Immigrazione e ordine nella carità

L’accoglienza indiscriminata è la negazione dell’amore di Dio.

di Don Stefano Carusi (21-12-2016)

“Obbligo d’accoglienza” dello straniero a qualsiasi costo anche contro il bene comune. È il nuovo dogma, non rivelato da Dio, ma propagandato pressoché senza distinzioni da tutte le centrali del potere massonico. È evidente che un cuore cristiano, potendolo, presta soccorso a chi si trova in grave difficoltà, ma la “religione dell’uomo” – che sembra ormai aver conquistato la quasi totalità dei presidi cattolici – impone quello dell’accoglienza come un “imperativo categorico” al quale si può solo “obbedire”. Quasi non è lecito riflettere alle circostanze e all’opportunità di talune azioni che ufficialmente si presentano come caritative, sotto pena di “scomunica mediatica”. Nolite cogitare.

Lui lo aveva detto!
Lui lo aveva detto!

Lo smarrimento è poi alimentato dalle dichiarazioni di certe autorità ecclesiastiche che spesso propagandano la confusione, predicando come dottrina cattolica concetti che sembrano piuttosto i frutti maturi del peggior mondialismo che non della dottrina di Gesù Cristo.

Intorno alla singolare tipologia d’immigrazione dei nostri giorni si aprono certo più questioni, che partono dal serio discernimento sulla natura di questi flussi, all’aiuto doveroso verso i fratelli, in primis verso cristiani d’Oriente; dalla necessità, per alcune realtà precise, di un possibile sostegno in loco – anche militare -, alla seria valutazione della presenza tra gli immigrati di molti lupi vestiti d’agnelli. Né è da dimenticare la questione fondamentale che ruota attorno alla nozione di “sovranità”, specie davanti a quella che si profila essere una vera e propria “immigrazione di sostituzione”. Di qui il problema di determinare se la questione vada trattata sotto il profilo della mascherata invasione (più o meno islamica e più o meno violenta) – ed in quel caso la trattazione imporrebbe una prospettiva di analisi sulla liceità di far ricorso alla violenza per respingere la violenza, fino alla trattazione della guerra giusta – oppure se la questione sia solo relativa a quella che oggi con enfasi si chiama “accoglienza” e che si vorrebbe un’emanazione alla carità cristiana.

Su quest’ultimo punto concentreremo l’attenzione in quest’articolo, senza escludere di trattare del giusto ricorso alla forza in un successivo intervento. Appare infatti urgente fare dapprima chiarezza su un punto tra i più esposti alla contraffazione: l’esercizio (ordinato) della carità cristiana.

Dopo un breve suggerimento di buon senso ai governanti, tratto dalla riflessione scolastica, ripercorreremo rapidamente alcune indicazioni sull’esercizio della carità ordinata, date da San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, particolarmente nella questione 26 della Secunda Secundae, per cercare di trarne qualche conclusione anche d’ordine pratico. Qual è infatti l’esercizio della vera carità in materia d’immigrazione?

La presenza di stranieri in patria, una semplice riflessione sulla scorta di Aristotele

Prima di entrare in materia di virtù soprannaturali e particolarmente di “carità ordinata” è utile riproporre un breve passaggio del De Regno, che ha il merito di chiarire in poche righe la problematica dal punto di vista naturale. Nel XIII secolo la questione degli stranieri, sebbene non diversa nella sostanza, si poneva in altra forma e nel citato opuscolo San Tommaso, consigliando i governanti, dà indicazioni al re su come debba comportarsi in merito alla “presenza di stranieri”, che all’epoca era impersonata principalmente da commercianti. La questione di fondo è se la moltitudine di stranieri è un bene o un male per la Civitas [1].

La risposta dell’autore si fonda, seguendo Aristotele, sulla necessaria unità del corpo sociale, ad imitazione del corpo fisico. Si sconsiglia quindi vivamente il governante dal favorire un’eccessiva presenza di mercanti stranieri nella città, per un motivo semplicissimo: i loro diversi usi, seppur legittimi nella loro patria, destabilizzano la società. Compromettono l’unità della Civitas, che su un patrimonio comune fonda la propria unità e il proprio benessere spirituale e temporale. Gli stranieri non condividono quell’insieme di tradizioni “identitarie” che sono il collante dello stato e che partecipano a dare un indirizzo chiaro e condiviso alla ricerca del bene comune condotta da tutti. Il cittadino di lunga tradizione condivide coi suoi concittadini quel particolare modo di conoscere e amare la propria Civitas, e ciò si compie non in maniera artificiale con cervellotici quanto utopici “progetti d’integrazione”, ma in maniera talmente naturale che questo patrimonio comune non abbisogna di alcuna spiegazione, tanto esso è radicato nei cuori.

