“Io, una vita per la Vita, soffro per le nomine PAV Si realizza il piano dei nemici di Humanae Vitae”

Le nomine discutibili e ambigue alla Pontificia Accademia per la Vita indignano gli addetti ai lavori. Come Flora Gualdani, fondatrice della Casa di Betlemme. “La strategia ecclesiale sembra cedere alla pressione per sdoganare contraccezione e fecondazione. Che errore l’estromissione dalla Pav del massimo esperto di metodi naturali. Ma sotto c’è il tentativo di rottamare l’Humanae Vitae, i cui insegnamenti invece sono indispensabili per le cosiddette periferie esistenziali. Oggi Lejeune piangerebbe”.

di Andrea Zambrano (27-06-2017)

Nei giorni scorsi hanno suscitato molte perplessità le nomine dei nuovi componenti della Pontificia Accademia per la Vita con l’ingresso nel board di ecclesiastici o studiosi di bioetica che sui temi della vita hanno posizioni ambigue o critiche nei confronti del Magistero della Chiesa. Ma come è stato è stato recepito questo spoil system dagli addetti ai lavori. Da coloro i quali con la vita nascente operano da anni come testimoni combattendo la cultura dello scarto che domina la nostra società. Tra questi testimoni dell’epoca moderna vi è Flora Gualdani, fondatrice dell’Opera Casa di Betlemme. La Casa di Betlemme un luogo di preghiera, casa di accoglienza, centro di formazione sul Vangelo della vita: un’opera spirituale, sociale, culturale unica in Italia. Così come lo è la Gualdani, che ha lasciato il suo lavoro di ostetrica per dedicarsi alla sua missione. Insieme ad altre personalità scientifiche e intellettuali pro-life è tra i soci fondatori dell’associazione Vita è e in questa lunga intervista alla Nuova BQ ha tratteggiato un quadro sufficientemente ampio sulla crisi che sta attraversando la cultura pro life nel mondo cattolico.

Flora Gualdani, ha letto su Facebook? C’è chi la reclama come presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Al di là della “provocazione”, significa che nel campo pro life ha trasmesso qualche cosa.

Non sono un accademico però ho molte cose da dire sul piano della pastorale dove ho maturato un’esperienza di oltre mezzo secolo. Casa Betlemme è come un lungo ponte che collega i marciapiedi alle università, ha attraversato le corsie degli ospedali e le sacrestie, portando tra la gente il Vangelo della vita. L’ambulatorio ostetrico è uno speciale “confessionale” più frequentato di quello dei sacerdoti: ho ascoltato la vita concreta di migliaia di donne, ho camminato con loro e lungo i decenni mi sono fatta alcune convinzioni.

Flora Gualdani con papa Giovanni Paolo II nel 1996.

Per aiutare la Chiesa cattolica ad attuare la dottrina ho consumato la mia vita e tutti i miei beni: vedevo la pastorale talmente in difficoltà che abbandonai in anticipo la mia amata professione ospedaliera.

