Del perdersi e del ritrovarsi: «Così dopo 6 anni abbiamo sconfitto il divorzio grazie a nostro figlio»

Dirsi addio e riprendersi dopo 6 anni di separazione. Nessuno vuole dirlo, ma è questa la vera strada della libertà. È la testimonianza di perdono di Letizia e Massimo Marinangeli che hanno rimesso insieme i cocci del loro matrimonio naufragato. Perché il divorzio se lo affronti lo puoi sconfiggere. Come dimostrano le ormai tante storie di chi si affida a Retrouvaille, che dal 2001 in Italia aiuta le coppie in frantumi a risorgere. «Perché l’amore è soprattutto una decisione. E quando ricominci ad ascoltare l’altro e a perdonare, è lì che il Signore ti dà la pienezza della gioia della vita insieme».

di Andrea Zambrano (14-02-2017)

Letizia Quattrini e Massimo Marinangeli sono nonni felici. E sono sposati. Questo non è un fatto secondario nella loro vita perché il loro matrimonio è naufragato per poi rinascere come nuovo dopo un lungo percorso di riconciliazione che li ha portati ad essere finalmente una coppia. Prima invece, subito dopo il loro matrimonio erano soltanto due individui con i loro egoismi e le loro difficoltà.

img-_antprmpianotpl1-_retrouvailleA credere nel loro essere una sola carne in tutti questi anni di addii e ritorni era rimasto solo Dio, che non ha mai mancato di tenere fede alla promessa. Così mentre loro si perdevano e attraversavano come tanti, come troppi, il calvario del divorzio, a reggere quel Sacramento era rimasto Lui. Che hanno poi ritrovato al loro fianco quando si sono guardati in faccia per ricominciare. La storia di Letizia e Massimo da Ancona è la storia di una rinascita o meglio, di un ritrovarsi, traduzione del francese retrouvaille. E Retrouvaille è il nome dell’associazione che nel nascondimento e senza clamori si occupa di ricucire le ferite delle coppie che si separano.

Non con l’obiettivo di trovare un senso ad un addio per stare meglio con se stessi, ma con l’unico scopo di tornare insieme perché, come dice il motto dell’associazione “Separarsi non è la soluzione”. L’esperienza di Retrouvaille in Italia non è ancora molto conosciuta, eppure c’è dal 2001, ma merita di essere gridata sui tetti e non solo per le percentuali altissime di successo, intorno al 70%. Va fatta conoscere perché a forza di considerare il divorzio come una delle tante soluzioni, a volte l’unica, si finisce per ferire l’intera società. E le avvisaglie sul calo demografico e la crisi dei rapporti famigliari stanno ogni giorno a dimostrarlo.

Ma dato che Retrouvaille è anche un cammino di fede, è inevitabile che nel percorso ci si imbatta anche in Colui che quell’unione l’ha benedetta rimanendovi fedele anche nella tempesta. La Nuova BQ ha intervistato Letizia, scoprendo che il percorso del ritrovarsi ha visto come protagonista proprio uno dei tre figli della coppia, perché proprio i figli sono il terminale più debole del processo di separazione. L’anello di cui nessuno tiene mai conto. E di cui nessuno, né film, né canzone dirà mai perché ormai il divorzio è un tabù al contrario: entrato nella sfera dei diritti universali, anche il solo metterlo in discussione è operazione rischiosa. E invece il divorzio può sciogliersi come la neve di marzo. Basta solo chiedere aiuto.

Letizia, quando inizia la vostra storia?

Nel 1982 con il matrimonio. Nessuno ci aveva mai spiegato nulla. Nel 1983 nasce il nostro primo figlio e nell’84 il secondo. Ma eravamo allo sbaraglio: fin da subito si sono verificati i primi dissapori, le tensioni caratterizzate soprattutto dalla mancanza di comunicazione o da una comunicazione errata.

La rottura quando avvenne?

Quando mio marito ha intrecciato una relazione con una collega. Anni dopo ho capito che aveva smesso di confidarsi con me perché io decidevo da sola, facevo tutto da sola e questo è stato il primo errore: quello di pensare che di fare tutto da sola. Così l’altro si sente escluso e ognuno cerca così la sua personale perfezione.

Lei che cosa ha fatto?

Quando ho scoperto la relazione non ho avuto il coraggio della separazione e ho chiesto un altro figlio. E’ nata Barbara, ma subito dopo è degenerato tutto: non c’era più intimità, non c’era più nulla. Così ho chiesto la separazione.

Che periodo è stato?

Angosciante. Si crede di essere liberi, invece si è più in catene di prima, schiavi delle proprie passioni.

Ha avuto altre storie?

Sì, ma non me ne importava niente. Il mio cuore era svuotato. Finché…

Finché?

Il nostro secondo figlio a 20 anni si è trasferito a Roma per la specialità universitaria. Alla Sapienza ha conosciuto una religiosa con un carisma molto particolare: quello di avvicinare i giovani per farli pregare. Lui si è aperto e ha iniziato un periodo di conversione.

Sta dicendo che tutto è partito dal dolore vissuto da uno dei vostri figli?

Sì. Ha conosciuto l’esperienza di Retrouvaille che era arrivata in Italia nel 2001. Così ci ha proposto di partecipare ad un week end di conoscenza. Voleva che facessimo quel cammino.

