Addio Norma, prima vittima dell’aborto

Norma McCorvey si è spenta a 69 anni. Fu lei, con lo pseudonimo di Jane Roe, a portare alla sentenza della Corte Suprema americana che nel 1973 sentenziò l’omicidio dei bambini in grembo. Anni dopo si convertì svelando le menzogne del femminismo che la usò senza scrupoli e girando in lungo e in largo gli Usa per offrire in sacrificio il suo errore e le sue riparazioni.

di Benedetta Frigerio (20-02-2017)

Si è consumato ieri il suo ultimo sacrificio, dopo 27 anni in cui ha dovuto portare il peso enorme di essere stata la principale causa delle milioni di vittime dell’aborto, quelle che poi ha cercato di difendere con tutta se stessa. Norma McCorvey, simbolo mondiale della legalizzazione dell’aborto in Occidente e poi icona della causa pro life, è morta a 69 anni in una casa di riposo del Texas.

hqdefaultNota con lo pseudonimo di Jane Roe, spinse la sua richiesta di normalizzare l’omicidio dei figli in grembo alle madri fino alla Corte Suprema, che accolse il suo caso emettendo la nota sentenza Roe vs Wade del 1973. Poi, come succede sempre in questi casi, aperta la diga americana, l’aborto legale si diffuse come un’onda in tutta Europa. Sì può quindi dire che grazie al sì di questa donna, oltre 60 milioni di bambini sono stati uccisi solo in Usa e quasi 7 milioni in Italia, per non parlare delle cifre di altri paesi e degli aborti non conteggiati, come quelli clandestini o provocati dalle pillole del giorno dopo. McCorvey allora era una 22enne, convivente con un’altra donna, quando portò come motivazione di fronte al tribunale la sua povertà, i suoi problemi di tossicodipendenza e il fatto che era stata stuprata, non immaginando però che ben 7 giudici contro 2, tre anni dopo, le avrebbero dato ragione. Come a dire che la strada era già stata spianata da anni di lavoro da parte del movimento femminista, a cui serviva solo un caso “estremo” per convincere il popolo e quindi rendere accettabile la decisione dei giudici.

Fu lei stessa, convertendosi al cristianesimo e ricevendo il battesimo nel 1995, a svelare la menzogna montata dagli attivisti della morte, che la usarono chiedendole di mentire su uno stupro mai avvenuto. Infatti, ammetterà McCorvey, “sono stata persuasa da avvocati femministi a mentire, a dire che ero stata stuprata e che avevo bisogno di un aborto ma era tutta una bugia. E da allora oltre 50 milioni di bambini sono stati uccisi. Mi porterò questo peso nella tomba”. Il suo caso conferma dunque la tattica che ancora oggi viene utilizzata per far sì che siano approvate norme contrarie alla vita e alla famiglia, come le unioni dello stesso sesso, l’eutanasia e prima ancora il divorzio. Non solo, perché la vicenda di McCorvey parla anche a chi, pur dicendosi contrario all’aborto, ne fa una questione di coscienza personale, spesso sbeffeggiando quanti si battono pregando o mostrando alle donne ingannate dalla scappatoia abortista le immagini dei feti.

Nella sua biografia, Won by Love (Vinta dall’amore), pubblicata nel 1998, McCorvey scriverà delle milioni di persone che dopo la sentenza cominciarono a pregare per lei e di quando, 17 anni più tardi, si convertì alla causa pro life: «Ero seduta in un ufficio quando ho notato un poster con uno sviluppo fetale. La crescita del feto era così evidente, gli occhi erano così dolci. Il mio cuore mi faceva male solo a guardarli. Sono corsa fuori dalla stanza e mi sono detta: “Norma hanno ragione”. Qualcosa in quel poster mi aveva fatto perdere il respiro, continuavo a vedere l’immagine di quel piccolo embrione di 10 settimane e non ho potuto non dire: questo è un bambino. E’ come se un paraocchi mi fosse caduto dagli occhi, ho capito subito la verità: è un bambino! Mi sentivo schiacciata sotto la verità di questa rivelazione. Ho dovuto affrontare una realtà terribile: l’aborto non si trattava di un “prodotto del concepimento” (…). Si trattava di bambini uccisi nel grembo della madre. In tutti quegli anni mi ero sbagliata. Tutto il mio lavoro nelle cliniche abortiste era sbagliato. Divenne chiaro, dolorosamente chiaro».

Fu da qui che McCorvey si decise a dare tutta se stessa per combattere l’aborto, girando il paese senza sosta per svelare l’inganno. Accompagnata al battesimo dagli stessi preti pro life che aveva combattuto, nel 1996 dichiarò anche di aver abbandonato la sodomia. Nel 2003 fece anche ricorso alla Corte Suprema ammettendo di essere stata usata, proprio perché povera e ignorante, e di aver dato falsa testimonianza. Ma il ricorso fu respinto. “Aspetto il giorno in cui giustizia sarà fatta e il peso di tutte queste morti sarà rimosso dalle mie spalle”. McCorvey non ha visto quel giorno, ma ha speso oltre due terzi della sua vita a immolarsi per riparare alla sua scelta di offrire il proprio braccio alla vittoria della causa abortista. E chissà se il sacrificio ultimo e supremo della sua vita non sia il presagio del compimento delle sue attese: la fine della causa principale delle guerre nel mondo, come spiegò santa Madre Teresa di Calcutta, chiarendo che una società in cui le madri arrivano a uccidere i loro figli non può che essere piena di odio.

(fonte: lanuovabq.it)

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