Il mio piccolo “ospedale da campo” l’avevo aperto negli anni ’60 dopo un’intuizione che ebbi nella Grotta di Betlemme nell’agosto 1964, mentre a Roma c’erano i lavori del Concilio Vaticano II. Quando la casa diventò stretta, chiesi al mio babbo contadino la mia parte d’eredità e in quell’ettaro di terra ci ho costruito alcune casette per l’accoglienza delle “maternità difficili”. Qualche centinaio di piccoli innocenti sono stati così tolti dalla pena d’aborto e altrettante le mamme che qui hanno scoperto la libertà di non abortire. Nessuna donna è mai tornata da me pentita di aver accolto la vita: né la undicenne incinta né la prostituta né la vittima di violenza. Ho visto rifiorire l’impensabile, storie indicibili di umana catarsi. Nel mio ospedale da campo mi sono specializzata anche nel prendermi cura delle maternità negate, cioè di tutte quelle donne che ho visto tornare, a volte con i capelli imbiancati, a portarmi il loro trauma post aborto che riemergeva magari dopo decenni. Le ho accompagnate fino alla guarigione, in un lungo cammino di recupero tra spiritualità e psicologia con una mia “ricetta” dove Gesù è l’unico “farmaco” capace di guarire un cuore da quella ferita viscerale. Credo di aver testimoniato anche un Chiesa “in uscita”: nel frattempo infatti, usavo le mie ferie per andare nelle periferie esistenziali, a servire la vita nascente in mezzo alle guerre e tra i diseredati della terra, in un personale servizio alla “maternità senza frontiere” Nell’inferno della Cambogia il vescovo di Bangkok voleva che rimanessi e aprissi una casa là ma io sentivo che la mia missione era qua nel nostro occidente gaudente e disperato. Vedevo crescere una povertà culturale su questi temi. Decisi quindi di aprire un nuovo reparto nell’ospedale da campo: quello della formazione come chiave della prevenzione, per trasmettere ai giovani sapere e valori morali. Per prepararmi andai a Roma dai giganti: all’epoca i docenti erano figure come Lejeune e Wanda Poltawska, la ginecologa missionaria Anna Cappella e i Billings, Sgreccia e Caffarra. E sopra tutti san Giovanni Paolo II. Le loro lezioni le ho riportate in diocesi e poi in giro per l’Italia divulgando le pagine bioetiche del Magistero «nelle pieghe più recondite dell’intera società» (Evangelium vitae n. 80). Casa Betlemme è diventata così una scuola di vita. La definisco una piccola “Università dell’amore con facoltà della vita”. Da questa scuola sono passati in molti: vergini e prostitute, analfabeti e professori, vescovi e sbandati, artisti e giornalisti, famiglie ferite e tante coppie di innamorati.

Eppure alla PAV è successo qualche cosa di epocale: un cambio di governance con l’innesto di personaggi ambigui se non perniciosi sul fronte della cultura della vita. E’ sorpresa?

Sì. La strategia ecclesiale dà l’idea di voler alimentare l’opinionismo, che è relativismo: la cosa mi fa soffrire. Il dialogo, da mezzo quale era, mi pare si stia trasformando nel fine di tutto. Molti dei miei maestri erano membri della Pontificia Accademia della vita. Anche la psichiatra Wanda Poltawska, monumento vivente della bioetica, ha scritto da quel dicastero pagine importanti per esempio sulla dignità della vita handicappata, mentre all’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia tenne una lezione memorabile dove parlando di procreazione responsabile e piacere sessuale, spiegò perché la contraccezione è «un peccato inutile». Fino ad oggi la Chiesa cattolica, grazie alle riflessioni di grandi scienziati e bioeticisti, ha avuto una posizione netta e chiara sulle tecnologie riproduttive, considerando la pratica della fecondazione extracorporea moralmente illecita in sé: un intrinsece malum al pari di altri “assoluti morali” come adulterio, aborto e contraccezione. Le ragioni etiche di questa posizione sono state spiegate bene dalla Congregazione per la Dottrina della Fede in due basilari Istruzioni: Donum vitae nel 1987 (con la consulenza di Lejeune) e poi Dignitas personae nel 2008. Le quali poggiano su due encicliche altrettanto chiare firmate dal beato Paolo VI e da san Giovanni Paolo II: Humanae vitae ed Evangelium vitae. L’Accademia, voluta da Giovanni Paolo II, ha sempre collaborato con la Congregazione confermando e approfondendo quelle argomentazioni. La questione di fondo è che tale posizione della Chiesa non corrisponde alla prassi del popolo di Dio. Molti cattolici infatti si rivolgono alla fecondazione in vitro, che sta diventando un fenomeno di massa. E d’altra parte ci sono ricercatori cattolici con i loro ospedali e università che non seguono la linea dettata dalla Congregazione. Così come la stragrande maggioranza dei cattolici fa uso della contraccezione. La posizione della Chiesa cioè è sempre più impopolare e, quando non si conoscono le argomentazioni, viene confusa con una rigidità dura e insensibile verso la sofferenza delle coppie. La dottrina appare dunque come un fastidioso intralcio alla ricerca e al “progresso della civiltà”. C’è pressione perché la Chiesa sdogani contraccezione e fecondazione extracorporea, normalizzando questi comportamenti: sono i due argomenti scottanti su cui molti vorrebbero un insegnamento più gradevole. Il mio timore è che qualcuno, con l’idea di abbattere i muri, prenda di mira le fondamenta. L’inscindibilità tra significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale sta infatti alla base della condanna sia della contraccezione che della fivet. Ho la sensazione che si voglia usare il dialogo per mettere in discussione alcuni fondamentali della bioetica cattolica, così come si sta cercando di mettere in discussione altri “assoluti morali” riabilitando l’etica della situazione e dell’intenzione, condannate dall’enciclica Veritatis splendor. In questa resa al mondo, un altro caposaldo a rischio è il concepimento come momento iniziale di ogni esistenza umana con tutta la sua dignità di persona. C’è chi vorrebbe spostare l’inizio in avanti dopo la fecondazione, con le teorie del “preembrione” o del “prezigote”: una manovra utile a giustificare certe posizioni abortiste (quelle che hanno sollevato lo scandalo sulla PAV) ma anche a mettere in dubbio sia gli effetti microabortivi di tutta la contraccezione farmacologica sia i problemi etici derivanti dall’enorme sacrificio di embrioni nelle procedure di fivet. Ed è quella scelta politicamente corretta che la Commissione Warnock suggerì al governo inglese nel 1984 «per calmare l’ansietà diffusa nella pubblica opinione».

