Don Pietro, l’uomo che capì dove andava la famiglia

A cento anni dalla nascita, il movimento Familiaris Consortio celebra il suo fondatore, don Pietro Margini. Da una piccola parrocchia del reggiano ha ispirato quella che oggi è una delle realtà ecclesiali più vivaci. Come? Intuendo 50 anni prima la crisi odierna del matrimonio e correndovi ai ripari: «Perché le famiglie sante salveranno la Chiesa».

di Andrea Zambrano (06-01-2017)

Nel testamento spirituale lasciato alla comunità parrocchiale e alle comunità di famiglie, don Pietro Margini scriveva: “Voglio passare il mio Paradiso a fare del bene con voi”. Quando morì la mattina dell’8 gennaio 1990 le già nutrite comunità di famiglie nate dal suo carisma nei comuni di Sant’Ilario d’Enza e Correggio, le due città in provincia di Reggio Emilia dove dagli anni 40 aveva svolto il ministero sacerdotale di curato e di parroco, non avevano ancora chiaro che cosa volesse dire quella strana profezia.

Don Pietro durante la Santa Messa.
Don Pietro durante la Santa Messa.

Ma oggi, a 27 anni dalla sua nascita al cielo e a cento anni dal suo dies natalis (era nato il 5 gennaio 1917, alla vigilia delle apparizioni di Fatima e della Rivoluzione d’Ottobre) si può dire che i frutti di quella lunga semina compiuta nel nascondimento di una parrocchia così periferica nella stessa diocesi di Reggio e Guastalla, siano chiari e soprattutto patrimonio di tutta la Chiesa universale: perché solo la Chiesa ha la capacità di essere glocal, di parlare a tutti gli uomini anche da avamposti considerati provinciali.

Così è stato e il movimento che oggi si ispira alla sua azione instancabile di sacerdote cristocentrico ed eucaristico è una delle realtà del cattolicesimo italiano più vivaci e da guardare con qualche cosa in più del semplice interesse. Si chiama Familiaris Consortio e prende il nome dall’esortazione apostolica di San Giovanni Paolo II, il Papa che ha rimesso la famiglia cristiana al centro della scena ecclesiale e laicale. Perché tutto nella vita di don Pietro è stato fatto per affermare la famiglia come luogo ordinario, ma privilegiato, in cui cercare la santità. Famiglie unite a Cristo, famiglie amiche e vicine, famiglie che condividono il bene della fede nella quotidianità, famiglie che si mettono insieme per rispondere a quell’emergenza educativa oggi così sotto gli occhi di tutti.

In occasione di questi due anniversari il movimento Familiaris Consortio ha iniziato ieri un triduo speciale che si concluderà domenica 8 in Cattedrale a Reggio Emilia dove il vescovo Massimo Camisasca celebrerà la messa solenne in memoria di un figlio della Chiesa reggiana, che ha dovuto compiere nel corso del ‘900 la tipica traversata nel deserto così comune a tante esperienze di santità.

Quando infatti negli anni ’60 del secolo scorso il giovane curato di Correggio prese possesso della parrocchia di Sant’Eulalia a Sant’Ilario d’Enza, ultimo avamposto reggiano prima del parmense, molte famiglie continuarono ad andare a direzione spirituale e alla confessione da lui. Quel continuo peregrinare lungo la via Emilia trovò una svolta pochi anni dopo, quando alcune famiglie di Correggio, sempre più attratte dalla proposta di vita cristiana del sacerdote, decisero di andare a vivere vicino a lui per continuare quell’opera di Dio che all’epoca, siamo alla vigilia del ’68 e durante il Concilio Vaticano II, era così di difficile decifrazione.

Fu una decisione che provocò scandalo in Diocesi. Per anni, i “correggesi”, così venivano chiamati con quel misto di sufficienza e fastidio, erano visti come una setta. Non mancò negli anni chi mise in giro le più astruse leggende nere sul loro modo di vivere come se si trattasse di comunità di esaltati contro la modernità.

Ma don Pietro continuò nella fedeltà al suo ministero e alla sua Diocesi, convinto com’era che “come i monaci salvarono l’Occidente cristiano, le famiglie sante salveranno la Chiesa dei nostri tempi”, una frase pronunciata molto prima che Benedetto XVI la cristallizzasse nel quaerere Deum delle minoranze creative. Credette nell’istruzione parentale come unico modo per riaffermare quella libertà di educazione che oggi vediamo messa in pericolo dallo statalismo ideologico scolastico; credette nella castità feconda degli sposi, credette nella figura del sacerdote mediator Dei con nel cuore la vita liturgica e ai fianchi le opere di Dio da promuovere. E credette nella centralità di Cristo come unico modo per conoscere Dio. Il tutto in anni in cui la famiglia, la castità, l’educazione, la confessione e il sacerdozio iniziavano a perdere il favore del mondo, fino ad essere palesemente contestati anche in ambito cattolico. E mentre il Gesù della fede iniziava a sganciarsi dal Gesù della storia.

