Navarro-Valls, il ricordo di Messori

Un incontro burrascoso, poi una complice amicizia fatta di prosciutti rinsecchiti e di fumate sui tetti. Vittorio Messori racconta il rapporto con Navarro Valls. “Tutto iniziò facendo arrabbiare lui e Wojtyla. Rifiutai un’intervista. Ma il Papa ricavò dalle mie domande Varcare la soglia della speranza, con lui regista”. Classe e savoir vivre: ritratto di un cattolico fuori dai cliché. E un rammarico: “Un archivio sterminato di annotazioni che doveva diventare libro”.

di Andrea Zambrano (07-07-2017)

I pugni sul tavolo di Giovanni Paolo II, le sigarette sul tetto, il prosciutto rinsecchito nel frigo, gli appunti segreti e un libro mai scritto. Il rapporto tra Joaquin Navarro-Valls e Vittorio Messori è scandito da immagini plastiche, segno di un’amicizia costellata da tanta stima reciproca e qualche disaccordo. Però un rapporto schietto e vivace, cresciuto all’ombra di quella figura gigante che è stato Papa Wojtyla. Navarro del Papa polacco è stato lo storico portavoce, Messori con Giovanni Paolo II ha scritto uno dei libri più venduti della storia recente della Chiesa. Inevitabile che tra i due, nel corso degli anni, nascesse prima una frequentazione e poi un’amicizia.

E oggi che lo scrittore piange l’amico per 20 anni portavoce della Sala Stampa morto a 80 anni, dalle rive della sua Desenzano – in questi giorni affollata di tedeschi accaldati nell’umido gardesano – le immagini tornano fuori e proiettano ricordi in grado di tratteggiare il suo stile inconfondibile, così diverso dal cliché dei consacrati.

“La nostra amicizia è iniziata in un modo burrascoso – racconta Messori alla Nuova BQ in questa intervista -. Ma come spesso accade, i rapporti nati male si trasformano poi in qualcosa d’altro”.

Che cosa, Messori?

Un’amicizia profonda, una complicità.

Quando vi conosceste?

Primi anni ’90. Navarro mi leggeva e io lo vedevo in televisione, avevo scritto un libro indagine sull’Opus Dei, la Prelatura di cui era numerario, consacrato quindi. Dopo Cammino di San Josemaria Escrivà fu il libro che portò più gente a conoscere l’Opera, venne tradotto in mezzo mondo. Così un giorno nel ’94 mi telefonò.

Come andò?

Voleva vedermi a Roma. Aveva avuto l’idea di un’intervista televisiva al Papa da vendere in tutto il mondo, sarebbe stata la prima intervista televisiva a un Papa e chiedeva a me di fare l’intervistatore.

Il sogno di ogni giornalista…

Io risposi: ci penso.

Ha fatto un po’ il prezioso.

No, è che c’era qualcosa che non mi tornava.

Cosa?

Una settimana dopo tornai a Roma e pranzai con il Papa, il direttore generale della Rai e il regista Pupi Avati. Erano elettrizzati da quest’idea. Ma io li delusi tutti, compreso il Papa.

Perché?

Dissi che ero un giornalista di carta stampata e non avevo alcuna esperienza di televisione. Ma ciò che mi ostacolava di più era il progetto in sé. Mi rivolsi al Santo Padre così: «Santità, io le parlo come giornalista. Sappia che lei è per tutti noi cattolici il maestro supremo, il conduttore della fede. Deve tenere presente che entrare nel regno dei media significa entrare nel regno del “secondo me”, nel regno dell’opinione. Ho l’impressione che la sua vocazione di maestro nella fede, all’occorrenza anche infallibile, ne sarebbe molto danneggiata. Lei non può avere opinioni, deve avere certezze».

Immagino la reazione di Giovanni Paolo II. Sua moglie in un’intervista del 2007 a Stefano Lorenzetto racconta che Wojtyla si oppose…

Altroché. Si alterò, batté i pugni sul tavolo. Navarro era nero, era stata una sua idea. Ma temporeggiammo, io mandai comunque una ventina di domande via fax. Il risultato fu che il mattino in cui avremmo dovuto fare l’intervista a Castel Gandolfo il suo studio era già stato trasformato in un set, Pupi Avati era sul posto, ma arrivò una telefonata di Navarro Valls il quale ci disse che il Papa aveva deciso di sospendere la cosa. Io esultai. Navarro, Avati e il direttore della Rai si incazzarono di brutto e mi diedero la colpa, che mi presi volentieri. Tutto sembrava finito e io esultante tornai a casa.

Volentieri? Sempre le cronache riferiscono che tutto saltò per impegni del Papa…

Bè, col senno di poi, sono convinto di averlo… convinto.

Che accadde?

Nella primavera del ‘95 Navarro mi telefona: “Domani vieni a prendermi all’aeroporto di Verona”. Eseguo. Ci sistemiamo in una pizzeria sul lago a Desenzano. Ordiniamo la pizza e mentre aspettiamo apre una valigetta. Estrae una cartellina gonfia di appunti e mi dice: “Qui c’è un manoscritto storico”. Sulla cartellina c’era un titolo: Varcare la soglia della speranza. Doveva vedere il mio stupore.

Le domande inviate via fax?