Lei ha denunciato più volte le infiltrazioni di un pensiero anti creazionista nella Chiesa. Lo ha fatto parlando di Lutero e di angelismo. Le nomine alla Pav crede che risentano di questo pensiero?

L’angelismo è una deriva che ho incontrato a livello pastorale in certi ambienti ecclesiali. Ma quella prevalente la definirei cattoprotestante, dove emerge un atteggiamento del tipo: “credo in Dio ma la morale a modo mio”. Paolo VI ci aveva già avvisato di questo possibile scenario. Anche suor Lucia di Fatima, in una lettera degli anni ’80 a Caffarra, confidò che «lavorare per la santità della famiglia» sarebbe stato un compito decisivo e cruciale dei nostri tempi. L’umanità sta accellerando il suo più grave divorzio da Dio. Si sta staccando sempre più drammaticamente dal progetto originario di Dio, dall’ordine della Creazione: da quando ha messo le mani sull’albero della vita, con la tecnologia riproduttiva. Superando le leggi della sua natura, l’uomo si illude di essere libero e di costruire felicità per sé e per gli altri. Ma è un peccato tragico, il più vecchio del mondo. Di questa pretesa autonomia ne parla la Genesi come il Concilio: «la creatura senza il Creatore svanisce» (Gaudium et spes n. 36). Un tempo la vita umana era sacra e intangibile, oggi invece è sacro l’aborto. Il figlio era una benedizione e un dono, oggi è diventato un errore da evitare oppure un diritto a tutti i costi: un amato oggetto di proprietà, tanto desiderato che chiunque potrà pretenderlo per via giudiziaria, nella dittatura del desiderio. Il figlio nasceva da un rapporto sessuale tra un uomo e una donna: oggi invece sta diventando un bel prodotto commissionato ad un laboratorio, sottoposto a severi controlli di qualità, con procedure di selezione e di scarto. Il pancione a luna piena di una donna era un tabernacolo e un mistero: oggi è diventato un contratto d’affitto e presto ci stamperanno sopra un codice a barre per evitare scambi di provette e di embrioni. La medicina era un’arte a servizio della dignità, della salute e della vita umana: oggi, pur di esaudire tutti i desideri, è diventata una scienza che somministra anche la morte, per non discriminare nessuno: fuorché l’innocenza dei più piccoli. Il Golgota si è spostato a Betlemme. Ci troviamo in un momento decisivo dove la Chiesa cattolica è chiamata a rimanere un baluardo di fronte a questa deriva antropologica. San Giovanni Paolo II diceva: «ci alzeremo in piedi…». Voglio sperare che la nuova PAV lo farà.

Più volte ha denunciato il tentativo di manipolare fin dagli anni ’70 l’enciclica Humanae Vitae. Oggi assistiamo ad un tentativo in ambito delle nuove nomine PAV di modificare il pensiero cattolico circa aborto e contraccezione. L’Humanae Vitae è ancora una pietra di inciampo?

