Il bene comune non può esistere senza verità

A differenza di quanto affermano i sostenitori del relativismo radicale, i valori di pluralismo, dialogo e democrazia hanno un fondamento razionale più stabile e duraturo se sono fondati su di un discorso veritativo. L’ultimo libro del filosofo Giacomo Samek Lodovici.

di Cristiano Cannizzaro (24-07-2017)

Che cos’è il bene comune? Uno Stato democratico deve essere eticamente neutrale? Qual è il fondamento dei diritti della persona? Come si risolvono i contrasti tra diritti configgenti? Sono solo alcune delle stimolanti domande che Giacomo Samek Lodovici (Docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica) affronta in questo studio intitolato La socialità del bene. Riflessioni di etica fondamentale e politica su bene comune, diritti umani e virtù civili, ETS 2017, pp. 340, € 22,00.

Nel primo capitolo si affrontano alcune obiezioni preliminari che possono essere avanzate nei confronti della possibilità di un discorso veritativo intorno a queste tematiche. L’autore dimostra che, a differenza di quanto affermano i sostenitori del relativismo radicale, i valori di pluralismo, dialogo e democrazia hanno un fondamento razionale più stabile e duraturo se sono fondati su di un discorso veritativo. Emblematica è l’interessante disamina sul tema della tolleranza; dopo aver criticato quattro ambigue accezioni di questo termine, viene proposta e difesa una definizione positiva di tolleranza, come rispetto necessario della dignità della persona, che non solo non è in contrasto con un’ottica veritativa e con una retta concezione della democrazia ma che anzi la difende e la rafforza.

Il tema della dignità umana è il filo conduttore della riflessione del capitolo successivo sul tema del bene comune. Rifacendosi alla definizione kantiana di dignità come valore incommensurabile proprio di tutto ciò che non ha un prezzo perché non ha un equivalente, l’autore esamina quattro diverse possibili concezioni di bene comune mettendo in luce come solo una prospettiva personalista sia pienamente compatibile con la tutela della dignità dell’uomo. In particolare, l’autore evidenzia come una concezione liberale sensibile al tema della dignità dell’uomo non possa essere fondata sull’individualismo assoluto libertario ma richiede un’antropologia relazionale e personalista di impronta classica.

Con la difesa della possibilità naturale dell’altruismo si apre la riflessione sulla concezione personalista del bene comune, che l’autore sviluppa nel terzo capitolo. Il personalismo presuppone e tutela un’antropologia relazionale che è caratteristica della persona umana. Ciascun uomo, infatti, sin dalla nascita e per tutto il corso della sua esistenza, si trova in una relazione di strutturale dipendenza (psicologica, materiale, morale) dagli altri. E il vivere con gli altri non rappresenta soltanto un mezzo per realizzare le aspirazioni individuali (spesso irriducibili e magari conflittuali) di ciascuno, ma è esso stesso un fine in sé, un valore intrinseco che lo Stato deve assicurare e tutelare. Il bene comune non è (come afferma il liberalismo) la mera somma di beni individuali (a volte confliggenti), ma è un bene di tutti e di ciascuno, è parte essenziale del bene del singolo (potremmo dire: della sua stessa realizzazione e felicità individuale).

Questa prospettiva importa un arricchimento ed un ampliamento di alcuni presupposti della teoria politica del liberalismo classico.

In primo luogo la concezione della libertà individuale, che non soltanto “finisce dove inizia quella dell’altro” ma anche ha bisogno della libertà dell’altro per realizzare pienamente il suo fine ultimo (la vita buona). Ancora, occorre ripensare la teoria della neutralità etica dello Stato, che non può essere intesa in senso assoluto (poiché uno Stato assolutamente neutro dal punto di vista etico dovrebbe tollerare qualsiasi concezione etica abbracciata dai cittadini, anche quella che nega valore alle libertà altrui), ma deve essere intesa in un senso sostantivo e valoriale, che riconosca la necessità di promuovere e difendere la libertà di fioritura di ciascuno.

L’autore affronta poi un tema di stretta attualità anche politica: la relazione tra bene comune e legge morale naturale, rettamente intesa.

La legge naturale non deve essere concepita nel senso fisico-biologico di “legge della natura”, né come uno schema fisso di azione, predeterminabile a priori, ma nella sua accezione classica di insieme di principi razionali comuni a tutti gli uomini, che sono per questo validi universalmente per tutti gli uomini. Intesa in questo modo la legge morale naturale si rivela essere il fondamento necessario (per lo più implicito) per l’affermazione dell’esistenza di diritti universali dell’uomo (ad es., affermare il diritto alla proprietà significa ribadire il principio di morale naturale che vieta il furto e l’appropriazione indebita di cose altrui), che sono inalienabili e antecedenti a qualsiasi potere politico proprio perché fondati sulla natura dell’uomo.

Nel quarto capitolo l’autore propone una rivisitazione della teoria dei diritti umani alla luce della relazione strutturale esistente tra contenuto dei diritti, correlativi doveri e bene comune. La nozione di diritto, infatti, non è una scatola vuota, a disposizione del legislatore, ma ha un fondamento ontologico nella giustizia dei rapporti tra i cittadini. In particolare il contenuto dei diritti umani fondamentali ha il suo fondamento nella promozione e nella difesa della dignità dell’uomo. Ad ogni affermazione di diritti in favore di qualcuno corrisponde pertanto l’affermazione di correlativi doveri in capo ad altri. Questo è il motivo per cui non ogni e qualsiasi arbitraria pretesa o desiderio individuale merita il titolo di “diritto” da promuovere e tutelare.

Nell’ultimo capitolo l’autore mette in evidenza come qualunque discorso sul fondamento e sul contenuto dei diritti rischi di essere sterile se non è accompagnato da una presa di coscienza dell’importanza e della necessità della pratica delle virtù civili da parte dei cittadini. Le virtù sono infatti il vero fondamento della giustizia nei rapporti sociali e il presupposto necessario e ineliminabile perché i diritti dei cittadini siano non soltanto affermati sulle carte costituzionali ma rispettati e promossi nella pratica.

Ora, la principale sorgente di virtù civili sono le ‘comunità umanizzatrici’, cioè quelle in cui vige (in una misura consistente) la logica della gratuità e non (o non principalmente) la logica del do ut des o dell’equilibrio delle forze. Tra queste comunità svetta la famiglia, che è la prima società ed il fondamento cruciale della società politica e Samek argomenta, dal punto di vista antropologico, etico ed economico, che questo istituto non è un fatto privato bensì è una componente fondamentale e irrinunciabile del bene comune. Sarebbe dunque nell’interesse intrascendibile dello Stato, anche di quello liberale, proteggere e promuovere la famiglia, invece che indebolirla continuamente.

Samek, offre un lavoro rigoroso e prezioso, padroneggiando un’impressionate mole di letteratura (più di seicento testi o articoli citati, a cui si aggiungono quelli consultati), rileggendo (e valutando) con sicurezza autori come Platone, Aristotele, Tommaso (principale punto di riferimento dell’autore), Locke, Rousseau, Kant, Hegel, Marx, Nietzsche, Rawls, Böckenförde, Habermas e tanti altri.

(fonte: lanuovabq.it)

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