Esatto. Navarro non ne sapeva nulla, Giovanni Paolo II conservò quelle domande anche dopo il fallimento del progetto televisivo. Più tardi seppi che lo avevano incuriosito anche perché alcune erano provocatorie. Il Papa rispose e chiese a Navarro di consegnarmele e di farne quello che volevo. Le risposte andavano riscritte un po’ nello stile, ma il succo c’era tutto. Valls mi chiese di metterlo a posto e mi salutò. Il giorno dopo stava già lavorando a quella che sarebbe poi diventata una delle più grandi operazioni editoriali fatta da un Papa. Decise che doveva uscire in 53 lingue contemporaneamente.

E lei accettò.

Che cosa potevo fare? Ma la Mondadori non era in grado di gestire un’operazione così grossa. La cosa curiosa è che il libro fu gestito da un’agenzia letteraria di New York di ebrei.

Quindi il regista dell’operazione è stato Navarro?

Esatto. Sua l’idea dell’intervista televisiva e sua l’idea del libro best-seller. In tutti e due i casi c’era il suo zampino. Avallato ovviamente da Giovanni Paolo II.

Faceste pace, quindi?

Da quel giorno diventammo amici. A Natale ’95 il libro aveva già superato i 20 milioni di copie e Navarro gongolava. Si ricredette. “Se avessimo fatto solo un’operazione televisiva – mi confidò un giorno – avremmo fatto un picco di share storico. Poi però tutto si sarebbe perso”. Invece il libro è ancora oggi in libreria dopo 22 anni!

Che cosa la colpiva di Navarro Valls?

Era bello, elegante, sapeva muoversi in qualunque ambito, era poliglotta. Avresti pensato tutto tranne che fosse un consacrato dell’Opus Dei. Quello che colpiva in lui era il fatto che smentiva con la sua stessa figura il cliché del consacrato.

Ne sta facendo un santino…

Allora le dico che lui era un grande fumatore, nonostante fosse un medico. Ci vedevamo spesso ai convegni e siccome allora fumavo anch’io, molto, diventammo complici. Durante i convegni o presentazioni, quando non ne potevamo più, ci guardavamo con sguardo complice, ci alzavamo in contemporanea e andavamo a fumare di nascosto.

Di nascosto?

Sì. Una volta su un terrazzo, un’altra nei gabinetti. Eravamo dei tabagisti! Ma tutto questo lo dico con grande simpatia perché anche questo mostra come il cliché del consacrato moralista facesse a pugni con lui. E lo considero un merito.

Bè, se uno conosce l’Opus Dei non dovrebbe stupirsi. Lo stesso San Josemaria invitava i sacerdoti a fumare…

E’ vero, è nello stile di libertà dell’Opus Dei.

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Navarro fu più portavoce o più addetto alla comunicazione?

Sicuramente più portavoce. Giovanni Paolo II aveva in lui una fiducia enorme, sapeva scegliersi gli uomini. Tra loro le cose erano chiare: nessuna fuga in avanti, una tomba sulle cose che non si potevano dire, per il resto ci pensava lui. E’ stato in grado di interpretare alla perfezione la mens di un pontefice complesso come Giovanni Paolo II.

Ha reinventato la figura del portavoce…

Sì, prima erano dei grigi preti di curia. Con lui tutto è cambiato. Ma è già cambiato tutto oggi. Oggi ci pensa Papa Francesco a tenere i rapporti con i giornalisti. I portavoce sono in secondo piano. E forse tutto questo provoca degli equivoci perché non c’è il filtro necessario tanto che con Papa Francesco si ha paura a volte di quello che dirà… perché è imprevedibile.

Vi rivedeste ancora?

Spesso ci telefonavamo, quando ci fu la beatificazione di San Josemaria Escrivà de Balaguer alla fine della cerimonia gli chiesi: “Andiamo in trattoria?”. Lui nicchiò: “Roma è invasa, non troveremmo neanche un tavolino. Andiamo nel mio ufficio e vediamo cos’ho”. Chissà che cosa mi ero immaginato…

Perché?

Vicino alla scrivania aveva un frigorifero. Apertolo tirò fuori un vino liquoroso e un prosciutto spagnolo ormai rinsecchito.

Rinsecchito?

A furia di stare in frigo era diventato come pietra e aveva buttato fuori il sale. Lo tagliò con un seghetto che aveva nella scrivania e lo mangiammo accompagnato da quel vino da dessert. Insomma…

Bè, ardito. Basta accontentarsi…

Non ci facemmo caso. Ridemmo in continuazione anche perché ci raccontavamo le barzellette. Io quelle che si dicevano nelle sagrestie sul Papa e alcune anche su di lui. Una sola cosa gli rimprovero…

Cosa?

Nel corso degli anni aveva accumulato qualcosa come 600 pagine di appunti. Una vita intera con Giovanni Paolo II, le sue considerazioni personali a caldo negli snodi principali con i potenti del mondo. Riconobbi che era materiale enorme, di un’importanza storica gigantesca. Lo spinsi più volte a ricavare un libro sul Giovanni Paolo II privato.

Un libro poi è uscito.

Sì, ma insufficiente, conteneva solo il 5% di quel materiale. Mi proposi addirittura di fargli da editor, gratis e anonimamente.

Perché non lo fece mai? Aveva timore di rivelare qualche segreto?

Credo che fosse spaventato dal fatto che avrebbe avuto l’attenzione di tutto il mondo.

Oggi non c’è più. Che ricordo porta di questo testimone del pontificato wojtyliano?

Ha incarnato in senso moderno la fede cattolica, nel rigore, nella fedeltà alla tradizione e nel savoir vivre. Sto pregando per lui e sono convinto che ora stia infinitamente meglio di noi.

(fonte: lanuovabq.it)

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