Il tentativo di cui lei parla si può notare nell’estromissione del prof. Hilgers: un segnale preoccupante che potrebbe rappresentare il tassello di un nuovo assalto contro l’Humanae vitae. Hilgers è un ginecologo tra i maggiori esperti mondiali sulla regolazione naturale delle fertilità, direttore dell’Istituto Scientifico Paolo VI con sede in Nebraska. In un testo del 1982 scrisse che il Metodo Billings «è destinato a restare nella storia della medicina fra le grandi scoperte di questo secolo»: quel libro è stato pubblicato in diciassette lingue con una tiratura che ha superato il milione di copie. La regolazione naturale della fertilità è un’avanguardia della bioetica, c’è dietro un enorme lavoro scientifico e pastorale in rete con organizzazioni di consulenti qualificate presenti in ogni parte del mondo. In Italia siamo diverse centinaia ed esiste una confederazione nazionale. Anche il mondo femminista si è accorto di quanto sia prezioso questo servizio alla persona. Eppure nell’immaginario collettivo è un argomento che continua ad incontrare pregiudizi o diffidenza, oltre a disturbare sicuramente una potente lobby. Molti la considerano ancora una posizione antiquata del magistero: il «masso erratico» che il teologo Chiavacci vedeva in contraddizione con lo spirito conciliare e con la stessa enciclica di Paolo VI. In realtà quella dell’Humanae vitae è una formidabile provocazione culturale che si colloca perfettamente anche nel campo della “ecologia umana”: una grande questione posta da san Giovanni Paolo II, ripresa da Benedetto XVI ed inserita da Papa Francesco dentro il nuovo statuto della PAV (art. 1 paragrafo 3). Sappiamo che la prevenzione dell’aborto non sta in una maggiore diffusione della contraccezione (il fallimento dell’equazione è ormai attestato dalla scienza) ma in una diversa visione della sessualità e della fecondità. I metodi naturali sono l’alternativa autentica alla contraccezione: quei pastori e teologi che continuano ad invocarla sostenendo l’impraticabilità dell’Humanae vitae sono definiti dal prof. Puccetti “regressisti” (I veleni della contraccezione, ed. Studio Domenicano, 2013). Anche a me sembra che per cercare di mettere in discussione l’enciclica di Paolo VI qualcuno stia riesumando un armamentario di argomentazioni vecchie di cinquant’anni, con quello che la prof.ssa Anna M. Silvas, nel recente convegno all’Hotel Columbus, ha definito «lo spirito ammuffito e stantio degli anni Settanta». La società sta lentamente rivalutando la sapienza della natura, creata da Dio. Dopo aver demedicalizzato la gravidanza e poi il parto, e dopo aver capito l’importanza dell’allattamento al seno, la prossima tappa riguarderà la gestione della fertilità. Il futuro passa dai metodi naturali, la contraccezione è una proposta vecchia. Anche la provetta non ha futuro, perché la natura non tollera a lungo la violenza. Di fronte ai danni e ai limiti evidenziati in letteratura medica, il prof. Bellieni (che era membro corrispondente della PAV) osservava che si tratta di «un problema clinico prima ancora che etico».

Non è un caso che un nuovo membro della PAV faccia parte della commissione di studio che dovrebbe rivedere proprio l’impatto dell’Humanae Vitae sulla società.

