Sant’Antonio abate, padre del monachesimo e della cristianità

La tradizione monastica del cristianesimo occidentale e orientale ha un padre fondatore: Sant’Antonio Abate.

di Alfredo Incollingo (17-01-2017)

I primi cristiani avevano un rapporto profondo e proficuo con l’ascetismo e la contemplazione. Il silenzio non era un tormento né una condizione da evitare, ma era un momento ideale per cercare Dio e affrontare così il proprio essere. Quando la divinità si eclissò sull’orizzonte umano, le tenebre presero il sopravvento e la solitudine (volente o nolente) divenne una minaccia. I cristiani sapevano vivere nelle foreste, nei deserti e su alti monti senza la paura del proprio Io, perché intuivano che Dio era lì confortandoli e aiutandoli nello sfuggire alle tentazioni. Gli anacoreti o eremiti erano molto diffusi nei deserti della Palestina o in Egitto, spingendosi nelle aree più isolate e inaccessibili di quelle regioni. Era importante sfuggire dalla società i cui veleni intossicavano lo spirito. Non esisteva un modus operandi unico e normalizzato: il silenzio, la povertà, la castità e la preghiera erano le uniche regole a cui attenersi. Si viveva da soli, evitando i raggruppamenti umani che avrebbero potuto incrinare la propria dedizione.

santantonioabate1La tradizione monastica del cristianesimo occidentale e orientale ha un padre fondatore: Sant’Antonio Abate. È il primo eremita a costituire una famiglia anacoreta, che si era data una Regola (molto diversa da quelle ordinarie) basata sui voti di povertà, castità e di carità e dedicando anima e corpo al lavoro e alla preghiera. Non vi erano abiti né un codice comunitario, chiunque poteva entrare nella comunità seguendo l’insegnamento dell’Abbà e accettando la sua guida spirituale. Antonio nacque a Coma, in Egitto, intorno al 251 d.c. A vent’anni ebbe una rilevazione: se voleva vivere pienamente la sua fede cristiana, doveva vendere i suoi beni e dare i proventi ai poveri. Così fece e si ritirò nel deserto, vivendo in povertà, castamente e in preghiera. La pia solitudine non sembrava soddisfarlo. Era incerto sul da farsi, non era sicuro della scelta fatta. Si consultò con altri eremiti che lo persuasero a perseverare, ma le loro parole non risolvevano i loro dubbi. Ebbe una visione di un anacoreta che viveva nel deserto pregando e lavorando, intrecciando delle corde. Comprese che anche il lavoro era uno strumento per purificare il corpo dall’apatia e dalla noia e così scacciare le occasioni di peccato che la solitudine poteva suscitare. Comprese che il lavoro manuale gli poteva permettere di ricavare del denaro per le opere di carità. Si racconta che il Diavolo lo raggiunse sull’altura dove si era inoltrato per allontanarsi ancor di più dal mondo. Lo tentò e, di fronte al suo rifiuto, lo percosse. Lo lasciò privo di sensi e solo l’intervento di alcuni pellegrini, che erano andati lì per riverirlo, lo curarono.

Intorno a Sant’Antonio si formò una comunità di discepoli che seguiva in tutto e per tutto l’insegnamento del loro maestro. Per la prima volta nella storia cristiana si costituì una famiglia monastica in senso lato: non c’era un Regola scritta o un abito specifico, ma vi erano norme generali che rispettavano i voti di povertà, di castità e di carità, dedicandosi alla preghiera e al lavoro. I discepoli di Sant’Antonio crebbero nel deserto egiziano e il suo carisma affascinava i fedeli in città e attirava numerosi pellegrini nei suoi luoghi di solitudine. Ritornò nel mondo civile negli ultimi anni delle persecuzioni dell’imperatore Diocleziano per dare speranza ai fratelli di Alessandria d’Egitto. Quando Costantino concesse libertà di culto ai cristiani, il vescovo Sant’Atanasio lo volle con se per arginare la diffusione dell’arianesimo. Morì nella Tebaide alla sorprendente età di 105 anni.

(fonte: campariedemaistre.com)

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