Vescovi inglesi, Avvenire, D’Agostino, Paglia: Charlie ci fa scoprire la via cattolica all’eutanasia

Il caso Charlie ha fatto emergere con chiarezza che oggi domina anche nel mondo cattolico una cultura favorevole all’eutanasia. Se il professor D’Agostino ridefinisce il concetto di accanimento terapeutico ed eutanasia, monsignor Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, chiede solo di evitare conflitti. E mentre il cardinale Nichols ringrazia i medici che hanno ucciso Charlie, “Avvenire” scandalizza i lettori negando l’evidenza di quanto accaduto.

D’Agostino choc: Charlie doveva morire

di Renzo Puccetti (30-07-2017)

Per la gravità delle affermazioni e per la caratura del personaggio non possono passare inosservate le considerazioni del professor Francesco d’Agostino, già presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, espresse nella trasmissione Uno Mattina (Rai Uno) il 26 luglio sul caso del piccolo Charlie (clicca qui).

Dato il prestigio che avvolge la persona del presidente dei Giuristi Cattolici, tenterò di svolgere alcune considerazioni sforzandomi di rispettare l’etichetta accademica. Richiesto dal giornalista Tiberio Timperi se per Charlie “c’è il rischio di accanimento terapeutico”, il professor D’Agostino ha risposto che tale rischio è per lui “plateale”, aggiungendo poi che “sicuramente Charlie da molti mesi è sottoposto ad accanimento terapeutico”.

D’Agostino

Passi per me, che sono un semplice medico di campagna che si diletta di bioetica, passi per alcuni miei amici che mi precedono nell’insegnamento della bioetica nelle stesse prestigiose istituzioni universitarie a cui afferisce il professor d’Agostino, voglio giungere a dire passi per il neurochirurgo e psichiatra Massimo Gandolfini, direttore di dipartimento all’Ospedale Poliambulanza di Brescia che sulla Verità di ieri ha parlato di “eutanasia di Stato”, passi per Assuntina Morresi, collega di D’Agostino al Comitato Nazionale di Bioetica, per l’avvocato Simone Pillon, membro dei giuristi cattolici di Perugia, tutte persone che nel caso di Charlie di accanimento terapeutico non hanno visto neanche l’ombra; ma possibile che persino quel monumento vivente della bioetica in Italia e nel mondo, autore del manuale di riferimento per generazioni di bioeticisti, il professore e cardinale Elio Sgreccia non si sia accorto che Charlie era oggetto di una vera e propria tortura, anzi lo abbia escluso decisamente?

Ma non intendo invocare il solo argomento ex auctoritate per rigettare la tesi di D’Agostino. Egli infatti formula la propria convinzione su una definizione di accanimento terapeutico che contempla “interventi medici futili, inutili, privi di prospettive, altamente tecnologici, altamente invasivi, e in molti casi tali da dare forti sofferenze al malato”.

Esaminiamoli singolarmente in modo sintetico. La ventilazione per Charlie era tutt’altro che futile, essa gli assicurava la vita, tant’è che per porvi termine si è utilizzato la sua interruzione. La ventilazione era priva di prospettive soltanto se per prospettiva si assume il miglioramento delle condizioni cliniche e non la sopravvivenza. Tuttavia sono innumerevoli gli interventi medici che assicurano non altra prospettiva che la sopravvivenza, a partire da quella nutrizione e idratazione che è artificiale tanto quanto lo è la ventilazione. Per coerenza allora il professor D’Agostino dovrebbe annoverare tra gli accanimenti terapeutici tutte le situazioni in cui non vi sono prospettive come nei malati di Alzheimer, di cancro, i pazienti in stato vegetativo, per fare solo qualche esempio.

Che l’accanimento dipenda dal grado di tecnologia impiegato è una tesi che apprendo oggi quale stravagante novità. Vi sono interventi che esprimono un altissimo livello di tecnologia robotica o protesica rimanendo totalmente proporzionati: pace-maker, defibrillatori, pompe d’insulina, impianto cocleare, mentre fare un massaggio cardiaco ad un paziente con cancro in fase terminale, intervento pur privo di tecnologia, costituirebbe davvero un accanimento. D’altra parte non vi è molta differenza tecnologica tra una pompa per la Nutrizione e Idratazione e la stomia gastrica con la tecnologia impiegata per un ventilatore ed una tracheostomia.