Noto tre atteggiamenti ecclesiali nei confronti di questa enciclica. C’è sempre stata la posizione di coloro che vorrebbero rottamarla senza mezzi termini poiché la “mancata recezione” da parte del popolo di Dio ne attesterebbe il fallimento. E qui si aprirebbe un discorso sul perché della “mancata recezione”. San Giovanni Paolo II ha dato infatti una serie di raccomandazioni pastorali sull’argomento, ma sono state evidentemente disattese da tanti pastori. Dopo ogni congresso internazionale ci riceveva perché voleva essere informato sugli sviluppi della ricerca medica e della pastorale nel campo dei metodi naturali. Una volta, superando tutti gli appuntamenti in agenda, volle riceverci prima di cena nel suo appartamento. Dall’altra parte c’è la posizione di coloro che riconoscono la forza profetica di quell’enciclica nella sua semplicità e chiarezza. Non soltanto perché Paolo VI denunciò i pericoli del neomalthusianesimo promosso dai potentati mondiali ma anche perché ebbe il coraggio, nel bel mezzo del 1968, di proclamare l’inadeguatezza antropologica della soluzione contraccettiva. La pillola era appena arrivata e prometteva tanta felicità agli sposi. Io c’ero come addetta ai lavori, era come un’isteria di massa. Mi pare che la storia abbia già dato ragione a Paolo VI. Il terzo atteggiamento è l’approccio interpretativo, che ho visto affacciarsi in vista del 50esimo dell’Humanae vitae. Il tentativo di questa terza via non è altro che una rottamazione in modo più raffinato, attraverso una tecnica che definirei “imbalsamazione”: lasciare intatta la dottrina all’esterno, svuotandola da dentro attraverso abili “adattamenti pastorali”. E così l’enciclica di Paolo VI finirà elegantemente nella bacheca, in vetrina. Questo approccio parte dall’obiezione della presunta impraticabilità dell’enciclica. Si insiste nell’affermare che si tratta di un “ideale astratto”, bello ma lontano dalla “vita concreta” delle persone, riservato a poche “coppie speciali”. Coloro che considerano l’Humanae vitae una proposta “di nicchia” non sono evidentemente informati di cosa è avvenuto per esempio in India o in Cina dove l’enciclica ha attecchito divenendo letteratura medica, per la felicità della vita concreta di milioni di coppie. Si ripete continuamente che alla “durezza della dottrina” dobbiamo contrapporre la misericordia della pastorale. A margine dei recenti sinodi il prefetto card. Muller ha fatto notare che questo voler separare dottrina e pastorale è «sottile eresia». Ma la risposta più forte sul tema l’ha già data San Giovanni Paolo II il 2 marzo 1984: fu un discorso severo e profetico (riportato al n. 103 della Veritatis splendor) in cui fotografò con esattezza impressionante il panorama dei nostri giorni. Riferendosi proprio alle obiezioni che parlano di “ideale astratto” e “concrete possibilità dell’uomo”, spiegò i motivi per cui si tratta di «un gravissimo errore» che, in definitiva, nasconde un problema di fede: cioè credere davvero che l’uomo non è dominato dalla concupiscenza ma è redento da Cristo. Era il periodo in cui san Giovanni Paolo II parlava della “legge della gradualità”, cioè del cammino graduale che però non va confuso con la “gradualità della legge”, come se l’insegnamento della Chiesa fosse adatto solo ad alcuni.

Nei suoi interventi ha detto che a Casa Betlemme si applica l’Humanae Vitae quindi è falso dire che è un’enciclica irrealizzabile. Quali aspetti vengono messi in opera dell’Humanae Vitae nella vostra realtà?