Ciò non significa che per motivi ad esempio commerciali uno straniero non possa attraversare la città o addirittura dimorarvi a lungo fino ad divenirne un membro vitale. Anzi la sua presenza può in certa misura costituire un bene oggettivo e apprezzabile per la Civitas. Si pensi ai Maestri Comacini del Medioevo che tagliavano così bene la pietra da riempire l’Italia di capolavori, formando ove andassero delle piccole comunità lombarde, le quali in seguito si sono amalgamate al tessuto preesistente. Ma il numero deve essere contenuto, perché il bene della società intera è superiore al bene di un singolo o di un gruppo di cittadini o di uno o più stranieri.

Il vero bene del singolo infatti si articola con il vero bene comune e non può mai essere in contrasto con esso. Seguendo l’analogia fra il bene del corpo umano e il bene del corpo sociale è chiaro che il mantenimento in salute dell’intera persona è superiore al bene di un singolo arto, che in certi casi può essere necessario amputare. A maggior ragione nel caso di un elemento esterno che non è ancora organicamente unito alla persona. Uno straniero infatti non è ancora membro del corpo sociale, se non a seguito di un lungo processo che necessità tra l’altro l’accettazione delle condizioni poste dalla Civitas che sceglie di accoglierlo o meno. Il suo bene quindi è sempre sottomesso e deve sempre articolarsi con il bene di tutta la città. Altrimenti, come è lecito il distacco dal corpo sociale dell’elemento nocivo, a maggior ragione è lecito il rifiuto di un corpo esterno che altererebbe la pace e l’ordine sociale.

Da un punto di vista di bene comune naturale la necessità di premunirsi contro l’afflusso eccessivo di stranieri è un dovere del principe e ciò in ragione della natura stessa dell’uomo, a tale considerazione bisogna aggiungere che ratione peccati, ovvero considerando la natura umana in quanto ferita dal peccato originale, tale necessità si fa ancor più pressante. E ciò – anche volendo rimanere nel punto di vista strettamente naturale – è particolarmente importante quando si parla di immigrazione di stranieri di religione musulmana, visto il carattere violentemente aggressivo del Corano che ne è il fondamento.

A quanto esposto finora, mettendo da parte i deliri degli idéologues multietnici e multirazziali e di quanti li seguono, si riconosce in genere un certo fondamento, ma insorge spesso in campo cattolico l’obiezione – non priva d’una buona dose d’ipocrisia – che se tale discorso può apparire ragionevole all’intelligenza nell’ordine naturale, non è tuttavia ammissibile dopo l’avvento della carità cristiana, la quale tutto accetta, tutto perdona e… tutto accoglie.

Ma anche (e soprattutto) nella carità c’è un ordine stabilito da Dio, Creatore e Legislatore

San Tommaso d’Aquino parlando della carità sottolinea che è sommamente necessario valutare quale sia l’ordine nella carità[2]. Devo amare di più Dio o il prossimo? Devo amare di più il prossimo o il mio corpo? Devo amare un prossimo più d’un altro o tutti in maniera identica? Devo amare chi mi è più vicino (“prossimo” vuol dire “vicino”…) o devo amare anche i più lontani in eguale e identica maniera? Devo amare di più la pace (anche religiosa) nella mia patria o devo accogliere qualsiasi straniero che la minacci in nome della carità?

Dove c’è una molteplicità, come in questo caso c’è una molteplicità d’oggetti d’amare, ci vuole un ordine e un ordine si fa rispetto ad un principio. Per esempio un insieme di frutti può essere ordinato da diversi principi, secondo il colore, secondo il peso, secondo il profumo; per fare ordine e sapere cosa mettere prima e cosa mettere dopo ci vuole un principio. Ma qual è nella carità questo “punto fermo” che ci permette di mettere ordine? “L’amore della carità tende verso Dio in quanto Egli è fonte di beatitudine (…). E quindi è necessario che in quelle cose che sono amate per la carità ci si attenga ad un certo ordine, in relazione al principio primo di tale amore, che è Dio”[3].

La carità e il suo esercizio si ordinano quindi solo rispetto a Dio e non rispetto ai principi dell’antropocentrismo melenso.

