Sindone, perduta e ritrovata in un millennio di misteri

Emanuela Marinelli, forse la maggiore specialista di studi sindonici al mondo, porta con un nuovo libro, La Sindone. Storia e misteri, altri elementi al mosaico della Sindone. Fra cui la risposta alla domanda: dove finì per 1300 anni, dalla crocefissione alla sua “comparsa” in Europa?

di Marco Tosatti (03-03-2017)

Emanuela Marinelli, forse la maggiore specialista di studi sindonici al mondo, e certamente la massima divulgatrice di problemi, misteri e risposte legati al Sacro Lino, porta con un nuovo libro altri elementi al mosaico affascinante della Sindone. È un’opera scritta in collaborazione con un docente universitario di Storia Romana, Livio Zerbini, che è anche direttore del Black Sea International Center di Batumi, in Georgia, e che ha offerto all’opera le sue competenze specifiche. La Sindone. Storia e misteri, edito da Odoya, è un’opera che definisce lo stato dell’arte del problema Sindone, e aggiunge, a quanto già si sa, alcuni elementi e dettagli interessanti.

sindoneIl primo riguarda la storia del telo; e in particolare cerca di rispondere a una domanda centrale: dove è stata conservata la Sindone per tutti quei secoli che precedono la sua comparsa in Europa a metà del XIV secolo? L’ipotesi più verosimile è che la Sindone debba identificarsi con il misterioso panno chiamato Mandylion, nascosto sin dai primi secoli a Edessa, una città nel sud-est dell’attuale Turchia; molti indizi permettono di dedurre che il Mandylion fosse in realtà la Sindone ripiegata, e di cui era visibile solo il volto. Le ricerche di Marinelli e Zerbini hanno portato alla luce fonti islamiche, che confermano la presenza in Edessa di un telo recante l’impronta del volto di Cristo, chiamato dagli arabi Mindîl. Si cita lo storico Ian Wilson il quale sostiene che il Mandylion in greco, in arabo Mindîl, fazzoletto, ovvero il panno con il volto di Cristo definito acheiropoietos e tetradiplon (quindi “non generato da mano d’uomo” e “raddoppiato quattro volte”) sia la Sindone. Secondo fonti islamiche, il Mindîl fu trasportato a Ruhâ (nome arabo di Edessa) all’inizio del VII secolo d.C., dopo essere stato conservato a Efeso, Damasco e Antiochia e servì anche per uno scambio con dei prigionieri tra il califfo al-Muttaqi e l’Imperatore di Bisanzio. La vicenda del telo di Edessa andrebbe a chiudere il cerchio della storia della Sindone, colmando lacune che finora rendevano sconosciuta la collocazione del telo dal 30 d.C. al 1353.

Ovviamente il libro affronta il già discusso problema della datazione con il Radiocarbonio, che eseguita nel 1988, collocò l’origine della stoffa nel XIV secolo. Ed è ancora il punto di forza di coloro che vogliono sostenere la non credibilità del reperto. Ma l’analisi, ricordano gli autori (e citano una quantità impressionante di prove), non è stata esente da pesanti critiche, e l’attendibilità di quei risultati ne è risultata pesantemente inficiata. Fra l’altro, ricordano gli autori, altre datazioni successive, condotte con metodi diversi, hanno ricollocato il periodo di origine della Sindone all’epoca di Cristo. È da dire che pochi oggetti, dall’origine così evidentemente misteriosa, hanno suscitato negli ultimi secoli (diciamo dall’Illuminismo in poi) attacchi così feroci, continuati e spesso totalmente disgiunti da una valutazione limpida e spassionata dell’oggetto in sé, e dei suoi elementi di grandissima particolarità. Come se a certi settori ideologici e filosofici risultasse insopportabile l’idea che la Sindone possa essere autentica, e rivelarsi –come la definiva il compianto collega Orazio Petrosillo –: “Un quinto Vangelo”. E proprio in questo contesto ideologico e filosofico va collocata la vicenda tutt’altro che limpida, della datazione del 1988.

Un capitolo a parte nelle vicende sindoniche riguarda l’origine del telo, tessuto a mano su un telaio certamente non industriale. Nel libro si avanza un’ipotesi assolutamente nuova: e cioè che il tessuto possa essere di origine indiana. Al Tempio di Gerusalemme erano conservati, e disponibili, pregiati tessuti di lino finissimo provenienti anche dall’India. Ora sappiamo che della deposizione e sepoltura di Gesù si è interessato un personaggio eminente del Sinedrio, uomo ricco e influente, Giuseppe di Arimatea. Quindi la Sindone può essere uno di questi tessuti, che è stato usato per la sepoltura “regale” di Gesù come omaggio al “Re dei Giudei”. Questa ipotesi è sostenuta da esami scientifici. Su campioni sindonici un gruppo di scienziati italiani ha trovato tracce di DNA tipico delle popolazioni dell’India. Da sottolineare anche – questa è la parte curata in particolare dal prof. Zerbini – che l’Uomo della Sindone subì molteplici lesioni che sono compatibili con una crocifissione romana del I secolo D.C., preceduta da una severa flagellazione.

Come è noto a chi si è occupato di Sindone, e come molto spesso troppo volentieri anche la cosiddetta critica scientifica dimentica, il vero problema del lino custodito a Torino è l’immagine. Un negativo fotografico, “impresso” dopo che il sangue del crocifisso era stato avvolto nel lenzuolo, e dalle caratteristiche fisiche e chimiche tali da renderlo un oggetto unico e inspiegabile. Contro le più banali tesi denigratorie, Marinelli e Zerbini affermano con certezza scientifica che non si tratta certamente di un dipinto, che l’immagine non si è formata con il contatto del corpo sul telo, che non è stata creata poggiando il telo su una fonte di calore, come si è cercato di fare in qualche esperimento di ricostruzione. L’ipotesi più credibile, ancora adesso, sostenuta dagli esperimenti condotti all’ENEA dal prof. Baldacchini, parla di una radiazione ultravioletta direzionale (riprodotta con un laser a eccimeri). Cioè un’esplosione di energia e luce. E lasciamo che sia il lettore a chiedersi che cosa sia potuto accadere in quel sepolcro una notte a Gerusalemme, 2000 anni fa.

(fonte: lanuovabq.it)


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