E voi?

Massimo accettò subito, aveva subito l’abbandono e non aveva mai chiuso la porta definitivamente, io invece dissi di sì, ma solo perché così anche lui si sarebbe messo il cuore in pace sulla fine della nostra storia. Diciamo che ho accettato per dimostrare a loro che non c’era nulla da fare.

E invece…?

In quel week end mi si sono aperti gli occhi. Ho capito tante cose di lui che non avevo mai compreso. Per noi è stato fondamentale scoprire i deficit di comunicazione che avevamo avuto nei primi anni di matrimonio. Mi sono accorta dei suoi sentimenti e dalle testimonianze degli altri vedevo che c’erano situazioni disperate, ma piene di speranze. Quella della testimonianza di chi ha fatto il percorso ti fa capire che è possibile rinascere nella speranza. Il problema del divorzio è principalmente un problema di mancanza di speranza.

Ma il cammino di Retrouvaille è solo tecnica di ascolto e comunicazione?

No, c’è molto di più. Mi ero contemporaneamente allontanata dalla fede, ho riscoperto questa Chiesa che come una madre ti apre le braccia. Anche i sacerdoti ti accolgono raccontandoti la loro storia, si inizia a ragionare in un altro modo, ti entrano nel cuore verità alle quali non avevi mai fatto caso.

Come avete proceduto dopo il primo incontro?

Piano piano abbiamo proseguito con gli incontri che diventavano periodici, abbiamo così iniziato infrangendo i luoghi comuni, quelli del tipo: “L’amore quando è finito, è finito”. Invece abbiamo lentamente capito che l’amore è una decisione, che si costruisce. Abbiamo reiniziato a ricostruire un’intimità.

Che spazio ha avuto il perdono?

Decisivo. In Retrouvaille si lavora molto su se stessi, ma anche sulle proprie origini perché certe ferite si portano dietro dal rapporto con i genitori con premesse sbagliate; si comprendono gli errori e si sente bisogno di chiedere perdono e di perdonarsi. Abbiamo avuto tutti e due delle ferite, ma anche il perdono è una decisione, ci vuole un cammino di consapevolezza del male fatto e del male subito.

Parliamo dei figli.

Soffrono, magari non lo dicono, ma soffrono. Nessuno dà loro attenzione perché il nostro sguardo è proteso verso l’esterno per trovarti qualcun altro e colmare il tuo vuoto, ma è una chimera. Nel corso del cammino di Retrouvaille sono emerse anche le sofferenze subite dai figli. E anche qui c’è voluta un’altra buona dose di perdono. Quando siamo tornati insieme sono rinati.

Come si struttura Retrouvaille?

Al primo week end ci sono tre coppie testimoni che presentano la loro storia, sono coppie che come noi hanno partecipato al programma. Con loro c’è sempre un sacerdote. Si inizia al venerdì e si finisce alla domenica pomeriggio in una full immersion dove grazie alle testimonianze si snocciolano le principali verità. Successivamente iniziano degli incontri di due ore alla settimana per dodici settimane. E’ un percorso lungo e impegnativo nel corso del quale si analizzano con le coppie e con il sacerdote le verità emerse nel primo incontro. Una volta terminato il percorso ci è venuto naturale metterci al servizio.

Ci sono psicologi o “esperti”?

No. Retrouvaille si basa sulla testimonianza. E’ quella che ti insegna e ti fa sentire vicina la tua situazione.

Un’esperienza così, di tipo cattolico. Perché?

Perché la Chiesa è capace di parlare al cuore dell’uomo, io ho riscoperto la Chiesa madre e mi ha colpito che nel percorso di riconciliazione anche il sacerdote abbia chiesto perdono per tutte le volte che non è stato in grado di aiutare gli sposi che soffrono o di averli preparati in maniera inadeguata.

Ora la vostra vita è rinata dopo 6 anni di lontananza. Che cosa pensa del dibattitto sull’accesso dei divorziati risposati alla Comunione?

Non posso emettere sentenze, ma raccontare la mia testimonianza.

Che sarebbe?

Quando ero separata pensavo alla Comunione come ad una rivendicazione, in un certo senso la pretendevo. Poi, dopo la conversione ho realizzato che da fuori certe dinamiche si vivono con la logica della rivendicazione e della pretesa. Dal di dentro si sperimenta un vero senso di unità e si comprende che l’atteggiamento cristiano non è quello della pretesa. Mi chiedo in quanti sarebbero disposti a fare un cammino serio? Non so, ma quando sei dentro vivi certe richieste con altri occhi.

Quanto ha contato il contesto esterno? Gli amici, i parenti?

E’ fondamentale per sostenerti nelle scelte. Ma tante persone ci dicevano: “Chi ve lo fa fare?”, “ormai i figli sono grandi”. Invece io posso dire con certezza che oggi il nostro matrimonio non è mai stato così bello e così pieno, perché abbiamo avuto gli strumenti per costruire quello che prima era un semplice vivere alla giornata nell’egoismo.

Che accade alle vostre testimonianze?

La gente rimane sbalordite, si commuove, sente che c’è una verità che li tocca. E’ proprio vero che l’amore è una decisione, ma è sostenuta dal Cielo. Noi ne siamo testimoni.

(fonte: lanuovabq.it)


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