Oggi che il movimento Familiaris Consortio è cresciuto a tal punto da avere più di un migliaio di associati, un movimento giovani, scuole famigliari e una comunità sacerdotale che, tra preti, diaconi e seminaristi, costituisce una delle principali fucine del clero diocesano, quel passato fatto di calunnie sembra soltanto un pallido ricordo, che quasi fa sorridere. La Chiesa di Reggio ha canonicamente approvato gli statuti e forse soltanto oggi si può capire che cosa intendesse don Pietro nel voler passare il suo Paradiso “a fare del bene con voi”.

Il suo lascito spirituale più attuale è stato analizzato ieri sera a Reggio nel corso della presentazione di una raccolta di scritti inediti (“Ti amo Signore”) da don Luca Ferrari, la cui vocazione sacerdotale è maturata proprio sotto la direzione di don Margini e che nel suo ruolo di fondatore della comunità sacerdotale ha tratteggiato la sua visione della Chiesa e del mondo dalla quale si intravede una straordinaria capacità di aver anticipato i tempi correndovi al riparo.

“Don Pietro venne consacrato fin dalla nascita alla Madonna del Carmelo dalla madre e al Sacro Cuore di Gesù dal padre al fronte – spiega don Luca alla Nuova BQ anticipando la relazione -. Il legame alla Madonna e al Sacro Cuore di Gesù, cresciuto fino al pieno compimento della sua vita terrena tanto da aderire in tutto alla volontà di Dio, è la radice tenace di tutto il suo ministero sacerdotale”.

Una vocazione che lo ha portato a scelte precise e coraggiose. “Cerchiamo soltanto di vivere integralmente il Vangelo”, era solito dire a chi gli chiedeva se fosse un’integralista. “Era una sua precisa convinzione: non si può credere a metà, scommettere a metà, vivere a metà. Solo nella sincera adesione alle esigenze di una proposta, puoi conoscerla davvero e sperimentarne i frutti. A questa radicalità evangelica, in un amore vero a Dio e ai fratelli, si ispirano tutti i grandi riformatori nella Chiesa. Ecco perché possiamo guardare alla vita di don Pietro in termini di attualità”.

Ma quali sono le sue grandi intuizioni in anni, siamo tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’80, che oggi hanno portato frutto? “Don Pietro ha scommesso sulla modernità di un uomo che riconosce la santità della sua chiamata, e la fonda non nella sua passiva adesione alla moda o alla natura creata, ma nel dialogo di amore con Dio creatore e Signore della storia”, prosegue don Luca.

L’attenzione ai bambini “perché vivano pienamente in ogni età della vita quella ricchezza di fede, speranza e carità che li renderà lieti e fecondi”, l’accompagnamento dei giovani “in un’avventura di fede, valorizzando l’amicizia autentica ed esplorando il cammino del fidanzamento nella scoperta che i ragazzi fanno l’uno dell’altra nel tempo della conoscenza, con un senso di grande libertà e dignità, attraverso proposte graduali ed esigenti”.

Quella di don Pietro è stata una pedagogia dell’educazione all’amore che esaltava “l’accoglienza e la cura della vita di grazia, la valorizzazione della preghiera, della purezza del cuore e della fedeltà”.

E non è un caso che don Pietro fosse sacerdote fino al midollo che ha proposto il sacramento della Riconciliazione valorizzandolo nella libertà di amare e lasciarsi amare unita ad un “paziente lavoro di ascolto, consiglio e aiuto al discernimento, svolto particolarmente attraverso la direzione spirituale personale e di coppia, per educare i giovani e le ragazze a riconoscere il significato del loro cammino”.

“Ai genitori ha proposto di crescere i figli con energia, per educarli all’amore di Dio e dei fratelli spinto fino al sacrificio di sé”. Se c’è un richiamo che appare oggi controcorrente nella cultura occidentale – prosegue don Luca, che è stato riconfermato recentemente da Papa Francesco Missionario della misericordia -, è proprio questo: una educazione esigente. Ma su questo appello siamo invitati a misurarci. Diceva: “La vita non è un gioco per qualcuno e una tragedia per altri. È una responsabilità per tutti”.

Ecco perché per don Pietro “l’educazione è stata uno strumento eletto di carità. Educare significa aiutare ciascuno a far brillare quella scintilla divina spesso nascosta nel proprio cuore. Il dono più prezioso, vissuto in una infaticabile opera educativa, è stato quello di accompagnare tanti giovani e famiglie a vivere pienamente la loro vocazione, per essere insieme protagonisti della propria vita e della missione della Chiesa. Tanti di questi laici sono così diventati preziosi amici e collaboratori del suo ministero sacerdotale”.

La nascita delle comunità di famiglie, che vivono vicine, anche se questa vicinanza oggi non è più intesa in modalità esclusivamente geografiche, “ci fa testimoniare la bellezza di vivere in comunità, in risposta alla profonda e desolante solitudine che inghiottisce tante promesse di libertà e indipendenza”.

Così oggi “nel Movimento, nato dal suo cuore ed accompagnato con una straordinaria benedizione in questi anni, ancora tanti sposi possono trovare un modo cristiano di vivere ed annunciare il vangelo della famiglia, e a tanti giovani è offerto un cammino di educazione al dono di sé nell’amore, anche attraverso la memoria viva di questo santo sacerdote”.

(fonte: lanuovabq.it)

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