Oggi purtroppo un pensiero non cattolico si è fatto strada ovunque, al punto che per l’uomo moderno – che va di pari passo con l’ecclesiastico modernista – si deve amare il prossimo senza stabilire un qualsivoglia ordine e ciò talvolta anche…contro Dio o più di Dio. Oppure, quando il panteismo ha raggiunto livelli patologici, si giunge quasi all’affermazione esplicita che identifica il prossimo con Dio quasi metafisicamente. A quel punto nessun ragionamento – e nessun ordine nella carità – è più possibile. Frasi frequenti come “il povero è Dio” per esempio, seppur pronunciate con intento retorico, alimentano – vogliamo sperare non intenzionalmente – tale confusione. Perché se è vero che nel volto del povero devo vedere l’impronta di Dio Creatore e l’azione di Dio Redentore, è anche vero che una creatura non potrà mai identificarsi col Creatore e l’amore da portare ad una qualsiasi creatura non sarà mai così incondizionato come l’amore che si deve portare a Dio.

L’oggetto dell’atto di carità riguarda dunque principalmente Dio, secondariamente le creature, nella misura in cui esse si riferiscono a Dio. Quest’ordine della carità che cerchiamo quindi – dice l’Angelico[4] – si trova nelle cose stesse, nel loro essere rispetto a Dio. È un ordine oggettivo. Il prossimo non si ama incondizionatamente come fosse Dio, la bontà del prossimo non è assoluta, ma è “participative”, essa partecipa della bontà divina e in maniera diversa a seconda dei casi. Ci può essere quindi un “più” e un “meno” nella scala, poiché la misura è data dalla maggiore o minore vicinanza a Dio della cosa da amare.

C’è infatti anche un prossimo da odiare per amore di Dio, dice Nostro Signore. “Se qualcuno viene a me e non odia suo padre e sua madre e sua moglie e i suoi figli e i suoi fratelli e le sue sorelle e perfino la sua vita non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). Tali parole non sono dure se si è compreso l’ordine nella carità. Dice San Tommaso che “l’amicizia della carità si fonda sulla comunicazione di beatitudine che consiste essenzialmente in Dio come nel primo principio, dal quale deriva in tutti coloro che sono capaci di beatitudine” e continua “quindi principalmente e al massimo grado è Dio che va amato in carità (…) il prossimo in quanto partecipa con noi quella beatitudine che viene da Lui” [5]. Quindi quando Gesù Cristo ci dice: “se qualcuno non odia suo padre e sua madre…”, ci sta dicendo che non è suo discepolo chi ama il prossimo in un ordine che non è quello voluto da Dio e che sarà anche necessario “odiare” il proprio fratello nella misura in cui questi allontana da Dio noi, sé stesso e gli altri. Se una persona mi impedisce l’amore di Dio o il dilatarsi dell’amore di Dio sulla società, debbo odiare quest’aspetto nell’altro, che va combattuto in esso, aspetto che deve almeno essere messo in funzione di non nuocere al bene voluto da Dio, pur continuando per esempio a pregare e ad agire per la conversione di quel fratello. Fratello che è “odiato” nella misura in cui è lontano e ci allontana da Dio, ma che è amato nella misura in cui nulla è perduto e può ancora avvicinarsi a Dio, direbbe San Tommaso “in quanto è ancora capace di beatitudine”. E questa “capacità di beatitudine” detta legge nell’ordine secondo la carità che si fonda sulla minore o maggiore partecipazione all’amore di Dio. L’ordine non è sentimental-passionale, a seconda di quel che incontro – o peggio che la televisione ci vuol far incontrare sullo schermo -, ma è oggettivo. Dice San Tommaso “non è da amare di più quello che è più facile vedere, ma quello che si presenta a noi come da amare”[6]. Ovvero San Tommaso ci sta dicendo che come devo amare maggiormente Dio, anche se non è visibile, che non una persona nella quale m’imbatto per strada e che è molto lontana da Dio, allo stesso modo devo amare maggiormente una persona rispetto ad un’altra perché so che essa è più vicina a Dio.

