Biffi racconta Biffi. Le lettere di un uomo autentico Lettere a una carmelitana

Lettere a una carmelitana scalza raccoglie il carteggio fra il cardinale Giacomo Biffi e suor Emanuela Ghini dal 1960 al 2013. I temi trattati sono dei più vari ma in questo microuniverso di carta sono sempre due i soli che illuminano il pluridecennale e curioso carteggio: Cristo e la Chiesa. Emerge un Biffi privato perfettamente sovrapponibile a quello pubblico. Prova che gli uomini di Dio sono sempre autentici.

di Tommaso Scandroglio (02-07-2017)

Socrate una volta disse che gli scritti sono come una statua: se interrogati non rispondono. Nemmeno i morti, bisognava rammentargli. Per fortuna quindi che ci sono i libri che ci permettono, se non di interloquire, almeno di ascoltare cosa aveva da dire chi non c’è più.

L’11 luglio del 2015 saliva al cielo il Cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna per molti anni, e in questi giorni esce per i tipi di Itaca una raccolta di lettere che lo stesso Biffi scrisse nell’arco di più di 50 anni, tra il 1960 e il 2013, ad una carmelitana scalza, suor Emanuela Ghini, (G. Biffi [a cura di E. Ghini], Lettere a una carmelitana scalza, Itaca, 2017). I temi trattati sono dei più vari ma in questo microuniverso di carta sono sempre due i soli che illuminano il pluridecennale e curioso carteggio: Cristo e la Chiesa. Da tale epistolario emerge come il Biffi pubblico sia perfettamente sovrapponibile a quello privato – prova che gli uomini di Dio sono sempre autentici – e come la santità di un uomo faccia rima con semplicità e profondità.

Le recensioni di libri mediocri trovano davanti a sé una strada tutta in discesa. Di converso le recensioni di libri eccellenti sono tutte in salita e non possono che votarsi all’insuccesso perché apparirebbero sempre come pallido riflesso della ricchezza contenuta in essi. E dunque lasciamo la penna volentieri allo stesso cardinal Biffi.

Alcuni ritratti di personaggi noti. Padre Turoldo: “La sua ‘teologia’ è farneticante, la sua abituale frequentazione dei ricchi e dei colti lo induce a farsi annunciatore di una Chiesa povera e semplice. La sua affinità elettiva con chi ha il potere dei mezzi di comunicazione (televisione, Corriere della sera, etc.) gli dà una risonanza e un’amplificazione del tutto sproporzionata e ingiusta”. Don Giuseppe Dossetti: “è stato angosciante l’avvedermi che la sua visione teologica (e particolarmente la sua ecclesiologia) non mi pareva conforme alla Rivelazione ed era ideologicamente condizionata”. Il cardinale Gianfranco Ravasi: “di persona lo conosco poco: mi dà l’impressione che in lui prevalga lo ‘studioso di letteratura ebraica’ sull’ ‘indagatore del disegno di Dio’”. Il cardinale di Milano Giovanni Colombo, verso cui Biffi nutriva grande stima, “continua a ritoccare e a rifare, perché i suoi elaborati (e tanto meno quelli degli altri) non lo appagano mai. Credo che quando entrerà nella visione beatifica, il suo primo giudizio sarà: ‘Pensavo meglio’”. Il cardinale Carlo Caffarra per il quale anche nell’epistolario spese parole bellissime: “siccome nessuno è perfetto, ha due gravi difetti: è completamente astemio ed è tifoso del Milan (per un interista come me è quasi imperdonabile)”.