Casa Betlemme è la dimostrazione che, se si vuole, anche la dottrina dell’Humanae vitae è capace di diventare prassi tra la gente. Tante giovani coppie si sono affascinate e hanno deciso di spendere la loro vita in questo apostolato laico e moderno. Non sono persone “speciali” ma gente che si è lasciata interpellare e sorprendere dalla sapienza del magistero, dalla bellezza dell’armonia tra fede, scienza e cultura. Lo sa bene anche il neo presidente della CEI perché, quando era nostro vescovo, Bassetti ha conosciuto i miei collaboratori e volle lui riconoscere ufficialmente quest’opera come espressione della Chiesa, dopo aver capito l’urgenza di una simile missione. In giro per il mondo ci sono tante altre realtà dove questo è avvenuto, e gli esempi più importanti sono in India e in Cina. L’enciclica di Paolo VI può funzionare ad ogni latitudine, comprese le periferie esistenziali. La nostra esperienza aretina è stata oggetto di varie tesi di laurea. Una mia collaboratrice biologa, nei suoi studi alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha dedicato due tesi proprio alla nostra opera di attuazione popolare dell’Humanae vitae, una sulla questione della procreazione responsabile, l’altra sull’accompagnamento pastorale delle coppie che soffrono per l’infertilità: entrambe hanno vinto il premio nazionale Achille Dedè. Il nostro stile, nell’alfabetizzazione bioetica, è quello di trasmettere una morale incarnata, realizzando una delle più urgenti opere di misericordia spirituale: “istruire gli ignoranti”. Su questi temi incontriamo infatti una notevole disinformazione, anche tra i cattolici più eruditi e tra gli ecclesiastici. Aiutiamo la gente a superare stereotipi ed equivoci, come quello sulla “contraccezione ecologica”. I metodi naturali infatti non si basano sulla dicotomia naturale-artificiale ma sull’esercizio della virtù della castità (astinenza periodica), da abbinare ad una profonda conoscenza di sé (fertility awareness), nella reciproca fedeltà e in una ragionevole apertura alla vita. Oppure l’altra obiezione tipica sul “biologismo”: per la quale san Giovanni Paolo II ci invitava a recuperare lo «sguardo contemplativo» davanti alla natura maestosa della creatura umana, fatta come un prodigio. Su questo punto usiamo anche la forza del linguaggio artistico (Wolokita project). Posso attestare che l’Humanae vitae è la via per costruire famiglie solide nell’epoca dell’amore liquido. Ma c’è di più, perché dagli anni ’80 ho portato l’enciclica anche dentro i conventi e i monasteri vedendo rifiorire l’entusiasmo delle vite consacrate. Negli ultimi due anni ho tenuto a Roma corsi a gruppi di suore e sacerdoti cinesi venuti dalla Chiesa sotterranea: mi accorgo sempre di più che la teologia del corpo (cioè le 129 catechesi di san Giovanni Paolo II sull’amore umano nel piano divino) è un insegnamento grandioso che fa bene ad ogni persona prima ancora che alle coppie. Il cardinale Caffarra, a margine del sinodo, spiegava che «non è un insegnamento vecchio, ma sconosciuto a molti cardinali».

Giovanni Paolo II e Jerôme Lejeune

E’ vero che la crisi della PAV è iniziata quando è stato eliminato l’obbligo di giuramento da parte dei suoi membri?

Giovanni Paolo II e Jerôme Lejeune sono due santi e s’intendevano bene. Il pontefice volle creare quest’accademia affidando al suo “frere Jerôme” l’incarico di presiederla e di redigere lo statuto. Se hanno inserito quella dichiarazione è perché sapevano dove saremmo potuti scivolare lentamente. Vollero porre così il tema della fedeltà alla dottrina. Per l’esattezza, con l’«Attestazione dei Servitori della Vita» gli Accademici sottoscrivevano sette affermazioni ben chiare, iniziando con il riconoscere che «ogni membro della specie umana è una persona». L’art. 6 dello Statuto precisava che si perde la qualità di Accademico in caso di «azione o dichiarazione pubblica e deliberata contraddittoria a questi principi». Anche quello Statuto prevedeva il dialogo senza discriminazioni religiose però insisteva più nella necessità di sintonia con il magistero della Chiesa. Lejeune, richiamandosi alle prime parole del pontificato di Wojtyla, esortava così ad obbedire al magistero: «non abbiate paura, non siete ridicoli se accettate l’insegnamento della Chiesa, poiché è la Chiesa che ha parole di vita», e coloro che su queste materie non accettano il magistero, vedrete che «hanno parole di morte». Appello simile a quello che fece san Giovanni Paolo II nel discorso del 2 marzo 1984 riferendosi a Humanae vitae e Familiaris consortio: «la fedeltà a questi due documenti deve essere spesso pagata ad un prezzo alto: si è spesso derisi, accusati di incomprensione e di durezza, e di altro ancora. E’ la sorte di ogni testimone della verità, come ben sappiamo. Con semplice ed umile fermezza siate fedeli al magistero della Chiesa in un punto di così decisiva importanza per i destini dell’uomo». Aver tolto dallo Statuto quell’attestazione vincolante ha un significato preciso.

Parlando di giuramento non possiamo non arrivare a Lejeune. Lei lo ha conosciuto. Lo descriva in poche parole.

Era un gigante della fede e della scienza. Ma si vedeva che era anche figlio di artisti. Incantava, sapeva trasmettere concetti complicati in modo semplice e affascinante, per esempio nello spiegare il momento del concepimento. Lo ascoltavo a lezione al Policlinico Gemelli e se sapevo che parlava ad un convegno Bologna o altrove, prendevo il treno per andare ad ascoltarlo di nuovo.

