Emilia rossa: le chiese riaprono, le coop chiudono

A 5 anni dal terremoto che ha scosso l’Emilia riapre con una festa di popolo il Duomo di Carpi, simbolo del cratere sismico. In un contraltare drammatico con la crisi mortale di molte coop edili rosse che stanno chiudendo sotto i colpi di una situazione debitoria spaventosa e licenziando centinaia di persone.

di Andrea Zambrano (26-03-2017)

Il cratere non fa più paura. Riapre il Duomo di Carpi a 5 anni dallo spaventoso terremoto che aveva messo in ginocchio la Bassa modenese e reggiana, con pesanti ricadute nel bolognese e nel mantovano. E’ emozionato il vescovo della cittadina emiliana: quando il 29 maggio la terrà tremò di notte facendo crollare capannoni e abitazioni, Francesco Cavina diventò in poco tempo un vescovo con un record particolare: l’unico vescovo italiano non solo senza cattedrale, ma con il 90% delle chiese nella sua diocesi danneggiate e irrimediabilmente inagibili.

Ma Cavina non si è perso d’animo e ha preso per mano il suo popolo laborioso, conducendolo in una traversata nel deserto paziente e sofferta: nella diocesi di Carpi le parrocchie iniziarono a celebrare messa in luoghi di fortuna, sostituiti poi dai container. E’ stato così fino ad oggi e in moltissimi casi è ancora così, ma la riapertura della Cattedrale carpigana, dopo i lavori di consolidamento e di ripristino, segnano un punto di svolta simbolico nell’immaginario dei fedeli: da qui in avanti si può soltanto proseguire e sperare che un giorno, presto, tutte le chiese potranno tornare a risplendere.

Una chiesa che riapre tra le lungaggini burocratiche e il sacrificio economico dei fedeli è una chiesa che torna ad essere al centro della scena sociale e civile. Quella di ieri in piazza Martiri è stata una festa di popolo, arricchita dalla presenza del cardinale segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin che ha celebrato la messa di inaugurazione. E che si concluderà il 2 aprile quando nella cittadina un tempo capitale della maglieria arriverà Papa Francesco per confermare il lungo cammino fatto dalle Chiese emiliane nella ricostruzione.

Non c’è solo Carpi. I segnali di risveglio stanno andando di pari passo con la primavera alle porte. Sempre ieri, poche ore dopo l’inaugurazione del Duomo, nella confinante San Martino in Rio, a pochi passi da Carpi, ma in Diocesi di Reggio Emilia, il vescovo Massimo Camisasca ha riaperto ai fedeli le porte della chiesa parrocchiale, anch’essa costretta da quelle scosse terribili a chiudere i battenti per un lustro. Anche qui una festa di popolo, con i fedeli a fare la loro parte che hanno contribuito, insieme alla Diocesi e allo Stato, al restauro dell’edificio intitolato al Santo con il mantello. E’ il segno che la Chiesa è il suo popolo e sa risorgere come un’araba fenice dalle macerie, perché è aiutata dall’alto.

Ma è anche la testimonianza di una fede che sa farsi sacrificio per testimoniare la centralità dei campanili in ogni borgo. In questi anni, in molti paesi delle province di Reggio e Modena, le chiese sono state transennate per rischio crolli, poi sono arrivati i ponteggi, le imprese edili e infine i pittori a ritinteggiare le facciate. E tutti pian piano hanno toccato con mano che la risurrezione è il segno del dinamismo del popolo cristiano. Un dinamismo che in quella che fino a pochi anni fa era l’Emilia rossa non si riscontra più altrove.

La riapertura delle chiese dopo il terremoto sta procedendo parallelamente ad un altro fatto non irrilevante. Proprio ieri l’Unieco, l’ultima grande cooperativa di costruzioni della provincia di Reggio Emilia è caduta mortalmente sotto i colpi di una situazione debitoria spaventosa. Prima di lei erano cadute come birilli le altre grandi cooperative che hanno costituto dal dopoguerra il principale sistema economico e produttivo della Bassa padana: Cmr, Coopsette, Orion.

All’appello mancava solo l’Unieco, che un tempo era il fiore all’occhiello della sinistra politica e istituzionale. Perché la coop è stata per decenni come la mamma: vi si trovava lavoro, si mettevano i risparmi con tassi d’interesse che le banche se li sognavano, i sindaci potevano entrare e uscire dai cda con il sistema delle porte girevoli. Si costruiva, tanto e si vendeva ancora di più. Il giochino ha funzionato per anni, alimentando l’intreccio a volte perverso tra la politica, che aveva a bisogno di cooperative edili amiche per mostrare il suo potere e alle cooperative stesse, alle quali un sindaco rosso faceva comodo.

Quando i comuni potevano spendere per le infrastrutture sembrava il paradiso in terra. La coop era su tutto: finanziava squadre di calcio e pallavolo, elargiva benefit, faceva solidarietà interessata: era come una mamma, una piccola chiesa, nella quale ognuno poteva avere la sua parte a gloria del PCI prima e del Comune poi. Poi è arrivata la crisi del mattone nel 2007, le cooperative, enormi pachidermi con una classe dirigente spesso cooptata e inadeguata a rivoluzioni di management hanno iniziato a restringere i loro margini.

I Comuni hanno iniziato a spendere meno, e poco importa se la causa era una volta il patto di stabilità o i mancati trasferimenti dello Stato. Fatto sta che il sistema è andato in crisi. Il ricambio manageriale è iniziato troppo tardi, nessuno ha pensato di unire le coop edili rosse trasformandole in contractor vocati all’internazionalizzazione, capaci di uscire dai confini per andare a cercarsi il lavoro altrove, dove magari c’era. Scontato: altrove non c’era la politica con la sua cinghia di trasmissione.

A quel punto il crac è stato inevitabile, con le conseguenze che oggi sono sotto gli occhi di tutti: solo Unieco nei prossimi giorni licenzierà 170 lavoratori e li manderà a casa con una buonuscita di appena 8000 euro. Il tutto con il silenzio del Pd e dei sindacati, perché da queste parti funziona ancora così e i piccoli risparmiatori senza più il becco d’un quattrino: perché la coop era un tutt’uno, era una mamma. Era la garanzia di un avvenire splendente.

E adesso sta crollando e come una chiesa di cartone sta lasciando sul campo centinaia di famiglie in lacrime per le quali pochi partiti prenderanno le difese perché in fondo, se la mamma è morta, il papà cioè la politica, rappresentata in tutte le amministrazioni dal Pd, non se la passa meglio.

Cosa resta nella desolazione di questo piccolo mondo antico che un tempo poteva vantare il pil del Portogallo? Restano i campanili, che hanno resistito alla terra scossa sotto i piedi e che sono rimasti ritti anche quando sotto l’infatuazione ideologica le coop potevano permettersi di prendersi cura dell’uomo dalla culla alla tomba. Quei campanili ora hanno ricominciato a suonare.

(fonte: lanuovabq.it)

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