dati di El Pais, ci sono almeno un migliaio di persone seguite attentamente, 259 sono sotto inchiesta, molti gli arresti preventivi e centinaia i telefoni messi sotto controllo.

Non si contano in questi anni i piani di attacco sventati in fase di progettazione, ma alla fine non ci sono forze sufficienti a controllare tutti i potenziali terroristi, soprattutto ora che ad agire può essere chiunque si senta “infiammato” dalla propaganda dell’Isis e può colpire in qualsiasi momento senza usare materiale esplosivo o armi che potrebbero destare l’attenzione. La Spagna ha poi la difficoltà di gestire le enclave in terra marocchina, Ceuta e Melilla, dove pure ci sono alcune centinaia di persone a rischio terrorismo che vengono attentamente monitorate e che sono agevolate nell’eventuale passaggio in Spagna.

Rispetto agli altri paesi europei nel mirino dei terroristi, per la Spagna si aggiunge un motivo storico: i gruppi radicali islamici non cessano di considerare la Spagna parte integrante della nazione islamica per via della dominazione musulmana dell’Andalusia durata otto secoli (dal 711 al 1492). Nella retorica degli islamisti dunque la Spagna è una terra islamica occupata dagli infedeli per la quale il Corano dà il diritto di ristabilire la legge coranica in qualsiasi momento.

Nei documenti dell’intelligence, inoltre, proprio Barcellona – insieme a Madrid – è considerata la città più a rischio, come del resto conferma l’attentato di ieri. Nella Catalogna, di cui Barcellona è capitale, si assiste a un processo di radicalizzazione molto più rapido che in altre regioni spagnole. Infatti a fronte della presenza del 26% degli islamici sul totale dei residenti nell’intera Spagna, in Catalogna sono ben il 40% quelli condannati per terrorismo sul totale della Spagna (e tale prevalenza è in costante aumento). E la radicalizzazione non è casuale visto che è sempre in Catalogna che ci sono circa il 50% delle moschee guidate da salafiti.

Proprio quest’ultimo dato conferma la necessità, per combattere il terrorismo, di colpire più in generale l’estremismo, la presenza e la predicazione di imam che incitano alla violenza e all’odio. Un lavoro indispensabile che però le autorità, non solo in Spagna ovviamente, fanno fatica ad assumere come impegno.

(fonte: lanuovabq.it)

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