La santità virile di Giovanni Paolo II

Non ha nulla di buonista e romantico il volume Toccare la santità scritto da uno dei sacerdoti che ha vissuto più vicino al papa polacco. Innamorato della preghiera era allo stesso tempo carnale, ma mai politico: quando si parlava della verità e della difesa dell’uomo non temeva nulla, nemmeno i dittatori.

di Angela Pellicciari (02-06-2017)

Il tempo passa e porta via anche le cose belle. Eppure quando si parla di Wojtyla, quando si racconta qualcosa di lui, la memoria, la gratitudine e la commozione tornano in fretta. Succede leggendo il libro che gli hanno dedicato il suo fotografo e un sacerdote polacco che gli è stato spesso a fianco (Robert Skrzypczak, Arturo Mari, Toccare la santità, Il cammino umano e spirituale di Giovanni Paolo II, Fede e Cultura, 283 pp, 19 euro).

Un libro attento a tutte le tappe della vita del papa santo, a partire da quelle che lo vedono vescovo, vescovo al concilio, vescovo quasi sconosciuto poi stimato e apprezzato relatore all’assemblea, quindi papa. E papa globe-trotter, sempre immerso nella preghiera, con la vita minacciata ogni minuto, senza un attimo da dedicare a sé.

“LEI E’UN CRIMINALE!” – Mentre leggiamo passano sotto i nostri occhi le immagini delle pagine di storia scritte in tante parti del mondo. Così, in Nicaragua, le parole sdegnate rivolte al sacerdote Ernesto Cardenal, ministro del governo sandinista violento e anticristiano: “E lei, padre, che cosa sta facendo qui? Questo non è il suo posto, il suo posto è in parrocchia, al servizio per la povera gente. Non qui!”. Oppure quando, il 9 maggio 1993, alla valle dei templi di Agrigento si rivolge alla mafia gridando: “Voi, maledetti! La mafia che uccide la gente, la mafia che uccide i bambini, la mafia che uccide le famiglie!”, “Ricordate che un giorno renderete conto a Dio di tutto quello che avete fatto! Soltanto lui sarà il giudice della vostra vita. Vergognatevi, assassini!”. Cose note e cose rivelate da chi, come Arturo Mari, gli sta sempre vicino. E così, a Khartum, in Sudan, il 10 febbraio 1993, quando dopo aver ordinato al sacerdote arabo che faceva da interprete: “Adesso lei tradurrà alla lettera tutto quello che io dirò”, scandisce davanti al dittatore che regge uno stato imbarbarito dalla violenza: Egregio Signor Presidente “Lei è un criminale! Ma un vero criminale! Si ricordi, che un giorno lei dovrà rendere conto a Dio di questo misfatto che sta facendo. A Dio! Se lo ricordi! Lei fa uccidere fratelli, bambini, donne… Un giorno lei si vergognerà davanti a Dio di tutto questo”.

AMATA ROMA – O anche, e in un contesto del tutto diverso, l’episodio di un bambino di 9 anni che scappa di casa per fare gli auguri al papa senza aspettare la mamma che rischia di fargli fare tardi perché impegnata in una toletta che dura ore. O la perla dell’amore di Wojtyla per Roma: “Quando pregava nel suo studio, lo faceva sempre stando in piedi e davanti la finestra, guardando la sua Roma. Perché il Santo padre la chiamava la sua Roma. Dopo un quarto d’ora, concludeva la sua giornata benedicendo la città. Salutava Roma. E la città di Roma lo sapeva e gli è stata sempre riconoscente”.

DIO E’ COMUNIONE FISICA – E oltre agli episodi, noti o sconosciuti, lo splendore della fede e dell’elaborazione filosofica e teologica di Wojtyla. In particolare del personalismo e della teologia del corpo: “L’uomo è divenuto immagine e somiglianza di Dio non soltanto attraverso la propria umanità, ma anche attraverso la comunione delle persone, che l’uomo e la donna formano fin dall’inizio. L’uomo diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine quanto nel momento della comunione”; “la nostra sessualità è più importante di quanto non immagini la rivoluzione sessuale. La descrizione dell’amore fisico come un’immagine della vita interiore di Dio ha iniziato a malapena a prendere forma nella teologia, nella predicazione e nell’educazione religiosa della Chiesa”.

IN TEMPI DI SCONFORTO – E poi i miracoli, i tanti miracoli, il perdono dato subito dopo l’attentato al proprio carnefice, dall’ospedale, e ribadito nell’incontro in carcere, e il vangelo della sofferenza. La sofferenza che il papa ha capito necessaria al successore di Pietro per annunciare il vangelo. In tempi di tanta cupezza, sconforto, confusione –anche nella chiesa-, il ricordo del papa polacco fa respirare. Che dire? Un libro bello. Che fa piacere leggere. Che si legge con la leggerezza, il sorriso, la levità che appartiene alle cose di Dio, quelle sante.

(fonte: lanuovabq.it)

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One thought on “La santità virile di Giovanni Paolo II

  1. Che meraviglia questo ricordo!
    E ora, col Vaticano avviluppato dal gayume più sfrontato e scagliato in faccia al mondo, quella virilità credente sembra davvero preistoria.

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