Vera e falsa misericordia

Danilo Quinto recensisce l’ultimo libro di padre Serafino Tognetti, figlio spirituale del grande don Divo Barsotti.

di Danilo Quinto (07-01-2017)

Fa bene all’anima leggere che cos’è la vera misericordia. Ne parla in un libro (Misericordia – Ultimo atto, Città Ideale, pp. 249, 2016), padre Serafino Tognetti, monaco e sacerdote dal 1990 nella Comunità dei Figli di Dio. Perché fa bene all’anima? Perché – possiamo dire – le anime delle persone che attribuiscono alla misericordia il suo giusto valore e il suo giusto significato, sono quelle più vicine a Dio.

mcspl3kw8j1a_s4-mbNon è facile, di questi tempi, ricordare che la misericordia senza la giustizia non può esistere. Padre Tognetti lo fa nel primo capitolo del suo libro. Scrive: «Il grande cardinale Giacomo Biffi, in una catechesi, faceva suo con soddisfazione un pensiero mordente di un altro grande, don Divo Barsotti, ed il pensiero era questo: “Oggi, nel mondo cattolico, Gesù Cristo è una scusa per parlare d’altro”. Una considerazione analoga si può fare a proposito della misericordia: “Oggi, nel mondo cattolico, la misericordia è un pretesto per dichiarare il peccato inesistente”. Infatti, generalmente si sente parlare della misericordia a senso unico, ossia slegata dal suo rapporto essenziale con la giustizia; ma non si può comprendere correttamente la misericordia senza comprendere anche la giustizia e non si può comprendere correttamente la giustizia senza capire anche la misericordia».

Misericordia non vuol dire – come molti fanno credere – che Dio, che è un Padre buono, alla fine, salva tutti. Misericordia, vuol dire, scrive padre Tognetti:  «un cuore (divino) travasato sulla miseria (umana). Se siamo miseria, ma ne godo, contento di essere nulla, sarò grande agli occhi di Dio e l’uomo più felice della terra».

Misericordia vuol anche dire avere fiducia in Dio e temerlo. Avere paura. «Oggi» – scrive padre Tognetti – «non si parla più dell’Inferno non perché se ne ha paura, ma perché non se ne ha paura. Quindi, occorre avere il coraggio di credere nell’Inferno per parlare della misericordia, bisogna avere il coraggio di avere paura. Sapete che nel Vangelo l’Inferno è citato più di sessanta volte. Sessanta volte non si possono togliere dal Vangelo! Gesù stesso ha ammonito: “State attenti, state attenti”, perché la paura dell’Inferno e la misericordia vanno di pari passo. Quanto più ho paura di affondare, tanto più grido al Signore di salvarmi. E io mi salvo solo se grido: “Signore, salvami!”. I Santi avevano paura dell’Inferno, ne avevano una paura del diavolo…».

Che dire? Ringraziamo Dio che ci sono sacerdoti che dicono queste cose. Sacerdoti che ci conducono nel solco delle fede di sempre, quella della porta stretta indicata da Gesù nel Vangelo, che della misericordia – come viene ricordato in questo splendido libro – parla attraverso innumerevoli parabole. Sacerdoti che ci mettono in guardia dal «ragionamento fasullo» – come lo chiama padre Tognetti – che afferma: «È inutile gridare aiuto, perché siamo tutti salvati; è chiaro che si va in cielo, è intollerabile pensare il contrario. Dunque: il cielo non è più un problema: ci si va tutti. Prima o poi ci vado, il vero problema sono le cose di quaggiù. Le cose serie sono quelle della terra».

Commenta padre Tognetti: «In questo modo si elimina la misericordia addirittura in nome di Dio, attribuendo a Dio una giustizia che cancella il concetto di Dio e della misericordia. Invece di invocarla, prendiamo atto che sia inutile invocarla. Siamo arrivati a questo punto! Ma se non c’è questo timore, questa paura, non ha senso il Vangelo, non ha senso la morte di Croce».

Non ha senso tutta la vita del cristiano, come sosteneva in uno dei suoi testi più belli, La mistica della riparazione, il fondatore della Comunità dei Figli di Dio, don Divo Barsotti, che scriveva:  «Tutta la vita del cristiano è veramente la continuazione dell’Agonia di Gesù, del mistero della Sua divina Passione, di una Passione redentrice, di una Morte che salva in una riparazione che glorifica Dio nell’umiltà e nell’annientamento della natura umana assunta dal Verbo!».