Ha ragione D’Agostino quando tira in ballo che l’accanimento si configura tale quando il trattamento induce sofferenza. Qui si deve però essere chiari. I trattamenti medici richiedono spesso la sopportazione di dolori o disagi da parte del paziente, si verificano effetti collaterali ed eventi avversi. Per limitarli i medici instaurano altri trattamenti in associazione. Ecco che il dentista fa l’iniezione prima di mettere mano al trapano e poi prescrive gli antinfiammatori, o il chirurgo si fa aiutare dall’anestesista e poi prosegue con antalgici nel periodo post-chirurgico. Ciò avviene anche nei trattamenti cronici.

Ciò che per D’Agostino costituisce la prova dell’accanimento su Charlie – “la ventilazione artificiale a cui è sottoposto Charlie, è un intervento pesantissimo, e infatti il piccolo è sotto sedazione da molti mesi”, ha detto il giurista – fa parte del normale approccio di chi è sottoposto a ventilazione invasiva, a meno di non volere sostenere che i pazienti ventilati cronicamente siano tutti sottoposti ad accanimento terapeutico. Peraltro gli stessi medici del GOSH hanno dovuto ammettere che non vi erano prove che il bambino avesse dolore.

Ho già ricordato sulla NBQ il caso dei bambini nati con atrofia muscolo-spinale tipo 1. A causa di una degenerazione neuronale, nel 95% dei casi non superano i 18 mesi di vita, la mortalità è del 100% a 2 anni, hanno necessità di ventilazione che viene routinariamente instaurata in modalità invasiva o non invasiva, ma nessun medico si sognerebbe mai di considerarla un accanimento terapeutico.

Vuole forse il professor D’Agostino accusare i pediatri di tutto il mondo che hanno in cura questi bambini di mancare al dovere professionale d’interrompere un trattamento che a tutti gli effetti soddisfa i criteri da lui elencati per definire l’accanimento terapeutico? Prego, si accomodi pure. Gli suggerisco di cominciare dalla presidente dell’ospedale Bambin Gesù, Mariella Enoc, che ha dichiarato: “Non so perché l’ospedale inglese abbia deciso di sospendere le cure al bimbo, so che qua da noi questo non sarebbe avvenuto”.

Il professor D’Agostino ha detto che l’accanimento terapeutico su Charlie “lo si può capire fino in fondo soltanto se si studia da vicino la terribile patologia di Charlie e tutti gli interventi che hanno fatto su di lui, partendo dalla ventilazione e partendo dal fatto che il piccolo Charlie non ha alcuna funzione organica attiva”. Ora non vorrei essere irrispettoso, ma un umano che non ha alcuna funzione organica attiva si chiama cadavere ed è piuttosto difficile fare morire un cadavere, stante la sua condizione di già morto.

D’Agostino, che parrebbe parlasse perché ha studiato da vicino la condizione di Charlie, dice che al bambino inglese “non gli funzionano i reni, non gli funziona l’intestino”. Strano però che queste informazioni non siano state riportate in alcun rapporto medico. Non risulta che Charlie fosse sottoposto a dialisi renale, né risulta alcuna immagine dove la cute del bambino abbia manifestato la tipica colorazione che si riscontra nell’uremia legata all’accumulo di urocromi. Inoltre se l’apparato digerente non avesse funzionato si sarebbe manifestato malassorbimento e ileo paralitico, sarebbe stato inutile nutrire e idratare Charlie per via enterale e la morte sarebbe sopraggiunta senza dovere aspettare di dovere intervenire con la rimozione della ventilazione.

