Rotherham, vittime dello stupro e dell’antirazzismo

Due volte vittime: prima dei loro stupratori, poi del silenzio delle autorità. Oltre 1400 vittime minorenni di abusi sessuali, ad opera di gang di predatori, quasi tutti pakistani. Proprio a causa della loro etnia, questi ultimi sono stati coperti da autorità che temevano l’accusa di razzismo. Ora che i carnefici, 18 in tutto, sono stati condannati, le vittime iniziano a parlare.

di Stefano Magni (20-05-2017)

Due volte vittime: prima dei loro stupratori, poi del silenzio delle autorità. Oltre 1400 vittime minorenni di abusi sessuali, ad opera di gang di predatori, quasi tutti pakistani. L’ultimo processo nei confronti degli stupratori si è concluso lo scorso febbraio, in tutto 18 persone sono finite dietro le sbarre, totalizzando 280 anni di carcere.

Gli imputati, fra cui i tre fratelli Dad e i loro sodali Matloob Hussain, Mohammed Sadiq e Amjad Alì, si sono distinti nell’ultimo processo per aver urlato “Allah Akhbar” in aula. A dire il vero, nessuno vuol parlare di religione o di nazionalità. Non è mai stata criminalizzata la comunità pakistana, né quella musulmana in generale, nella città del South Yorkshire. I colpevoli si sono voluti distinguere come musulmani, perché sanno che l’anti-razzismo, in tutti questi anni, è stata un’arma potentissima nelle loro mani. I colpevoli non sono un’etnia collettivamente intesa. Sono persone, con un nome e un cognome. Sono, in ordine di arresto: Razwan Raza, Umar Razaq, Zafran Ramzan, Mohsin Khan, Adil Hussain condannati nel 2010; Qurban Ali, Arshid Hussain, Basharat Hussain, Bannaras Hussain e i complici Karen MacGregor e Shelley Davies, che procuravano loro le vittime, tutti condannati nel 2015; Sageer Hussain, Basharat Hussain, Ishtiaq Khaliq, Masoued Malik, Waleed Ali, Asif Ali, Naeem Rafiq, Mohammed Whied condannati nel 2016; Basharat Dad, Nasser Dad, Tayab Dad, Mohammed Sadiq, Matloob Hussain, Amjad Ali condannati lo scorso febbraio. Tuttavia l’origine della stragrande maggioranza degli aggressori ha fatto sì che le autorità locali, sia la polizia che i servizi sociali, coprissero lo scandalo con una cortina di pudore politicamente corretto. Il tutto a danno delle vittime, che hanno continuato a subire la loro persecuzione.

Lo scandalo, che andava avanti dal 1997, scoppiò solo grazie a rapporti riservati pubblicati sul quotidiano Times nel 2012, due anni dopo il primo processo e le prime cinque condanne. Nel 2014, dopo la pubblicazione del rapporto Alexis Jay, incaricato di effettuare l’indagine, il caso arrivò all’attenzione dei media in tutto il mondo (noi ne parlammo qui) e portò alle dimissioni di Roger Stone, presidente del consiglio cittadino, Shaun Wright, commissario della polizia criminale e Joyce Thacker direttrice dei servizi all’infanzia.

Oltre alla durata degli stupri seriali, lascia sbalorditi la loro vastità: 1400 vittime, secondo il rapporto Jay. Il tutto a fronte di sole 18 persone arrestate e condannate. Quanti saranno ancora a piede libero, fra gli aggressori? E’ una domanda che si pongono le vittime e i loro familiari, molti dei quali hanno dovuto abbandonare la casa. L’angoscia dello scandalo Rotherham torna con le testimonianze più recenti delle vittime. Da cui emerge tutta la complicità passiva (talvolta anche attiva) delle autorità locali. Sammy Woodhouse, intervistata dalla BBC lo scorso marzo, vittima di Arshid Hussain e dei suoi complici, venne ripetutamente stuprata e trattata da schiava. Venne psicologicamente manipolata dal suo carnefice che le diceva: “Tuo padre non mi vuole, perché è razzista”. La polizia e i servizi sociali, al corrente del suo caso, non sono mai intervenuti. “Il loro è stato un fallimento completo – dice la Woodhouse – è una disgrazia che non abbiano mai chiesto ad Ash come mai fosse con una ragazzina di 14 anni”. Fu addirittura lei stessa ad essere ammonita perché trovata, una volta, in possesso di una “arma impropria”, cioè di un tronchese che lui le aveva dato, per metterla nei guai in caso di controllo della polizia. La questione razziale ha pesato moltissimo nella lentezza delle indagini e nell’inattività delle autorità. Una funzionaria dello Home Office (l’equivalente del nostro ministero degli Interni) dopo aver raccolto 270 testimonianze di minorenni già nel 2002, venne sospesa solo per questo motivo. Le venne intimato di non citare l’origine etnica e la religione dei sospetti e venne addirittura inviata a un corso di aggiornamento su etnie e diversità. Praticamente una rieducazione obbligatoria.

L’ultima testimonianza, in ordine di tempo, è ancora più chiara sul ruolo che ebbe l’ideologia anti-razzista nel frenare le autorità. La donna, che si fa chiamare per nome proprio, Emma, dice alla radio britannica LBC di essere stata stuprata ripetutamente all’età di 13 anni da una gang, che la minacciava e la ricattava. Dopo aver trovato il coraggio di denunciare ciò che stava subendo alla polizia: “Non appena dissi i nomi, venni indotta a pensare di essere io la razzista e di essere io quella che aveva un problema. Mi venne detto specificamente di non fare commenti sull’origine etnica dei miei aggressori”. Questo concetto le venne ripetuto “numerose volte” dalla polizia e dai servizi sociali: non doveva parlare dell’etnia dei suoi aggressori. “Sapevo di non essere razzista, ma pensavo che questa accusa venisse usata per farmi tacere”, dice oggi Emma.

(fonte: lanuovabq.it)

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