Disorientamento pastorale. Intervista a Danilo Quinto

Se molti battezzati di famiglie cattoliche hanno iniziato fin dal liceo a militare con i radicali, specie negli anni Settanta e Ottanta, non sono mancati coloro che hanno fatto inversione di marcia e dal pannellismo anarco-libertario, sono tornati o ritornati alla fede o comunque alla difesa di ideali opposti a quelli dell’antiproibizionismo, dell’antimilitarismo e dell’anticristianesimo. Tra costoro il caso forse più emblematico è quello di Danilo Quinto.

di Fabrizio Cannone (La Verità, 03-01-2017)

Che il Partito Radicale di Marco Pannella (1930-2016) rappresenti in qualche modo l’antitesi più evidente e incisiva alla cultura tradizionale e cattolica italiana, è ormai noto a tutti o quasi. Gli stessi partiti laici della sinistra, come il Partito socialista e il Partito comunista, pur nei momenti epici delle grandi svolte culturali della società italiana del secondo Novecento, come le leggi su divorzio (1970-1974) e sull’aborto (1978-1981), non erano così compattamente schierati sulle posizioni avanzate dei radicali e dei libertari.

Partito radicale italiano e anticlericalismo di stretta osservanza sono apparsi, da mezzo secolo e con un crescendo senza discontinuità, come praticamente sinonimi: si pensi alle battaglie pannelliane contro la pena di morte e l’ergastolo, per la libertà di drogarsi, per la libertà di bestemmiare, contro le forze dell’ordine, in favore dell’eutanasia e del suicidio assistito, contro il cosiddetto «Vaticano talebano», contro Radio Vaticana, in favore della pornografia eccetera.

Se molti battezzati di famiglie cattoliche hanno iniziato fin dal liceo a militare con i radicali, specie negli anni Settanta e Ottanta, non sono mancati coloro che hanno fatto inversione di marcia e dal pannellismo anarco-libertario, sono tornati o ritornati alla fede o comunque alla difesa di ideali opposti a quelli dell’antiproibizionismo, dell’antimilitarismo e dell’anticristianesimo.

Danilo Quinto

Tra costoro il caso forse più emblematico è quello di Danilo Quinto. Nato a Bari nel 1956, Quinto si è avvicinato da giovane al Pr quando vi si candidò Leonardo Sciascia (1979). Dal 1983 iniziò a fare politica attiva in Puglia. Nel 1987 si traferì a Roma per collaborare con Radio Radicale. Da allora Quinto ha occupato varie cariche importanti all’interno del movimento, come quella di membro della Segreteria e tesoriere del partito (dal 1995 al 2005). In seguito alla conversione al cattolicesimo, Danilo Quinto (già sposato e con un figlio) ha abbandonato la militanza radicale e ha iniziato a collaborare con agenzie e testate del mondo cattolico. Nel 2013 scrive il racconto della sua vicenda Da servo di Pannella a figlio libero di Dio. In seguito ha pubblicato altri cinque libri su tematiche religiose, etiche e politiche. Il suo ultimo testo è intitolato Disorientamento pastorale (Casa Editrice Leonardo da Vinci, 2016).

Cosa la spinse da ragazzo a diventare un militante dei radicali di Marco Pannella?

«La passione per la politica e la forza della loro ideologia. Quella stessa forza che ha determinato l’adesione di milioni e milioni di cattolici che hanno votato e praticato le loro battaglie sui cosiddetti diritti civili. Divorzio e aborto, in Italia, non ci sarebbero stati se Presidente della Repubblica e Ministri cattolici non avessero votato quelle leggi e se i cattolici non avessero divorziato e abortito. Pannella e Bonino hanno fatto il loro mestieri. Altri no».

Quando ha capito che la cosa più importante per lei fosse la fede e che proprio l’adesione al Vangelo le impedisse di continuare a lavorare coi radicali?

«Quando tredici anni fa ho incontrato ma moglie. Per lei la fede è vita. La sua vita è divenuta la mia vita e in questa nostra vita non c’è posto per l’inganno e la menzogna. Quello che conta veramente è la salvezza eterna, che si conquista testimoniando la verità. Le carriere politiche, le indennità e le pensioni parlamentari costituiscono la gloria del mondo, ma non salvano l’anima per l’eternità.

In vari libri scritti dopo la conversione lei polemizza, diciamo così da destra, con le gerarchie ecclesiastiche: non è che un certo anticlericalismo di gioventù le sia rimasto nel DNA?

«San Paolo nella Lettera ai Galati, racconta le sue critiche al primo vicario di Cristo. Nel clima che si respira oggi, lo stesso san Paolo potrebbe essere tacciato di anticlericalismo. È la sorte che tocca a chi ama la verità. Diceva il beato John Henry Newman: “Brindo al Papa. Ma, se me lo permettete, prima alla coscienza, e poi al Papa”».