Quando ascoltiamo – e tra l’altro con eccessiva frequenza – sulla bocca di eminenti ecclesiastici, frasi come questa: “Amo davvero il mio prossimo, amo davvero l’immigrato, anche se è musulmano?”, la risposta del cristiano che ha la vera carità e conosce la dottrina è: “sì, ma lo amo per amore di Dio e quindi secondo l’ordine voluto da Dio”. Il che significa che ordino il mio esercizio della carità verso di lui secondo l’amore di Dio. E devo andare al punto da volere per lui tutto il bene possibile fino a quello supremo della sua conversione alla vera fede, perché non bruci eternamente all’inferno e partecipi in atto (e non solo in potenza) di quella beatitudine la quale è – come visto sopra – il fondamento dell’ordine nella carità. Infatti nel vero ordine della carità non si ama il prossimo soltanto perché mio simile o perché ho in simpatia la gente di colore più dei bianchi, ma ciò che rende il prossimo degno d’essere amato più d’un altro e la sua similitudine a Dio[7]. In carità posso – e devo – amare di più un ricco autenticamente virtuoso, che non un povero pieno di malizia, così come mi è più “prossimo” un battezzato benestante che un immigrato musulmano povero. C’è un ordine oggettivo da osservare nell’amore soprannaturale, che tuttavia non esclude, a seconda delle circostanze e se questo è il bene oggettivo, la possibilità d’aiutare materialmente anche quel povero, benché lontano da Dio. Dai da mangiare agli affamati e dai da bere agli assetati, certo, ma secondo un criterio oggettivo, e non mediatico-emozionale e dettato da quelle centrali del mondialismo massonico che prima creano la miseria dei popoli e poi la fanno “sollevare” agli altri.

L’accoglienza indiscriminata non testimonia l’amore di Dio, ma l’amore disordinato per alcune realtà terrene

Aggiungiamo che il disordine nell’accoglienza dei popoli, nel favorire il loro spostamento sregolato, nell’alterare la pacifica convivenza di alcune nazioni, alcune delle quali di tradizione cristiana non è segno di carità. Anzi, è forse proprio uno dei segni che non si cammina nell’amore di Dio.

San Tommaso spiega che l’amore naturale si fonda sulla comunicazione dei beni naturali, e con tale amore non solo si ama Dio più di se stessi, ma si ama ogni creatura secondo quel che essa è, secondo il posto assegnatole da Dio. E tale amore attraversa ogni creatura fino alle stesse pietre perché è un amore che ama l’insieme della Creazione secondo l’ordine voluto da Dio, e tale amore predilige il bene dell’insieme al proprio bene particolare. E ciò vale ancor più nell’amore di carità, secondo il quale l’uomo deve amare di più Dio, che è il bene comune d’ogni cosa, che non se stesso[8].

Seguendo quindi il ragionamento dell’Aquinate si ama ogni creatura – fino alle pietre – nell’ordine voluto da Dio e si amano quindi i popoli nelle loro terre e con le loro caratteristiche e le loro tradizioni buone, nell’ordine che Dio ha dato distinguendoli. Se si è compreso il discorso, perché sia vero amore, la parte deve amare dapprima il tutto nella sua disposizione delle parti e quindi cercare il proprio bene nella misura in cui tale bene s’integra nel tutto, nella misura in cui il bene della parte concorre al bene del tutto. È la parte a doversi “adeguare” al bene comune nel determinare il proprio bene e non è il bene comune che deve essere “rimodellato” in funzione della parte[9].

Ad esempio, in merito al nostro argomento, l’immigrato che arriva e chiede accoglienza non può essere visto solo in un rapporto di bene del singolo soggetto bisognoso, oppure in una visione personalista della relazione fra me che accolgo e lui che mi chiede ospitalità, ma l’opportunità dell’“accoglienza” va valutata secondo una visione di bene comune e soprattutto di bene comune soprannaturale. Le questioni di fede sono quindi basilari poiché – se è vera carità – il primo bene da valutare sarà quello della fede, del bene comune della fede di un popolo e del mondo intero. L’appartenenza ad una religione quindi sarà un criterio importante da valutare nella prospettiva della “carità d’accoglienza”. Proprio perché è in gioco il bene comune soprannaturale che la (vera) carità ha il compito di salvaguardare.

Non solo quindi la prudenza naturale e soprannaturale deve spingere i governanti a limitare l’accesso di chi attacca o indebolisce il bene della fede, ma in una vera prospettiva di bene comune soprannaturale potrebbe anche essere necessario, in talune circostanze, rifiutare completamente l’accesso di taluni stranieri. Anzi si potrebbe aggiungere che sarebbe da valutare attentamente anche l’opportunità d’accesso degli uomini validi cristiani che fuggono, specie se essi stanno scappando da una guerra che invece dovrebbero combattere per il bene comune della loro patria o della fede. Se è il bene comune della fede e della carità che cerchiamo – pur potendo accogliere temporaneamente donne e bambini – dovremmo anche, in certi casi, stimolare gli uomini cristiani validi ed atti alle armi a restare nelle terre cristiane per difenderle e per evitare il restringimento dei confini della Cristianità (o di quel che ne resta). Anche questa è carità, e alcuni coraggiosi Vescovi siriani l’hanno recentemente affermato a gran voce.

