San Giuseppe, modello per i padri di oggi in crisi

Un papà insoddisfatto del suo lavoro che vive come una fatica insopportabile il tempo da dedicare alle figlie. Un marito che tradisce la moglie e tiene il piede in due scarpe, ferendo i propri figli. Cosa ha da insegnarci il falegname di Nazaret e come può aiutare questi due papà? San Giuseppe ha anteposto la volontà di Dio ai propri progetti, ma il segreto è nel rapporto diretto con Dio. Dio che gli ha comunicato che il Suo progetto, benché faticoso, ha un premio: la beatitudine.

In preparazione della solennità di San Giuseppe sposo della Beata Vergine Maria e Patrono della Chiesa universale, che cadrà domani dato che oggi prevale la III domenica di Quaresima, ospitiamo un interessante intervento dello psicologo Stefano Parenti sulla figura di San Giuseppe come padre.

di Stefano Parenti* (19-03-2017)

La festa dedicata a San Giuseppe è diventata per me un appuntamento sempre più importante nel corso degli anni. Prima di tutto perché sono papà di tre bambini. Poi, perché in qualità di psicoterapeuta mi capita sempre più spesso di soccorrere famiglie ferite verso cui offro, talvolta con esiti poco soddisfacenti, un sostegno al compito genitoriale. Non sono tanto le bancarelle che riempiono festosamente le vie della città, quanto piuttosto il valore simbolico della paternità di San Giuseppe ad incuriosirmi. Sembra esserci un mistero nascosto nell’essere padre (simbolico significa nascosto) che deve essere scoperto da ogni uomo perché possa vivere con pienezza – senza essere schiacciato dalla fatica – il ruolo di genitore. San Giuseppe, con il suo esempio archetipico, pare indicarci la strada.

Diversi mesi fa ho incontrato il papà e la mamma di due gioiose bambine. Lei è una impiegata d’ufficio, che sa ben gestire gli equilibri tra il lavoro e la famiglia. Anche lui è un impiegato, perlopiù insoddisfatto per la propria posizione in azienda e spesso ansioso. Mancano i soldi (ma non quelli per arrivare a fine mese, quelli per gli extra), mancano le lusinghe dei colleghi, manca il tempo e soprattutto manca lo spazio mentale per pensare ai fatti propri. Da quando è divenuto papà, infatti, ogni momento in casa è da dedicarsi alle figlie. Una fatica per lui enorme. Tanto che evita quanto più gli è possibile di giocare con loro. Nel week-end è uno zombie, quando il mal di testa non lo rende nervosissimo o quando è così pigro da dormire tutto il pomeriggio.

D’altra parte, essendo una persona intelligente e tutto sommato equilibrata, sente dentro di sé un’insoddisfazione profonda, specialmente quando tutto va come programmato, cioè quando è da solo a fare i cavoli propri. È ciò che si chiama senso di colpa (ma si può ancora usare questa parola?). Ha il tempo che voleva, compie le attività che desiderava, è “libero” dalle figlie eppure… eppure ancora c’è qualcosa che non va. Lo punzecchia dall’interno della sua testa una vocina (ma bisognerebbe parlare di coscienza, col rischio di passare per retrogradi) che lo sta pro-vocando, cioè ri-chiamando a qualcosa che non vede, o non vuol vedere. San Tommaso d’Aquino, psicologo a tutt’oggi insuperato (pazienza… passeremo per bigotti!), la chiamerebbe coecitas mentis, cioè incapacità dell’intelletto di riconoscere la realtà, che “dipende dall’occupazione della mente in altre cose più amate, e da cui essa viene distolta” (Summa Teologica, II-II q. 15 a. 1 co.).

Questo papà sembra doppiamente afflitto: evita il compito che la vita gli sta affidando – la cura genitoriale – e ci resta pure male. Infatti, quando vede che le figlie stravedono per il vicino di pianerottolo, anch’egli un papà ma, a differenza sua, ben disposto a giocare con i bimbi per ore, ecco che prova una sana invidia. L’invidia è quell’emozione che sorge quando si è tristi per un bene posseduto da un altro (sempre San Tommaso docet). E qual è il bene – gli chiedo io – che quest’altro papà testimonia di possedere? Risposta: lui mette da parte tutto, ed antepone la felicità dei figli alla propria. Silenzio. La storia di San Giuseppe… ci ricorda qualcosa?

Secondo esempio. Viene da me un marito che ha tradito la moglie. Ora si sta barcamenando tra la famiglia – anche lui ha dei figli, ben tre – e l’amante. Ovvero: tiene il piede in due scarpe e, a quanto capisco, ci si trova molto comodo. Solamente lui, però. La moglie è talmente ferita dal tradimento (perché, ovviamente, lui ha avuto la buona creanza di metterla pienamente al corrente) da mortificarsi ad ogni sua richiesta. I figli, che assorbono come spugne tutti i cambiamenti emotivi dei genitori – ribadiamolo per chi fingesse di non accorgersene –, soffrono d’insonnia ed uno di enuresi notturna (da sei mesi però, da quando il papà si è votato altrove). L’amante, anch’ella in parte vittima, sta capendo di essersi legata ad un uomo smidollato, da cui però ora ne è dipendente.