Quale sguardo portare sulla pastoralità rivendicata da papa Francesco?

«Non può che essere uno sguardo di pietà, nell’etimologia cristiana del termine. Sulla scena mondiale, Bergoglio è considerato un leader politico, forse il più importante in questo momento ed egli asseconda, con gesti, parole e atti, questa visione politica e democratica del papato. Sembra che prima di lui la storia della Chiesa non sia esistita e non c’è alcun dubbio sul fatto che le sue esternazioni – per esempio il “chi sono io per giudicare” o “ho conosciuto dei bravi comunisti” – abbiano fatto più danni rispettivamente delle leggi sulle unioni civili e dei gulag».

Che cos’è che non le va bene nella Chiesa attuale?

«Se la Chiesa non indica più la differenza tra il bene e il male e rimette alla coscienza individuale questa distinzione, qual è il suo ruolo? Quello di una delle tanti agenzi culturale “mondane”? Se il papa dice che non ha alcuna intenzione di convertire, non volge il compito che gli è affidato da Gesù. L’uomo povero, che vive nel peccato, conoscerà l’inferno, come il peggiore dei criminali perché la misericordia di Dio è dissoluzione senza la Sua giustizia».

La crisi odierna del cattolicesimo è superabile? E se sì, in che modo?

«Riconoscendo che la pastorale postconciliare ha determinato l’accondiscendenza della Chiesa ai desideri mondani. La Chiesa si è posta al servizio dell’uomo, ha chiesto persino perdono all’uomo. In un mondo dominato dal principe delle tenebre, la Chiesa ha il compito di custodire il suo mandato originario e di considerare i suoi figli come li considerava Gesù, che dice: “Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo”».

Che cambiamenti auspicherebbero i cattolici militanti come lei in ordine ai problemi di attualità come l’immigrazione di massa, la violenza diffusa e la crisi economica?

«Tornare a proclamare la verità e non praticare la menzogna. Nella storia dell’umanità, nessuna società è morta per le crisi economiche. Il mondo occidentale non sta morendo per l’aumento del PIL e della disoccupazione, ma per la mancanza di principi. Gli stessi principi che vengono calpestati quando non si assicura la sicurezza dei cittadini e l’ordine all’interno degli Stati, favorendo di fatto le organizzazioni criminali che gestiscono l’immigrazione di persone, che vorrebbero poi imporre i loro usi e le loro tradizioni e non sottostare alle nostre leggi».

Lei ritiene che la massoneria abbia un ruolo importante nella politica dell’Unione europea?

«La rivoluzione francese nacque grazie all’apporto decisivo delle forze massoniche. Da lì nasce il germe che ha contaminato l’Europa e che la contamina ancora oggi. “L’infame setta della massoneria”, come la chiama Padre Pio in una delle sue lettere, non avrebbe modo di agire a livello politico se non si fosse insinuato nelle stessi strutture della Chiesa. Nel 1990 Antonio Socci chiese durante un’intervista a uno dei più grandi mistici del Novecento, don Divo Barsotti: “Lei non prova proprio nessuna attrazione per questo homo religiosus che si occupa di diritti umani, di morale, di solidarietà sociale?”. Barsotti rispose: “Non voglio giudicare o sentenziare. Ma mi è capitato di parlare amichevolmente con un eminente personalità ecclesiastica. A un certo momento ho dovuto porle una domanda che avevo dentro da tanto tempo: Non me ne voglia, se vuole non mi risponda, ma non le sembra che nella Chiesa sia veramente entrata la massoneria? E che molto spesso, proprio da lì vengono le direttive della predicazione, dell’azione della Chiesa? Egli tacque. Dopo un po’ mi guardò e mi disse: Purtroppo lo penso anch’io”».

Un’ultima domanda più personale. Ora che non c’è più, lei ha mai pregato per l’anima di Pannella?

«Non ho mai provato odio per Pannella. Non potrei tentare di essere nella sequela di Gesù, se coltivassi rancore per il mio nemico. L’ho sempre ricordato nelle mie preghiere, anche ringraziandolo per il male che ha riversato su di me e sulla mia famiglia. Senza quel male, non sarebbe nata la persona che sono ora. Non sarei diventato marito e neanche padre. Non mi sarei spogliato di tutte le cose materiali e non avrei vissuto nella libertà, che non ha prezzo. Gesù insegna di amare i propri nemici. Come dice san Paolo, tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Prima che Pannella morisse gli ho dedicato un video che ho chiamato Lettera d’amore. Lo si può vedere sul mio sito. Naturalmente, questo non vuol dire “fare i conti con l’eredità umana e spirituale di Pannella”, come ha dichiarato padre Lombardi dopo la sua morte perché quella eredità appartiene ai nemici di Gesù Cristo».

(fonte: editriceleonardo.com)

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