Il cristiano è vandeano o non è

Il prefetto del Culto Divino, Robert Sarah, ha ricordato i martiri della Vandea francese ammonendo il cristiano di oggi che per essere tale deve assumersi il compito di essere spiritualmente vandeano, cioè per nulla incline alla logica del compromesso e disposto al martirio. Parole dure, ma vere. Subito “messe in pratica” dal suo predecessore, Arturo Medina Estevez, che in Cile ha tuonato contro i cattolici favorevoli all’aborto rischiando l’impopolarità.

di Andrea Zambrano (16-08-2017)

Il cardinal Robert Sarah, prefetto per il Culto Divino, è intervenuto pubblicamente il 12 agosto scorso in Francia a Saint Laurent sur Sèvres – in Vandea – in apertura delle celebrazioni per i 700 anni della Diocesi di Luçon. E durante l’omelia ha pronunciato parole singolari sulla testimonianza usque ad martyrium del cristiano oggi come ieri. Dici Vandea e vengono in mente gli stantii giudizi di sufficienza del mondo contemporaneo, anche accademico, votato al compromesso, il quale non si capacita ancora di come si possa morire per la fede in Cristo.

Le parole di Sarah invece ridanno vigore al martirio dei vandeani (massacrati dai rivoluzionari francesi per il rifiuto di abiurare la fede cattolica) e inquadrano quel sacrificio in uno specchio d’acqua contemporaneo in cui ogni cristiano deve essere spiritualmente un vandeano.

Il card. Sarah

“Noi cristiani abbiamo bisogno dello spirito dei Vandeani! Abbiamo bisogno di un tale esempio! Chi, dunque, si leverà in piedi, oggi, per Dio? Chi oserà affrontare i moderni persecutori della Chiesa? Chi avrà il coraggio di alzarsi senza altre armi se non il rosario e il Sacro Cuore, per affrontare le colonne della morte dei nostri tempi, che sono il relativismo, l’indifferentismo e il disprezzo di Dio? Chi dirà a questo mondo che la sola libertà per cui valga la pena di morire è la libertà di credere?”.

Sono parole insolite e dirompenti per il cristiano accomodante di oggi. Parole che sembrano rinverdire un sacro fuoco alimentato dalla fede e dal disinteresse personale, se non quello di conquistare il Paradiso. Sarah ne ha parlato con un tono mite ma fermo, segno che il cardinale africano ha ben chiara quale sia la posta in gioco oggi. E’ di cultura francese e ha visto nel sacrificio dei vandeani un’ottima ragione per leggere i tempi di oggi e combatterli con armi soprannaturali.

E’ come se da noi un vescovo dicesse che a fronte dell’ormai marcescente scristianizzazione sociale, con l’offensiva dell’islamismo alle porte ognuno di noi spiritualmente dovesse sentirsi un martire idruntino. In effetti anche i cristiani di Otranto avevano ben chiara quale fosse la posta in gioco: la vita eterna. E non esitarono a “giocarsela”. Invece anche questa, ennesima, celebrazione dei nostri santi martiri della fede, uccisi da un islamismo non meno feroce di quello che vediamo oggi nell’Isis, è passata ancora una volta in secondo piano.

Però Sarah indica la strada. E ci dice in che cosa i martiri vandeani sono speciali: “Quando si tratta di Dio, non è possibile nessun compromesso! L’onore di Dio non si discute! E ciò deve iniziare dalla nostra vita personale, di preghiera e d’adorazione. È tempo, fratelli, di rivoltarci contro l’ateismo pratico che soffoca la nostra vita. Preghiamo in famiglia, lasciamo a Dio il primo posto! Una famiglia che prega è una famiglia che vive! Un cristiano che non prega, che non sa lasciare spazio a Dio mediante il silenzio e l’adorazione, finisce per morire!”.

Già. A parole è tutto molto bello, ma nei fatti si fatica oggi a trovare pastori che abbiano questa consapevolezza, soprattutto a proposito di compromesso. Ma a pochi giorni da quelle parole, la cronaca ci offre un esempio pregevole di che cosa non sia il compromesso e di che cosa, soprattutto, significhi la Vandea interiore portata fino allo scherno del martirio.

Non si parla di islamismo, ma si parla di un altro male moderno spacciato ormai per conquista sociale positiva: l’aborto.

Alle nostre latitudini mettere in discussione l’aborto è diventata un’opera che fanno soltanto pochi temerari cattolici. I pochi che si avventurano su quella pericolosa salita devono mettere in conto l’indifferenza e lo scherno. Perché ormai l’aborto è un dato di fatto, una conquista sociale, cosicché anche nel parlare ai politici che l’aborto lo sostengono o lo approvano, c’è sempre il rischio di apparire demodè.

Ebbene, questo avviene perché in 40 anni ci siamo sostanzialmente assuefatti a questa strage silenziosa di esseri umani. Ma non dovrebbe essere così. Infatti in Cile, Paese nel quale l’aborto è stato appena introdotto dopo un lunghissimo dibattito politico per i soliti tre casi “civetta” (violenza sulla donna, malformazione del feto e rischio per la gestante) la situazione è fresca fresca e parlarne, in termini negativi, ha ancora un senso, anche mediatico.

Il card. Medina Estevez

Così il prefetto emerito della Congregazione guidata oggi da Sarah, il cardinal Jorge Arturo Medina Estevez, che proviene proprio dal Paese andino, si è cimentato con un’azione decisamente vandeana. Come? Scrivendo una lettera al quotidiano El Mercurio in cui ricordava che nessun politico che si definisce cattolico può sostenere una legge come quella appena approvata dal Parlamento cileno che depenalizza l’aborto, ma che ora è al vaglio dell’esame della Corte Costituzionale.

Medina Estevez, per nulla incline alla logica del compromesso, ha scritto una lettera intitolata: “Coerenza?”. Il riferimento è alla leader della Democrazia Cristiana cilena Carolina Goic che quel provvedimento ha votato. Nulla di nuovo sotto il sole, anche in Italia andò così e Giulio Andreotti si giustificò dicendo che per quel voto si sarebbe fatto un po’ di Purgatorio.

Invece in Cile il dibattito si è acceso e per merito di Medina Estevez che ha ricordato come a norma del codice di diritto canonico, al canone 915 “queste persone che si dicono cattoliche e che hanno commesso un grave peccato pubblico non sono in condizione di poter ricevere i Sacramenti della Chiesa se non si sono pentiti manifestando pubblicamente il proprio rincrescimento”.

Insomma: Medina Estevez è andato al cuore della faccenda. Se sei un peccatore pubblico e pubblicamente dai scandalo, niente funerale cattolico, a riprova del fatto che ciò che interessa alla Chiesa non è umiliare i peccatori, ma favorire per loro la vita eterna. Ovviamente le sue parole sono state trattate con sufficienza tanto dalla politica democristiana quanto dal solito gesuita di turno, che si è incaricato di bollare le parole del cardinale secondo il consueto cliché del compromesso definendo la sua lettera una “pastorale del terrore”. Secondo il gesuita Felipe Berríos la missiva del cardinale “è aggressiva”.

Ma questo attacco in partibus fidelium per Medina Estevez in un certo senso era previsto. Fa parte della Vandea interiore che il prelato si è incaricato di mostrare al suo Paese e contemporaneamente al mondo. Così agisce un vescovo cattolico, verrebbe da dire. Così agisce un vandeano 2.0.

(fonte: lanuovabq.it)

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