Cosa c’è dietro la “crociata” contro l’olio di palma

L’olio di palma è sostenibile e non fa male in una dieta equilibrata, ma minaccia i concorrenti e quindi viene osteggiato. «I veri problemi sono altri». Parla il professor Pratesi.

di Francesca Parodi (22-07-2017)

«Dietro le campagne mediatiche contro determinati alimenti, il più delle volte, si celano interessi economici. È il caso dell’olio di palma». Carlo Alberto Pratesi, professore di Marketing, innovazione e sostenibilità all’Università Roma Tre spiega così a tempi.it che, contrariamente a quanto si crede, la coltivazione della palma da olio non è nemica dell’ambiente e inoltre ha una resa produttiva migliore degli altri oli vegetali: richiede poco terreno, poca acqua e pochi concimi e fertilizzanti. Come riportato sul sito dell’Unione italiana olio di palma sostenibile, dall’ulivo (il cui olio è indicato dai nutrizionisti come migliore in termini di proprietà nutrizionali) è possibile ricavare, a parità di ettari, 11 volte meno prodotto rispetto alla palma. In sostanza, l’olio di palma è più facilmente producibile e implica meno costi. In campo alimentare si presenta come un ingrediente versatile: resiste al calore, ha sapore e fragranza neutri (e dunque non copre il gusto degli altri ingredienti) e non si ossida, evitando così l’uso dei conservanti. Con il tempo, il suo impiego ha sostituito i grassi vegetali idrogenati e gli acidi grassi Trans, considerati nocivi dalla comunità scientifica internazionale.

«È stato proprio questo successo la causa dei suoi stessi problemi», continua Pratesi. «Da un lato, ha inimicato i produttori degli altri oli (in particolare di colza, mais e soia) che hanno visto ridursi di anno in anno le loro quote di mercato. Ne hanno risentito molto le produzioni locali, dal momento che quest’olio viene importato dall’Asia. E dall’altro lato, i maggiori produttori di olio di palma, Malesia e Indonesia, di fronte all’aumento di domanda, hanno ampliato a dismisura le loro coltivazioni». L’olio di palma quindi è di per sé un prodotto sostenibile, ma è compito dei produttori rispettare gli ecosistemi, evitando gli incendi volontari per dedicare aree alle piantagioni e proteggendo comunità locali e diritti dei lavoratori. L’industria alimentare italiana, da sempre molto esigente, ha quindi richiesto ai produttori una certificazione sulla sostenibilità dell’olio di palma.

«In realtà, quando si parla di danno ambientale, il consumatore se ne interessa fino a un certo punto. Tant’è che quando grandi organizzazioni ambientaliste hanno lanciato l’allarme di rischio deforestazione non ci sono stati grandi impatti sulle vendite», sostiene Pratesi. «Quando poi si è insinuato il sospetto che questo olio, oltre ad essere insostenibile, fosse anche dannoso per la salute, allora il consumo è crollato immediatamente». Dal punto di vista ambientale, il boicottaggio totale dell’olio di palma, ricorda Pratesi, porterebbe a due conseguenze: non ci sarebbero più incentivi a produrre olio di palma sostenibile e dunque i produttori si rivolgerebbero ad altri clienti meno interessati alla sostenibilità; le aziende acquisterebbero oli alternativi che richiederebbero più terreno per la coltivazione e dunque incentiverebbero la deforestazione.

L’Istituto superiore di sanità ha accertato che non ci sono evidenze dirette che l’olio di palma abbia un diverso effetto sul rischio cardiovascolare rispetto ad altri alimenti con simile composizione di grassi saturi e insaturi. Inoltre, garantisce l’Iss, l’olio di palma non è nocivo se assunto all’interno di una dieta bilanciata, una regola che vale per qualsiasi alimento. In particolare per i grassi saturi, il loro consumo non deve essere superiore al 10 per cento delle calorie giornaliere. «Dobbiamo rispettare la piramide alimentare, in cui sono presenti tutti gli alimenti, ma dove gli zuccheri e i grassi costituiscono la cima (devono cioè essere assunti con parsimonia). Il problema è che oggi questa piramide si è invertita e si tende a mangiare in maniera meno equilibrata. L’obesità è diventata un’emergenza nazionale», dice Pratesi. «Dare la sensazione ai genitori che togliendo l’olio di palma o il glutine o gli zuccheri dalla dieta dei propri figli si garantisca uno stile di vita sana è solo un’illusione».

Una corretta educazione alimentare, sostengono diversi esperti, deve cominciare fin dalla scuola. Pratesi, che ha lavorato al tavolo tecnico del ministero della Salute dove si è discusso di mense scolastiche (è in discussione al Senato il ddl che proibisce agli studenti di portarsi il pranzo da casa) e di sprechi alimentari, osserva che «le mense seguono protocolli rigidi e corretti anche dal punto di vista nutrizionale, quindi, a meno che il ragazzo non abbia una madre attenta che gli prepari un pranzo al sacco adatto, è forse consigliabile che il ragazzo mangi a mensa». Il problema però, rileva Pratesi, «è che spesso nelle scuole mancano i controlli, per cui magari un bambino fa il bis di pasta ma poi non mangia frutta o verdura. Bisognerebbe lavorare di più nell’ambito dell’educazione». L’alimentazione però, sostiene Pratesi, non basta: «Come evidenziano numerosi studi scientifici, uno stile di vita sano si lega innanzitutto all’attività fisica. I ragazzi di oggi non sono abituati a muoversi e la responsabilità è in gran parte della scuola, che, per come sono strutturati i percorsi di studio di qualunque grado, li costringe a stare seduti per troppe ore di fila. Si dovrebbe discutere anche di questo aspetto, non solo di nutrizione. Piuttosto, meglio mangiare qualche zucchero o grasso in più ma fare molta più attività fisica».

(fonte: tempi.it)

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