Che cosa direbbe oggi Lejeune se vedesse la sua “creatura” ridotta così?

Lui è stato il precursore nella battaglia contro la “cultura dello scarto”. Diceva che «quando la natura talvolta condanna, compito della medicina non è eseguire la sentenza ma commutare la pena». Se vedesse che aria tira nell’Accademia, osservando che in Francia non nascono più bambini down (il 96% vengono eliminati prima della nascita grazie alle diagnosi prenatali) e che la Danimarca – insieme ai record di produzione biologica e sostenibile – si è data l’obiettivo sanitario di divenire la prima nazione “down free”, credo che lui piangerebbe.

Lei ha parlato di martirio delle idee e del cuore. E’ arrivato il momento per chi si occupa di tutela della vita di metterlo in conto? Lei stessa ha subito effetti per questo martirio?

Da anni ripeto ai miei collaboratori di prepararsi a questo passaggio. Martirio delle idee significa che, per rimanere fedeli alla verità tutta intera, prima o poi si è chiamati a trovare il coraggio di rinunciare alla carriera e all’indice di gradimento, accettando forme di tribolazione e isolamento in ambito professionale. Esempi recenti ne sono gli avvocati Amato e Pillon. Il martirio del cuore significa accettare di perdere per strada certe amicizie, a volte anche le più care. Dolorosamente, ma in letizia francescana. Del resto Gesù stesso ha precisato che è venuto, con il suo annuncio esigente, a portare divisione anche all’interno delle famiglie. Molti gli episodi personali che anch’io potrei raccontare. Ma è più importante ricordare qualcosa del martirio che hanno accettato i miei maestri. Lejeune ebbe il coraggio di giocarsi il premio Nobel pur di annunciare la verità, quando prese il microfono davanti all’ONU affermando: «ecco un’istituzione per la salute che si trasforma in un’istituzione per la morte». Si riferiva alle politiche di “salute riproduttiva”. Diventò il genetista più grande e allo stesso tempo il più odiato dagli abortisti: ha conosciuto gli insulti e gli sputi in faccia, le aggressioni e le scritte sui muri: “A morte Lejeune e i suoi mostriciattoli”. In Francia provarono a stroncarlo in ogni modo: controlli fiscali, nessun avanzamento di carriera per 17 anni, radiazione dai congressi, stop ai finanziamenti per i suoi studi pionieristici su acido folico e gravidanza. Anche il beato Paolo VI, firmando l’Humanae vitae, dovette bere un calice molto amaro poiché non aveva accettato di allinearsi ad un parere della maggioranza. Venne attaccato da tutto il mondo e soprattutto dall’interno della Chiesa cattolica con un’accurata strategia internazionale guidata da teologi e pastori. All’epoca ero giovane e non comprendevo questa ribellione così violenta verso il papa. Presi la mia cinquecento e andai a Roma a suonare il campanello di padre Häring: all’inizio mi scambiò per una giornalista di Famiglia Cristiana. Volevo capire meglio il perché della sua posizione, e tra noi ci fu un vivace scambio di idee. Lo stesso feci con il teologo toscano Chiavacci. Paolo VI era accusato di «disastro catechetico e pastorale». Venne isolato e la sua amarezza fu tanta che qualcuno lo ribattezzò “Paolo mesto”. Non scrisse più encicliche. Ma morì in pace, dicendo che il mondo un giorno avrebbe ringraziato lui e Dio per questa enciclica. Perché con quella firma, spiega il card. Caffarra, Paolo VI «accese una luce che non si spegnerà più». Nel testamento scrisse a proposito del mondo: «non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo». Lui ha avuto il coraggio di «spiacere a tutti per non mentire a nessuno» (D. Agasso, Paolo VI. Le chiavi pesanti, ed. San Paolo 1979). Anche Pilato sapeva bene da che parte stava la verità, ma fece quello che fece – spiega l’evangelista – «volendo dar soddisfazione alla moltitudine» (Mc 15,15).

(fonte: lanuovabq.it)

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