Per carità: s’intuiscono le ragioni che hanno spinto quest’uomo ad una soluzione così radicale (così come solidarizzo con la fatica del padre precedente). M’immagino la vita con una donna egocentrica e dispotica. Una moglie da cui, ogni qual volta avanza una proposta o, ancor di più, una richiesta di tenerezza e di affetto – per non parlare d’altro – viene rifiutato, sminuito, persino ridicolizzato. Per legarsi fortemente all’amante – a cui confida tutto e verso cui si sente “finalmente libero e capito” – egli deve aver provato un deserto nel matrimonio. Ed il deserto fa soffrire. Ma ora, questa sofferenza, verso chi la sta scaricando? Verso la moglie – certamente per vendetta – ma anche verso i figli, che di colpe non ne hanno alcuna. Un po’ anche verso l’amante, perché “tanto è lì… non va da nessuna parte”. La sua vita è ben diversa da come l’avrebbe programmata. Avrebbe desiderato l’estate mediterranea, ed invece si è trovato nelle dune del Sahara, tra giornate aride e notti gelide. Anche questa storia… non ci ricorda la vicenda di San Giuseppe?

Cos’ha da insegnarci il falegname di Nazaret e come può aiutare questi due papà? Probabilmente in molti modi. Ma uno mi pare il più fondamentale. Lo espone con una preghiera lo scrittore polacco Jan Dobraczynski, che mette sulle labbra proprio di Giuseppe, nel romanzo a lui dedicato, L’ombra del padre: “Oh Signore, non distogliere da me il Tuo Volto. Sii benevolo e misericordioso verso la mia ottusità. Adesso so che cosa mi hai ordinato di attendere. Chi mai sono io, per osare ribellarmi? Poiché Tu esigi che io abbia una moglie che non sarà mia moglie, e un figlio per il quale dovrò essere padre, anche se padre non sono, che accada conformemente alla Tua volontà. Che sia come Tu vuoi. Sostienimi, se la mia intelligenza e la mia volontà si indeboliranno” (Morcelliana, Brescia 1991, p. 148-149).

San Giuseppe ha anteposto la volontà di Dio ai propri progetti. Lo ha potuto fare per due ragioni. Primo, per esercizio delle virtù umane. Ha esercitato la fortezza, affrontando a testa alta la fatica ed il dolore (la fortezza non coincide con la forza: si può essere forzuti, come il ventisettenne che ho incontrato qualche giorno fa e che saprebbe stendere a suon di pugni qualsiasi avversario, ma che è stato steso, letteralmente, dalla fidanzata quando gli ha chiesto un figlio come dono del suo amore, e lui si è negato, perché gli avrebbe impedito di fare ciò che desiderava – sostanzialmente cazzeggiare. Un uomo forzuto ma non dotato di fortezza). È stato giusto: “Non sarebbe riuscito a comportarsi così: salvare se stesso facendo pagare lei” (p. 142). Ha dato lezione di temperanza: dominando in sé le molte – e comprensibili – passioni in virtù delle scelte indicate dalla ragione. Ma da sole le virtù umane non sono sufficienti. C’è bisogno di un alimento che le sostenga, altrimenti esse perdono di slancio (l’energia degli appetiti) diventando aride e faticose opzioni volontaristiche. “La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente la sostiene ed in cui trova la sua più grande soddisfazione” (San Tommaso, Somma Teologica, II-II q. 179 a. 1 co).

Tale sostegno, ci indica San Giuseppe, è il rapporto diretto con Dio. Quel Dio che a lui ha parlato attraverso i segni prima, nei sogni durante, e con Gesù poi. Dio che gli ha comunicato che il disegno da Lui progettato, benché faticoso, comporta un premio: la beatitudine (la vita eterna e il centuplo quaggiù, specificherà meglio il Figlio). Dio che gli ha fatto toccare con mano la bellezza di quella beatitudine, donandogli Maria, una donna senza peccato originale.

Che amore pazzesco deve aver vissuto San Giuseppe! In forza di questo amore presente, testimonianza dell’accompagnamento paterno di Dio nella sua vita, egli ha potuto compiere la scelta suprema, origine di ogni altra scelta: mettere Lui ed i Suoi disegni al primo posto, ricacciando ogni altra fantasticheria (quella che la Chiesa ha chiamato superbia e che la tradizione filosofica cristiana ha definito razionalismo – parole desuete nelle psicologie contemporanee, ma ciononostante attuali). “Scosse con forza il capo, come se volesse, con questo movimento, allontanare da sé tutte le recriminazioni umane” (p. 148).

Cari papà del terzo millennio: quando siete stanchi, stufi e magari un po’ alle cozze, dite una preghiera. A Dio, perché si mostri, a San Giuseppe perché ci guidi!

* Psicologo e psicoterapeuta

(fonte: lanuovabq.it)

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