Pensieri sparsi: “Il discorso sulla Chiesa dei poveri non ha molta eco dentro di me perché né l’ambiente religioso che mi ha cresciuto né quello dove ho finora esercitato il mio ministero è stato composto né di benestanti né di intellettuali”; “Nei fascicoli de ‘Il Regno’ ‘chiesa’ è scritto sempre con la minuscola. […] Ma poi trovo scritto spesso: Comunità metodista, Comunità di base, Camera del lavoro, Consiglio pastorale, Nazioni unite, e qualche volta addirittura Stato, tutti con la maiuscola. […] Perché questo accanimento implacabile solo contro la Chiesa? Perché questo rigore stilistico che solo nei confronti della Chiesa non si distrae mai? […] Questa voluttà di avvilire almeno nell’ortografia la sposa del Signore – che è di molte anche eccellenti persone – meriterebbe a mio avviso un’analisi dell’inconscio”; “Per il pensiero moderno conta più il cercare che il trovare. […] Credo che sia stato Lessing a dire che vale più la caccia della lepre. Ma forse è perché non ha mai mangiato la lepre”; “Quando ho il raffreddore mi riesce impossibile essere un santo. […] Il Signore Gesù – che non aveva avuto la fortuna di leggere le mie pagine – ebbe di fronte al dolore e alla morte paura, noia e tristezza, e chiese di non morire, con preghiere, suppliche, grandi grida e lacrime. […] E ‘fu esaudito per la sua pietà’, da un Padre che, a proposito di esaudire le preghiere dei figli, deve avere un forte senso dell’umorismo”. “Io non mi sento particolarmente attratto dalle forme del movimento [di CL], ma certo il vedere migliaia e migliaia di studenti universitari che di fronte alla prepotenza del Movimento studentesco parlano di Gesù Cristo come se lo incontrassero tutti i giorni all’ora dell’aperitivo, mi impressiona un po’”; “Gli editori cattolici […] forse identificano i loro interessi con quello del Regno di Dio, e perciò tutti i soldi che sono costretti a sborsare li considerano sottratti al Regno”; “Sono stato nominato vicario episcopale per la cultura, perciò sono molto desolato. La cultura non mi ha mai interessato e cosa debba e possa fare un vicario episcopale non lo so. […] Nel mondo della cultura, mi trovo spaesato. Mi sembra così poco consistente e denutrito. Ma non dirlo a nessuno, se no perdo il mio posto di lavoro”; “La Chiesa non deve essere credibile, ma credente; allora sarà anche credibile”.

Rammentando del primo incontro con Suor Emanuela presso il seminario di Venegono, avvenuto anni prima quando lei non era ancora entrata nel Carmelo: “Io, che sono sempre stato tendenzialmente poligamo, certamente ti avrò accolto con gioia come un dono della Provvidenza”.

L’umorismo è “amare appassionatamente tutte le creature senza identificare mai nessuna di esse con il loro Creatore”; “La cosa più comica sono i cattolici impegnati e gli intellettuali in genere, che puntano fieramente i loro fucili dalla parte dove non ci sono più nemici (e dove non si corre alcun pericolo)”; “Il Nunzio apostolico mi ha confidato, nel lussuoso riserbo che di solito circonda le sedi dei diplomatici, che l’Australia è un continente e che davanti al Santissimo Sacramento bisogna fare la genuflessione; ti raccomando di non dirlo in giro”; “Una intelligente flebite mi ha costretto ad attuare per dovere il sogno della mia vita: quello di stare a letto tranquillo senza febbre e senza grandi dolori e di poter disdire tutti gli impegni di lavoro”; “A sentir parlare tanti della comunità primitiva e dell’impossibilità di risalire da essa al Cristo storico, si ha l’impressione che il giorno dell’Ascensione con Gesù siano saliti al cielo tutti i testimoni della sua vita. Sicché tutto è dovuto ripartire da zero”; “Sai io adoro il conformismo. In un mondo così squinternato, la sola filosofia veramente estrosa e originale mi sembra l’ortodossia”.

Un giorno l’auto su cui stava viaggiando va in panne. Questo contrattempo “ha consentito un’esperienza interessante: un lungo colloquio di più di un’ora, mentre aspettavo il carro attrezzi, tra un vescovo in alta uniforme e i due figli del venditore ambulante di fiori, uno di quattro e uno di sette anni, sull’arduo tema del celibato ecclesiastico. Abbiamo concluso tutti e tre che non ci sposeremo mai, io per ragioni apostoliche e loro perché trovano antipatiche le bambine. Ma penso che col tempo alcuni di noi cambieranno idea”; “Comunque la decadenza che stiamo vivendo è grande. […] Mi pare possa essere paragonata alla crisi che è seguita al concilio di Nicea, quando il mondo ‘si svegliò ariano’: adesso la cristianità si è trovata secolarista, solo che non si è ancora svegliata”.

In merito alla rimessione del mandato dall’incarico di arcivescovo: “il papa mi ha già fatto capire che vorrebbe farmi proseguire ancora un po’, mentre a me sembra opportuno concludere al più presto. Siccome il papa è infallibile, l’aiuterò a non sbagliare; cioè a decidere secondo il mio desiderio”. Relativamente all’elezione di Benedetto XVI: “Scegliendo, in sole ventiquattrore, colui che nell’immaginario collettivo era naturalmente associato alla ‘fede’ e alla sua salvaguardia, il collegio cardinalizio ha detto che, tra i molti e gravi problemi, quello della fede autentica e piena è il primo e il più inderogabile”.

E chiudiamo forse con l’aforisma più significativo di tutto l’epistolario: “Il mondo è una foresta di segni e un’allusione. Tutte le cose alludono all’invisibile”.

(fonte: lanuovabq.it)

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