Nella Croce si contempla la misericordia di Dio. Il supremo atto d’amore di Dio nei confronti di ogni uomo, ci chiama ad essere – insieme agli altri cristiani – luce del mondo, sale della terra. È vero quello che dice Barsotti: «Non vi può essere dubbio: a noi è affidata la responsabilità della salvezza umana».

Se comprendiamo e viviamo davvero la misericordia di Dio, «il dolore e la morte, dopo la Passione e la Morte del Cristo» – aggiunge Barsotti – «sono meno condanna e castigo che privilegio di amore, partecipazione ad un mistero di redenzione. Rifiutare il dolore sarebbe oggi per l’uomo, rifiutare di cooperare nel modo più efficace alla salvezza del mondo, sarebbe rifiutare l’unione dell’umanità con Cristo, sarebbe rifiutare l’amore, che realizza nella espiazione l’unità dei santi e degli innocenti coi peccatori».

Come dobbiamo svolgere questa responsabilità? Nella seconda parte del suo libro, padre Tognetti propone questo schema: «Dio è misericordia perché è amore. Dio attira le anime a sé con la misericordia, mostrando il volto mite a Pietro che lo ha appena rinnegato, perdonando dalla Croce i crocifissori, promettendo al buon ladrone il Paradiso. Io porto il fratello a Dio se gli uso misericordia. Il mondo, la carne e il demonio (i nostri nemici) rapiscono le anime a Dio, e noi le riportiamo con la misericordia».

Che cosa sono, allora, le opere di misericordia, sette spirituali e sette corporali? «Sono suggerimenti» – scrive padre Tognetti – «per aiutarci a praticare, con amore le opere di Dio e riportare i fratelli alla Verità». C’è, però, un «prima», un presupposto di queste opere: «Se davvero abbiamo contemplato Gesù sulla Croce – afferma padre Tognetti – se davvero abbiamo detto, come il ladrone pentito: “Ricordati di me quando sarai nel Tuo regno”, se avremo il cuore spezzato e contrito, noi porteremo la misericordia di Dio al fratello, non solo dicendogli che Dio è misericordia (potrebbe essere una semplice e pura nozione), ma attraverso la comunicazione con tutto il nostro essere. (…) Se io do da mangiare all’affamato, se do da bere all’assetato, faccio capire al fratello bisognoso che c’è una bontà ed egli capirà che non è una bontà solamente umana. Attraverso la bontà naturale, se rafforzata dalla mia espressa dichiarazione di fede, l’uomo capirà che il cristiano ha ricevuto davvero qualcosa di grande e vi chiederà di fargli conoscere quel Dio che noi amiamo».

In questa prospettiva, praticare la misericordia significa praticare la più grande forma di evangelizzazione, di conversione delle anime, in modo che riconoscano la loro miseria spirituale. Dare un pezzo di pane a chi ha fame o un alloggio a chi ne è privo, non salva né chi compie questi atti né chi li riceve se entrambi non chiedono perdono a Dio dei propri peccati e non chiedono la Sua misericordia.

Così, l’intero libro di padre Tognetti – che contiene le nozioni, rese in forma chiara e semplice della vera misericordia di Dio – si situa nel solco degli insegnamenti eccelsi del mistico Barsotti, che nel suo Diario scriveva: «La novità del Cristianesimo è Cristo. Ma ti dicono: Pur l’Evangelo è dottrina di povertà, di distacco, di beneficenza… Rispondi: La povertà, il distacco hanno un valore solo in quanto sono condizione per seguire Gesù. Chi è povero e non segue Gesù è più misero e lontano da Cristo di colui che non ha rinunziato ai suoi beni. L’unica cosa che l’Evangelo vuole da te è che tu segua Gesù, che tu lo ami e vada a Lui senza più volere altra cosa, libero d’ogni altro possesso. È meraviglioso vedere come l’Evangelo sottolinea l’assoluta novità del comando di Gesù: non ha alcun segreto, non ha alcuna dottrina, una formula, un metodo, un programma, il Signore».

(fonte: chiesaepostconcilio.blogspot.it)

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