D’Agostino poi aggiunge l’argomento della dipendenza dalle macchine. Sarebbe tale condizione a rendere la situazione di Charlie un accanimento terapeutico perché, sempre secondo il giurista, “nella definizione dell’accanimento terapeutico rientra proprio il caso in cui la vita sia supportata, non nell’attesa di una guarigione o di un miglioramento fisiologico, ma semplicemente perché ci sono delle macchine che impediscono all’organismo di arrivare alla propria fine naturale”. Su questo lascio che la risposta a D’Agostino giunga da Mario Melazzini, direttore dell’Agenzia Italiana del Farmaco e malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica, il quale, commentando il caso di Charlie, ha dichiarato sull’Avvenire: “Per me essere nutrito con una pompa nella notte, essere ventilato, è la vita […], la Vita è una questione di sguardi e di speranza, anche per chi è legato a delle macchine. Guardiamo prima di tutto, e ascoltiamo, la persona, non fermiamoci alla ‘macchina’ e non consideriamo una maledizione la vita quotidiana che essa consente”. Forse che un paziente dializzato, un grave bradicardico, un grave broncopneumopatico non sono tenuti in vita da una macchina? Sconcertante.

Così com’è sconcertante la definizione di eutanasia offerta dal professore: “Dare la morte ad un soggetto che ha possibilità di vita, sia pure tragiche, ma che non è in punto di morte e che potrebbe ancora esercitare il tempo che gli rimane da vivere in modo sensato e dignitoso”. Forse che dare un’iniezione letale ad un paziente che ha un’aspettativa di vita di tre giorni, dunque in punto di morte, non sarebbe parimenti un’eutanasia? Quanto prima della morte attesa deve essere attuata la condotta uccisiva perché per il professor D’Agostino si tratti di eutanasia? Non è questione di tempi, né di condizione, ma, come recita la dottrina cattolica e la scienza medica, di mezzi e intenzioni.

Non posso affermare di sapere se la posizione del professor D’Agostino rispecchi il suo sincero convincimento, oppure sia una tattica volta ad arginare le richieste di eutanasia commissiva, concedendo un’eutanasia omissiva nella forma mascherata di astensione da trattamenti proporzionati, facendoli passare per accanimento terapeutico. Se così fosse, si tratterebbe dell’ennesimo tentativo illusorio, puerile, maldestro e complice che non ha mai arginato alcuna progressione del fronte laicista contro la vita, il matrimonio e la famiglia.

Il professor D’Agostino è stato incluso tra i membri ordinari della Pontificia Accademia per la Vita (PAV). Temo che le sue idee sul fine vita rappresenteranno un contributo fortemente innovativo nei documenti della PAV, un contributo che si andrà a sommare a quello del professor Biggar, della professoressa Le Blanc, di Steinberg e di altri ancora.

(fonte: lanuovabq.it)


Avvenire, Paglia, vescovi inglesi: non c’è più vita

di Riccardo Cascioli (30-07-2017)

«Charlie è stato ucciso da un male inesorabile». Così ieri sbalordiva i suoi lettori il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. Sbalordimento non solo per l’evidenza negata di una morte procurata, ma anche per l’altrettanto evidente contraddizione con la linea tenuta nei due mesi precedenti, da quando il caso Charlie è stato seguito con sistematicità dal quotidiano della CEI.

In effetti da un po’ di giorni erano cessati i commenti duri su medici e giudici inglesi; l’editorialista in questo più acuminata – Assuntina Morresi – che all’inizio aveva denunciato con forza la volontà di morte di medici e giudici, è scomparsa dalle pagine del quotidiano dei vescovi dal 13 luglio. E quando, dopo l’udienza in cui anche i genitori di Charlie si sono arresi alla possibilità di terapie, Tarquinio ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera sostenendo che ora era giusto “lasciare andare” Charlie, era apparso chiaro che fosse in atto una manovra di riallineamento.

