Silence, il cristianesimo anonimo di Scorsese e dei gesuiti

Si può cristianizzare una cultura rinunciando al nucleo veritativo dottrinale e alla sua rilevanza per il fermento del diritto e della cultura?

di Dario Alessandrini (25-01-2017)

Silence di Martin Scorsese è un film assai complesso che va visto con occhi competenti. La vicenda dei missionari gesuiti in Giappone nel XVI secolo viene riesplorata alla luce delle nozioni moderne di inculturazione della fede, di relativismo teologico, di silenzio di Dio. Il film mostra la fede vera del popolo giapponese, una fede inculturata in una cultura che sa cosa è il sacrificio e il rinnegamento di sé. La testimonianza del martirio dei giapponesi è la parte più bella del film, la parte che commuove ed avvince. Una fede inculturata non è solo una fede che trova il giusto rivestimento delle parole, ma è una fede che sa incidere nella cultura propria, sino a farla maturare nelle sue stesse implicazioni. In questo caso i contadini poveri e analfabeti riescono a vivere il cristianesimo alla luce dei loro valori millenari di abnegazione e di sacrificio, trovando in esso però la liberazione dal giogo disumano del potere politico/religioso rappresentato dal mellifluo inquisitore buddhista dalla voce garrula. La liberazione che la nozione di “Parais” fornisce al popolo contadino non è una forma di alienazione dalla storia, ma la prospettiva trascendente che feconda la storia sino a renderla fermento di salvezza.

Liam Neeson interpreta il gesuita Ferreira.
Liam Neeson interpreta il gesuita Ferreira.

A ciò fa da contrappeso il fallimento di padre Ferreira che tradisce la fede con l’apostasia, abbracciando il relativismo teologico. Il tradimento di Ferreira è un errore che va respinto con tutte le forze, ma il film ne presenta le ragioni ideologiche nel dialogo con padre Rodriguez. Sostanzialmente padre Ferreira non crede in Cristo e nella possibilità di inculturare la fede nel Giappone (“i contadini non capiscono nulla del nostro annuncio”). Secondo lui i contadini convertiti sono morti per affermare una superstizione che nulla ha a che vedere con la fede in Cristo. Egli dopo l’apostasia è malinconicamente integrato nella società dei letterati giapponesi scrivendo libri di astronomia, di scienze naturali, nonché un elenco di errori del cristianesimo (“gengiroky, Inganno rivelato”). D’altronde anche il relativismo oggi imperante in teologia consiste nell’idea che tutte le religioni sono fenomeni culturali equivalenti che convergono verso una intuizione di Dio, senza la possibilità di cogliere i tratti analogici di Dio con ciò che esiste e riducendo la categoria di Rivelazione a mito. Il ben noto documento Dominus Iesus del 2000, risolutore della intera questione, giace inerte sommerso da una coltre di densa polvere.

Molto problematica è la terza via, quella di padre Rodriguez, il quale apostata, avvinto dalla prospettiva di potere salvare alcuni cristiani sottoposti ad una tremenda tortura e soprattutto vinto dal “silenzio di Dio”. Questa è la spina del film. Egli resta segretamente cristiano sino all’ultimo, in una forma di cristianesimo sincretistico che avrebbe avuto la pretesa di seminare il cristianesimo in una cultura refrattaria ad una esplicita inculturazione. Un cristianesimo anonimo, un cristianesimo che pubblicamente non mostra nulla di sé, che si abbassa in una forma di kenosis, sino allo svuotamento di sé, sino alla negazione del proprio annuncio e del proprio nucleo dottrinale, che non ha nulla da dire all’ordine giuridico e pubblico, è ancora un cristianesimo?

Andrew Garfield interpreta il gesuita Rodrigues.
Andrew Garfield interpreta il gesuita Rodrigues.

Nella attuale società giapponese si è realizzata una forma di sincretismo religioso tipico della società moderna secolarizzata e la forma per un nuovo modello di missionarietà sembrerebbe quello della tolleranza, del dialogo che rinunci alla idea di Verità applicata ad una confessione. Oggi molti pensano che una posizione kenotica come quella di padre Rodriguez possa essere una soluzione per il nostro tempo. È una questione dilacerante. Si può cristianizzare una cultura rinunciando al nucleo veritativo dottrinale e alla sua rilevanza per il fermento del diritto e della cultura? Sicuramente no, ma resta un problema irrisolto nella transizione del cristianesimo contemporaneo, così sorprendentemente simile alla vicenda di padre Rodriguez. Il film appare come una parabola della chiesa contemporanea, costituita da una folta schiera di intellettuali apostati e da un “resto” che resiste eroicamente…

Sul “silenzio di Dio” e su tutte le suggestioni della teologia contemporanea, erede del “venerdì speculativo di Hegel” sino a Nietzsche e alla teologia della morte di Dio, si fa un gran parlare. Impropriamente chiamiamo “silenzio di Dio” la nostra incapacità di vedere la grandezza di Dio nelle sue opere; il nostro sguardo affetto da riduzionismo empirista, la concupiscenza degli occhi che svuota l’esperienza da ogni spessore metafisico e lascia il fatto nudo come materiale inerte senza significato. È il dubbio di fede che assale ogni credente nelle prove ardue, a causa della sua ferita originale. Il vero “silenzio” di Dio è la Kenosis, l’abbassamento di Dio che assume la natura umana, il dolore, le conseguenze penali del peccato dell’uomo, assume la morte come esperienza dilacerante, per attraversarla e svuotarla. Il vero “silenzio” è l’insondabile Parola della Croce.

È chiaro che se applichiamo la nozione deviata di “silenzio di Dio” alla missionarietà (magari condendo il tutto con il relativismo teologico di padre Ferreira), otteniamo un solo risultato: l’implosione assoluta della missione e del kerigma. Così tutto si risolve in un assoluto “silenzio dell’uomo” (la scelta di Rodriguez). Il suicidio della fede si risolve sempre alla fine nel suicidio della ragione e del linguaggio.

(fonte: campariedemaistre.com)

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