Venezuela, “battesimo di sangue” della nuova Costituzione

Bollettino di guerra, in Venezuela, in un giorno di straordinarie elezioni. Quattordici morti in un solo giorno. Si votava ieri per l’Assemblea Costituente voluta dal presidente populista Maduro, il successore di Chavez. Non si vota per testa e con suffragio universale, ma per regione e per “classe”. L’Assemblea è fuori da ogni norma costituzionale e l’opposizione ha boicottato il voto.

di Stefano Magni (31-07-2017)

Bollettino di guerra, in Venezuela, in un giorno di straordinarie elezioni. Quattordici morti in un solo giorno. Si votava ieri per l’Assemblea Costituente voluta dal presidente populista Maduro, il successore di Chavez. Non si vota per testa e con suffragio universale, ma per regione e per “classe”. L’Assemblea è fuori da ogni norma costituzionale e l’opposizione ha boicottato il voto. Quando si avrà la prima sessione dell’Assemblea Costituente, sarà monocolore socialista, fedele a Maduro, ideologicamente bolivariana. E trasformerà definitivamente il Venezuela in una dittatura socialista. Per questo l’opposizione cerca di protestare nell’unico spazio che le resta: la piazza. A causa del divieto di manifestare, sono scoppiati duri scontri in tutte le città.

Maduro con papa Francesco

Nelle proteste, fra i primi, è morto Ricardo Campos, noto dirigente giovanile del partito di opposizione Azione Democratica. E’ stato ucciso a Cimanà, capitale dello stato di Sucre, nel Nordest del paese. Il bollettino delle vittime, nel corso della giornata, continuava ad allungarsi. Mentre le agenzie internazionali continuavano a riportare tre morti, le fonti locali riportavano, in mattinata, cinque morti a Merida, uno a Lara, uno Tachira. Altre sei persone sono poi state uccise nel corso del pomeriggio, portando a 14 il tragico bilancio delle vittime. La morte degli oppositori veniva però eclissata, nelle agenzie stampa, dall’assassinio di José Felix Pineda, avvocato, candidato all’Assemblea Costituente. Non si tratterebbe di un omicidio politico, ma di una rapina finita nel sangue, nel suo caso. Una delle tante, nel paese con il più alto tasso di criminalità del mondo. Anche la vigilia del voto per la Costituente era stata funestata da manifestazioni stroncate con la forza. Tre le vittime del 29 luglio, fra cui un ragazzo di diciotto anni, ucciso a San Cristobal e un ex tenente colonnello della guardia nazionale, passato all’opposizione. La conta delle perdite umane, dal 1 aprile ad oggi, arriva a 127. A cui si aggiungono circa 500 persone arrestate per motivi puramente politici.

Secondo l’attuale legge suprema venezuelana, il popolo deve votare con un referendum l’indizione di elezioni costituenti. Maduro ha saltato questo passaggio. Il referendum dell’opposizione, la settimana scorsa, mirava a lanciare un segnale chiaro al presidente. Nonostante le minacce e le violenze, 7 milioni e mezzo di venezuelani si sono recati alle urne per dire no all’Assemblea Costituente. Benché fosse nel rispetto della Costituzione vigente, Maduro lo ha dichiarato illegittimo. Secondo una sentenza molto discussa della Corte Costituzionale, il nuovo organo costituente può essere eletto senza suffragio universale. Si vota, appunto, per categoria sociale e per regione. I seggi sono distribuiti in modo che abbiano più rappresentanza quelle regioni che sono note per il loro sostegno a Maduro. Si vota con i documenti, ma anche con il “carnet de la patria”, un documento non ufficiale che è stato distribuito a milioni di cittadini dal partito di governo per ottenere pasti e beni di prima necessità a prezzo politico (e che è finito per diventare un ennesimo strumento di ricatto). Un metodo totalitario che alla prova dei fatti si è rivelato estremamente inefficiente. Quando una funzionaria del Consiglio nazionale elettorale (Cne) ha verificato in diretta il documento di Maduro, però, sullo schermo del suo terminale portatile è comparso il messaggio: “Questa persona non esiste o il carnet è stato annullato”. Il siparietto ha fatto il giro dei social network ed è degno delle migliori barzellette sul sistema sovietico.

Falliti tutti i tentativi di dialogo fra un’opposizione che è in maggioranza in Parlamento dal 2015 e un presidente che, da due anni, sta facendo di tutto per esautorare il Parlamento stesso, lo scontro di piazza è diventato inevitabile. Il presidente ha usato da subito il pugno duro, mandando i blindati a controllare le città. Ma la giornata di ieri è stata unica per violenza e numero di morti. In questo contesto, la Chiesa è l’unica mediatrice in grado di ottenere risultati ed evitare scontri ancor più mortali. Lo si è visto già venerdì 28, a Ejido, nello stato di Mérida, quando alcuni sacerdoti, durante il funerale dell’oppositore Rafael Vergara, sono andati incontro ai blindati della Guardia Nazionale Bolivriana chiedendo loro di ritirarsi. In questo modo è stato evitato uno scontro di piazza, potenzialmente mortale. Ieri, a Tovar, sempre nello stato di Mérida, alcuni sacerdoti sono tornati a negoziare con i bolivariani per permettere l’evacuazione dei numerosi feriti provocati dagli scontri. Li hanno trasportati nella chiesa locale, visto che l’ospedale aveva chiuso loro le porte.

La Conferenza Episcopale del Venezuela chiede un governo di unità nazionale che traghetti il paese a nuove elezioni. Di fatti chiede la fine del processo totalitario imboccato da Maduro, come abbiamo visto su queste colonne. Con i vescovi venezuelani si schiera anche il generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa, di Caracas. Venerdì chiedeva a Maduro di ascoltare il grido del popolo. “Bisogna condividere il dolore della gente come un modo per fare della politica un vero strumento al servizio della soluzione dei problemi delle popolazione, e non una lotta per il potere o per i privilegi che il potere può dare a questo o a un altro gruppo”. “E’ sempre molto delicato – ha dichiarato ieri anche il cardinal Parolin, segretario di Stato del Vaticano – intervenire nelle situazioni dei paesi. Io spero solo che il Signore, penso alla lettura di Salomone, dia saggezza a tutti e coraggio di fare scelte che siano per il bene di quella popolazione”.

L’Italia, che conta 2 milioni di italo-venezuelani, si è impegnata formalmente, con una mozione del Senato del gennaio 2017, a salvaguardare la legalità costituzionale e la democrazia nel paese sudamericano. Ieri l’associazione “Venezuela: la piccola Venezia” lo ricordava con un suo comunicato. Perché: “Mantenere normali relazioni con un governo che non rispetta le libertà civili ed i valori difesi dalla Comunità Europea, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, dalla Comunità Internazionale, costituisce una totale contraddizione con i valori fondanti della Repubblica Italiana”. Si mobilita anche la vicina Colombia. Il suo presidente Juan Manuel Santos, non certo un esponente di destra, ha annunciato che il suo governo non riconoscerà il risultato delle elezioni: “Questa assemblea costituente ha una origine spuria e dunque non potremo riconoscerne i risultati”. E anche gli Usa scalpitano: hanno ritirato tutti i familiari del personale diplomatico e ben due compagnie aeree hanno fermato tutti i voli da e per il paese sudamericano.

Inizia così, con un battesimo nel sangue, la nuova era “bolivariana” del Venezuela. Con una Costituente delegittimata, che risulta essere invisa, secondo i sondaggi, al 70% della popolazione.

(fonte: lanuovabq.it)

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