Ieri la conferma nel modo più spudorato. Ora possiamo aspettarci che sul tema Avvenire arrivi a cedere la tribuna al professor Francesco D’Agostino senza ovviamente spiegare come sia successa questa inversione a U. Di sicuro possiamo dire che il neo-presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Gualtiero Bassetti, non ha alcun ascendente sul “suo” giornale visto che Avvenire ha maturato la svolta proprio nei giorni in cui egli si esprimeva al contrario, ovvero con un giudizio molto chiaro contro l’eutanasia praticata su Charlie.

Ma Bassetti è uno dei pochissimi vescovi che resta fedele a quanto il Magistero ha sempre indicato sul tema della vita e della morte. Il caso Charlie ha fatto emergere la realtà di una Chiesa che, silenziosamente, si è spostata su tutt’altra linea. E infatti, dopo la morte di Charlie, in tanti – che per mesi erano stati in silenzio o quasi – sono improvvisamente diventati loquaci. Perfino il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, di cui si erano perse le tracce, ha voluto far sapere al mondo il suo pensiero.

Dopo le scontate “sincere e profonde condoglianze” ai genitori di Charlie, ecco il colpo: il ringraziamento al personale dell’ospedale londinese «che si è occupato di Charlie durante questi lunghi mesi della sua breve vita». Che se ne sia occupato soprattutto tenendolo in ostaggio in attesa del semaforo verde per farlo morire, questo evidentemente è un dettaglio secondario per il cardinale Nichols. Il quale, non volendo lasciare spazio ad equivoci ha anche lodato tutto il personale dell’ospedale, «la grande professionalità e le risorse offerte a ogni piccolo paziente e ai familiari». Insomma, tanta comprensione per i genitori, però meno male che adesso è finita come doveva e speriamo che la smettano, così che i medici potranno tornare ad eliminare tutti i Charlie di questo mondo coperti da quel silenzio chiesto anche dal professor Francesco D’Agostino nell’intervento su Rai Uno di cui riferiamo a parte.

E loquace è improvvisamente diventato anche monsignor Vincenzo Paglia che, essendo il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, a giochi fatti non può fare a meno di dire la sua. Dopo un primo comunicato sul cui significato si stanno ancora interrogando gli esegeti (è prerogativa di monsignor Paglia fare affermazioni che possono essere lette in qualsiasi modo), ieri sera è intervenuto con una breve dichiarazione al Tg1 delle 20. «Charlie aveva bisogno di tutto meno che di un clima di conflitto e lacerazione», ha esordito. E chi sarà mai il colpevole di questo clima? In fondo se i genitori avessero accettato da subito la realtà di una malattia inguaribile, tutto questo conflitto non si sarebbe acceso. I medici del GOSH, che sono così professionali e prodighi in risorse per i piccoli malati e i loro familiari – come dice Nichols – non meritavano certo questo trattamento.

Infatti quello di cui c’è veramente bisogno, prosegue Paglia, è «un’alleanza terapeutica tra medici, familiari e amici» perché «tutti insieme, ognuno secondo le proprie responsabilità, individuino la via migliore per il malato». Il contenuto di questa alleanza evidentemente non importa: vita, morte, l’importante è che si decida insieme. E insiste ancora nel finale: «Dobbiamo promuovere nel nostro paese un’alleanza tra tutti». A parte quello che appare uno spot a favore della legge sul bio-testamento in discussione in Parlamento, le parole di Paglia indicano con chiarezza la metamorfosi in atto. Da evitare assolutamente non è la scelta per la morte, che malati e disabili vengano fatti fuori dallo stato e dagli esperti; no, da evitare è il clima di conflitto; dobbiamo cercare una soluzione comune, qualsiasi essa sia, senza volere imporre la “nostra” verità.

Non so se è chiaro il messaggio; aspettiamoci a giorni qualche intervento autorevole che ci dica che su Eluana Englaro la Chiesa italiana ha sbagliato a mobilitarsi allora, creando quel brutto clima di conflitto e lacerazione. In fondo che volete che sia il sacrificio di una vita, peraltro improduttiva, davanti alla possibilità di mantenere una concordia sociale? «Mai più un’altra Eluana», dicevamo allora. E sarà così, ma non nel senso che intendevamo.

(fonte: lanuovabq.it)

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