Il comunista Mao Zedong, il “dio” crudele venerato dai cinesi

Perseguitò tutte le religioni, in particolare quella cristiana, imponendo l’ateismo di Stato. Ora è venerato come una divinità. È la nemesi di Mao Zedong, il dittatore fondatore della Repubblica Popolare Cinese. Le sue statue sono ora meta di pellegrinaggi e offerte di sacrifici, in occasione dell’anniversario della sua nascita. Il comunismo diventa culto.

di Stefano Magni (29-12-2016)

Mao Zedong provò a sradicare le religioni della Cina e a imporre l’ateismo di Stato. A quarant’anni dalla sua morte è diventato oggetto di culto. Lo si deduce da come è stato celebrato l’anniversario della sua nascita, con pellegrinaggi e persino offerte alle statue che lo ritraggono.

mao_comunistaNon è solo un rispetto storico per il Grande Timoniere, incoraggiato dallo Stato, ma un vero e proprio culto quello che si è manifestato anche questo 26 dicembre, in occasione dell’anniversario della sua nascita nel 1893. A Shaoshan (provincia dello Hunan), sua città natale, hanno partecipato alla veglia in 40mila, provenienti da tutte le aree del paese. Le sue statue lo ritraggono come una divinità, d’oro, rivestito di abiti gialli (il colore dell’imperatore e del Budda). Come ai tempi dell’Impero Romano, i cinesi offrono alla sua statua incenso, fiori, frutta e carta moneta. Queste effigi, nella provincia dello Hunan, si trovano anche nei templi buddisti e taoisti. Privati cittadini, sufficientemente ricchi e con una casa abbastanza grande da poter ospitare i pellegrini, hanno attrezzato una stanza a “tempio”, per ospitarvi la statua del Grande Timoniere e consentirne il culto.

Lo Stato cinese, tuttora, scoraggia ogni attività religiosa. Quest’anno, così come l’anno scorso, ha lanciato una campagna di informazione per “resistere” al Natale, considerato come una forma di influenza occidentale sui costumi cinesi. Il Partito ha dato una decisa svolta anti-religiosa, pretendendo l’ateismo da tutti i suoi membri e vietando ogni forma di frequentazione di un culto religioso, sia in pubblico che nella vita privata. I rapporti sono molto tesi, sia con i cristiani (nonostante il dialogo con il Vaticano), che con i buddisti e con i musulmani, con i quali si mischiano la lotta alla religione e la lotta al loro indipendentismo, nel Tibet per i primi, nel Turkestan orientale con i secondi. Il culto della personalità del fondatore del Partito, al contrario, viene incoraggiato. Tutte le statue in luoghi pubblici di Mao rispondono a precise linee guida dettate dal governo di Pechino. Devono essere alte, simbolicamente, 7,1 metri in ricordo alla data della fondazione del Partito Comunista (7 luglio), oppure 12,26 metri, in memoria della sua data di nascita (26 dicembre). Deve essere rappresentato in piedi, mentre saluta con la mano destra, o tiene entrambe le mani dietro la schiena. Chi vuole sforare con la misure verso l’alto, è tollerato: la statua del Grande Timoniere eretta a Chongqing è alta 40 metri, ad esempio. Come riporta Radio Free Asia, il pellegrinaggio è incoraggiato dai media ufficiale, che riportano anche storie edificanti come quelle dei matrimoni ispirati dalla visita alla statua.

Quanto sia sincero questo amore per Mao Zedong è difficile comprenderlo, in un paese in cui tutti i media sono controllati dal Partito unico. La linea politica ufficiale ammette che il fondatore della Repubblica Popolare abbia commesso errori “per il 30% del suo pensiero”. Le critiche consentite sono rivolte al Grande Balzo Avanti e alla Rivoluzione Culturale. Il primo fu un catastrofico tentativo di industrializzare rapidamente la Cina, trasformando di colpo aree rurali arretrate in acciaierie. L’unico risultato ottenuto fu la più grande carestia del Novecento. Il secondo errore ammesso, quello della Rivoluzione Culturale, fu una gigantesca purga interna, rivolta contro quadri e dirigenti comunisti contro i quali fu sistematicamente aizzata la base del Partito. Durò dieci anni (1966-1976) e distrusse l’intero tessuto sociale cinese. Per il resto, il culto del Grande Timoniere è ancora intonso. Le critiche rivolte a lui sono condannate come “nichilismo storico” e censurate. Essendo il fondatore del Partito unico che tuttora è al potere, non è ancora possibile valutarne serenamente l’eredità: ne rimarrebbe delegittimata tutta l’attuale classe dirigente.

Il neo-maoismo è sempre più visibile negli ultimi anni, sia nelle correnti minoritarie del Partito che in quella prevalente, soprattutto come reazione alla corruzione e all’arricchimento dei quadri e dei dirigenti. Fra gli “oppositori” era neo-maoista Bo Xilai, fautore di una linea dura, giustizialista e purista. Coinvolto nel caso del misterioso omicidio di un uomo d’affari inglese, è stato epurato dal partito nel 2012 e condannato all’ergastolo, finendo in disgrazia (e dietro le sbarre) assieme alla moglie Gu Kailai e al suo fedelissimo procuratore di Chongqing, Wang Lijun. Ma, nello stile di governo e nelle idee, è considerato un neo-maoista anche lo stesso presidente Xi Jinping, se non altro per la tendenza ad accentrare tutto il potere nelle sue mani e per la durezza con cui tratta gli oppositori.

Nulla a che vedere, comunque, con la durezza e la spietatezza del regime di Mao, quando il Grande Timoniere era vivo. Per quanto ci possa sembrare terribile la repressione del dissenso nella Cina attuale, dagli anni ’50 agli anni ’70 del secolo scorso, i cinesi hanno attraversato il peggior periodo della loro storia. Il terrore di Stato scatenato di da Mao si abbatté sui suoi cittadini e sudditi a ondate successive. Il numero delle vittime del terrore è incredibile. Secondo i calcoli del politologo statunitense Rudolph J. Rummel, il maggior esperto dei crimini di massa del Novecento, solo nella prima ondata di terrore (1949-1953) vennero assassinati a freddo 8 milioni e mezzo di cinesi. Nella seconda ondata, quella della collettivizzazione forzata delle terre e del Grande Balzo Avanti (1954-1958), le vittime del regime furono 7 milioni e mezzo. La grande carestia che ne seguì (1958-1962) fu la peggiore del secolo in tutto il mondo: causò circa 38 milioni di morti. La Rivoluzione Culturale (1966-1976) fu una vera e propria guerra civile generalizzata che provocò 7 milioni e mezzo di morti.

I cinesi che si recano in pellegrinaggio alle statue di Mao, offrendo i loro piccoli sacrifici, stanno dunque adorando un “dio” crudelissimo sull’altare del quale sono già stati sacrificati almeno 23 milioni di cinesi, senza contare coloro che sono periti di fame e stenti nella grande carestia provocata dalle sue politiche economiche rivoluzionarie. Un “dio” geloso, oltre che crudele, che tuttora non ammette culti rivali, se non sottomessi o quantomeno addomesticati dal Partito che ha fondato.

(fonte: lanuovabq.it)

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