Quanto ai musulmani, anche ammesso e non concesso che questa sia un’immigrazione di necessità e non un processo massonico di sostituzione di popoli, è più che lecito frenarne gli arrivi, poiché in quanto seguaci del Corano è ragionevole presumere che ne vogliano l’applicazione, pena il non essere più musulmani. Impossibile comprendere come un loro arrivo massiccio non possa nuocere gravemente al bene soprannaturale della fede e della Chiesa stessa, a maggior ragione se si rinuncia – per assenza di carità – anche a tentare di convertirli alla vera fede. Né si capisce come possa un prelato cattolico – che dovrebbe ben sapere cosa è la carità – predicare l’accoglienza a tutti i costi e rifiutandosi di fare qualsivoglia distinzione, quasi si trattasse d’un dogma rivelato. E ciò anche tenuto conto del fatto che non è necessario avere la fede e la carità per capire quanto sia pericolosa l’immigrazione islamica, al punto che il cardinale Biffi rivolgendosi ai governanti laici diceva al proposito: “Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo”[10]. Un uomo di Chiesa ha quindi doppiamente il dovere di invitare i governanti a limitare l’immigrazione islamica: in ragione della legge naturale e in ragione della vera carità di Cristo.

NOTE

[1] San Tommaso d’Aquino, De regno, lib. 2, cap. 3: “Nam civitas quae ad sui sustentationem mercationum multitudine indiget, necesse est ut continuum extraneorum convictum patiatur. Extraneorum autem conversatio corrumpit plurimum civium mores, secundum Aristotelis doctrinam in sua politica, quia necesse est evenire ut homines extranei aliis legibus et consuetudinibus enutriti, in multis aliter agant quam sint civium mores, et sic, dum cives exemplo ad agenda similia provocantur, civilis conversatio perturbatur. Rursus: si cives ipsi mercationibus fuerint dediti, pandetur pluribus vitiis aditus”.
[2] S. Tommaso d’Aquino, S. Th., IIa IIae, q. 26, pr. “Deinde considerandum est de ordine caritatis. Et circa hoc quaeruntur tredecim”.
[3] Ibidem, a. 1, c. : “Respondeo dicendum quod, sicut philosophus dicit, in V Metaphys., prius et posterius dicitur secundum relationem ad aliquod principium. Ordo autem includit in se aliquem modum prioris et posterioris. Unde oportet quod ubicumque est aliquod principium, sit etiam aliquis ordo. Dictum autem est supra quod dilectio caritatis tendit in Deum sicut in principium beatitudinis, in cuius communicatione amicitia caritatis fundatur. Et ideo oportet quod in his quae ex caritate diliguntur attendatur aliquis ordo, secundum relationem ad primum principium huius dilectionis, quod est Deus”.
[4] S. Tommaso d’Aquino, S. Th., q. 26, a. 1, ad 2. Cfr. anche q. 26, a. 2, ad 3: “Sed tamen non aequaliter habet proximus bonitatem Dei sicut habet ipsam Deus, nam Deus habet ipsam essentialiter, proximus autem participative”.
[5] Ibidem, q. 26, a. 2, c: “Amicitia autem caritatis fundatur super communicatione beatitudinis, quae consistit essentialiter in Deo sicut in primo principio, a quo derivatur in omnes qui sunt beatitudinis capaces. Et ideo principaliter et maxime Deus est ex caritate diligendus, ipse enim diligitur sicut beatitudinis causa; proximus autem sicut beatitudinem simul nobiscum ab eo participans”.
[6] Ibidem, q. 26, a. 2, ad 1: “non ergo oportet quod illud quod est magis visibile sit magis diligibile, sed quod prius occurrat nobis ad diligendum”.
[7] Ibidem, q. 26, a.2, ad 2 : “Ad secundum dicendum quod similitudo quam habemus ad Deum est prior et causa similitudinis quam habemus ad proximum, ex hoc enim quod participamus a Deo id quod ab ipso etiam proximus habet similes proximo efficimur”.
[8] Ibidem, q. 26, a.3, c. : “Unde multo magis hoc verificatur in amicitia caritatis, quae fundatur super communicatione donorum gratiae. Et ideo ex caritate magis homo debet diligere Deum, qui est bonum commune omnium, quam seipsum, quia beatitudo est in Deo sicut in communi et fontali omnium principio qui beatitudinem partecipare possunt”.
[9] Ibidem, q. 26, a.3, ad 2.
[10] G. Biffi, Intervento dell’arcivescovo di Bologna al Seminario della Fondazione Migrantes, 30 settembre 2000.

(fonte: disputationes-theologicae.blogspot.it)

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