Suicidi da divorzio, le storie tabù degli adolescenti che hanno detto addio a mamma e papà

Il suicidio di una ragazzina catanese che non ha retto al divorzio del genitori riporta a galla un tabù di cui giornali e società non vogliono parlare: la separazione dei genitori è distruttiva per i figli, che possono arrivare a forme estreme o a sprofondare nel nichilismo. Come l’inferno descritto da un 16enne, anch’egli suicida: «Riconosco che mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene».

di Benedetta Frigerio (15-01-2017)

Era da cinque anni che suo padre e sua madre erano separati e che lei, 14enne catanese, viveva il peso di questa rottura. Certamente i fattori erano molteplici (sensibilità, contesto storico, libertà…) ma fatto sta che la settimana scorsa, di ritorno nella casa materna, dopo aver passato il fine settimana in quella del padre si è impiccata, lasciando un biglietto ai genitori in cui li salutava e spiegava il suo gesto.

Manifestazione per il NO al referendum sul divorzio a Piazza Navona a Roma, 1974.
Manifestazione a favore del divorzio durante la campagna referendari in Piazza Navona a Roma, 1974.

Si sapeva che da quando papà e mamma si erano divisi la ragazzina non era più la stessa. Era buona sì, come se quel dolore la rendesse di più simpatetica a quello degli altri uomini, ma con un peso sulle spalle troppo grande: “Una ragazza solare ben voluta da tutti, ma aveva sempre un velo di tristezza negli occhi, forse la separazione dei genitori l’aveva segnata profondamente”, ha commentato la sua professoressa di italiano.

Il caso non è isolato e ricorda quello di un bambino che nel 2012 a soli 10 anni si suicidò impiccandosi con una sciarpa perché, a detta dei nonni, “non aveva mai veramente accettato la separazione dei genitori. Ha sofferto molto e non ha mai superato il dolore. Era l’unica ombra nel cuore di Filippo”. Ombra, tristezza, riflessi nello sguardo, come se il pensiero del male fosse sempre in qualche modo lì fisso e distraente nella loro mente, portando probabilmente questi bambini a non essere mai completamente presenti e quindi capaci di affermare la realtà che gli si svelava davanti. Come un arto sempre ferito a cui è impossibile non pensare in continuazione. Chi non l’ha vissuto forse non può comprenderlo, ma “quando la coppia scoppia, il figlio prova un dolore dilaniante, è come se venisse spaccato in due”, ha spiegato la dottoressa Margherita Spagnuolo Lobb, direttore della scuola di psicoterapia di Gestalt Hcc Italy, commentando il suicidio della 14enne siciliana.

I due casi estremi, ma che raccontano la disperazione di una generazione, che magari non arriva alla morte fisica ma al rifiuto della vita in altre forme nichiliste dilaganti (anoressie, droga, violenza, apatia, compulsioni varie), rende evidente che la ferita psicologica dei divorzi e delle separazioni è mortale per tutta la società. Perché ogni uomo dovrebbe poter crescere con la certezza, più o meno inconscia, di essere nato e di vivere come conseguenza di un atto d’amore che nulla potrà rompere, quello fra suo padre e sua madre, due figure che per lui sono inseparabili. La negazione di questa promessa insita nella nascita e di questa identità, il concepirsi frutto di un bene eterno, coincide dunque con la fine dell’esistenza.

È come se il figlio si sentisse ucciso, non sapendo più chi è, né da dove viene. Si spezza, come dice Lobb, qualcosa in lui che lo getta nello smarrimento, nella paura e nella sfiducia verso ogni cosa. Perché se il luogo in cui si trova la sicurezza per crescere e avventurarsi nella vita svanisce, in cosa credere? Su che terreno solido poggiare i piedi per affrontare il quotidiano con fiducia? “Mia madre e mio padre si sono separati due volte, prima fra loro e poi dai loro compagni. Io mi posso fidare solo di me stesso. Non credo più in nulla, anche perché se resto deluso ancora che faccio?”, è l’inferno descritto da un ragazzino di 16 anni di una scuola professionale. Ed è un’altra morte di chi decide di negare ogni possibilità di bene piuttosto che rischiare di patire di nuovo uno strazio indicibile. Lo strazio della negazione della carità gratuita per cui veniamo al mondo, l’unico motivo per cui ogni uomo vive, lavora e persino pecca, nella speranza di ritrovarla.

Quando questa speranza viene totalmente soffocata, dunque, accade quello che un’altra ragazza, trovata anni fa morta nei bagni di una stazione di Roma, scrisse prima di uccidersi:

“Riconosco che mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene. Mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete indicato un ideale per il quale valesse la pena di vivere! Per questo ho deciso di togliermi la vita! Perdonatemi, ma non ho altra scelta”.

Episodi che la stampa tende a censurare, anche se la ragazzina (come anche noi) non giudicava definitivamente i genitori, bensì un semplice dato di fatto. Perché tutto può essere scusato e redento, ma le conseguenze del male si pagano ed è meglio conoscerle in anticipo, insieme ai rimedi possibili. La tragedia della mancanza di un senso amoroso per cui vale la pena il sacrificio di esserci e di affrontare l’esistenza è infatti tale che solo l’incontro con l’amore con la A maiuscola può permettere di tornare a sperare. Quell’Amore appunto che ha “usato”, per dirla con Testori ne Il senso della nascita (“in questo momento Dio è lì per continuare la sua creazione”), l’unione procreativa dei genitori. Quell’unico Amore che può trasformare la morte in una nuova vita. Questa volta immortale.

Nell’ultimo libro di Alessandro D’Avenia, L’arte di essere fragili, compare la lettera di un ragazzino, figlio di due coniugi separati che hanno ovviato alla loro assenza riempiendolo di beni materiali, il quale per farsi notare aveva combinato di tutto. Leggendo i libri dell’autore però si era come accesa una luce in lui, per cui ringraziava D’Avenia così:

“Sono orfano, sebbene fisicamente esistano i miei genitori! L’unica cosa che ho imparato è che uno sguardo, un abbraccio sono in grado di annientare tutti gli oggetti che ci sono al mondo e sarà la prima cosa che insegnerò ai miei figli! Grazie ancora!”.

Proprio come spiegò durante un’intervista a Tempi sui “figli del divorzio” la nota psicologa della famiglia Vittoria Sanese: “Se ci sarà qualcuno che gli farà compagnia dando senso e dignità alla loro esistenza e dolore, offrendo amore costante, allora la ferita sarà trasfigurata. E il bambino potrà capire che esiste un amore che resiste. E che c’è un senso buono del suo esserci. Serve quindi la fede in un’altra paternità”. Che è anche “un adulto che sappia trasfigurare la realtà in positivo, da cui, per chi crede, passa l’amore fedele di Dio”. Pur attraverso una ferita che può trovare vero sollievo in terra solo con la fedeltà al vincolo di Dio del coniuge tradito e redenzione nella riunione dei genitori. Ma che si rimarginerà davvero solo in Cielo.

(fonte: lanuovabq.it)

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