Quel Bambino è l’unica salvezza dell’umanità

Cristo viene in questo mondo per salvare l’uomo. È questa la grande e unica letizia che può riscaldare il cuore dell’uomo. E va comunicata a tutti gli uomini assumendo su di noi quella guerra al male, alla presunzione, all’equivoco che è di Gesù stesso.

di mons. Luigi Negri (25-12-2016)

Ancora una volta la Chiesa affonda la sua vita, la sua coscienza e il suo cuore alla presenza di Cristo, redentore dell’uomo e del mondo, che è venuto in questo nostro mondo per salvare l’uomo dal male e introdurlo lungo il cammino della vita alla immedesimazione con la Sua vita nuova. Quella vita a Lui donata nel mistero della Sua morte e della Sua risurrezione; e a noi donata nella misura della nostra fede.

Questa è la grande e unica letizia che può investire e riscaldare il cuore dell’uomo. Non c’è nessun’altra certezza nella vita personale e sociale che possa realmente accogliere l’uomo nella sua individualità se non la presenza di Cristo che è in mezzo a noi, e che incontriamo ogni giorno nel mistero della sua Chiesa in cui Egli permane sacramentalmente e realmente.

christ-child15Questa letizia investe il cuore dell’uomo di questo tempo, come ha investito il cuore dell’uomo di tutti i tempi in cui la Chiesa è stata presente per riformulare a tutti questo annuncio unico e definitivo. Soltanto abbandonandosi al mistero della presenza di Cristo questo cuore dell’uomo può vedere la sua vita totalmente cambiata; può ritrovare il senso profondo della sua identità, il senso del proprio cammino sulla terra; l’inevitabilità del sacrificio unito alla letizia; l’inevitabilità del dolore unito alla gioia; l’inevitabilità dell’esperienza del proprio male che non viene dimenticato da Dio ma viene perdonato secondo la misura della sua Misericordia. Perché la misericordia di Dio, che è Cristo, incontra l’uomo che tende ogni momento a contrapporre la sua libertà al mistero di Cristo e a dare volto e forma di significato ai vari idoli che di generazione in generazione gli uomini si costruiscono per sfuggire alla grande presenza del Signore Gesù Cristo.

Rinnoviamo dunque questa letizia che è a portata di mano. Come dice la liturgia di questo periodo natalizio: “Cristo è di fronte a noi”. E la nostra vita visitata da lui può essere vissuta di fronte a lui. In questo essere di fronte a lui la nostra vita comincia a camminare verso la pienezza della sua identità, della sua responsabilità, della sua definitività.

Cristo è presente di fronte all’uomo e l’uomo fa quotidianamente l’esperienza del male. Mai come in questo momento il male sembra dominare la vita dei singoli, delle famiglie, delle nazioni. Mai come in questo momento la società sembra mostrare i segni di una disgregazione profonda, di una incapacità radicale ad essere vera di fronte a se stessa, di fronte a Dio, di fronte alla storia. Penso allo stillicidio di violenze, di massacri che la nostra società sopporta aprendo dopo ogni massacro il balletto dei pentimenti, del buonismo che cerca di dimenticare la sostanza del male. Che cerca addirittura di essere reticente nella individuazione delle precise e tremende responsabilità che sono dietro a ogni avvenimento negativo.

Ci chiediamo – e me lo chiedo come capo di una comunità cristiana -: ma si potrà ancora sopportare questa irresponsabilità, questa incapacità a formulare con chiarezza un giudizio su quello che sta avvenendo, tacendo addirittura delle responsabilità o sostituendole con immagini assolutamente di comodo e inconsistenti?.

Non è pensabile che il popolo sia abbandonato a se stesso senza criteri e senza chiarezze, in un momento in cui nulla è più necessario della chiarezza di un giudizio a cui segua una chiarezza di azione, di capacità di costruzione.

Il popolo non può essere abbandonato a se stesso, senza criteri e quindi senza energia. In uno dei suoi volumi più grandi (“La coscienza religiosa dell’uomo moderno”) il mio grande maestro don Giussani faceva eco alla grande domanda di Eliot: è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità? E finiva per rispondere in modo incredibile: «Tutti e due hanno avuto questa colpa». L’umanità ha rifiutato la Chiesa, e rifiutando la Chiesa ha rifiutato l’unica possibilità di salvezza. Ma anche la Chiesa non è stata sempre decisa ed energica nella proposta. Soprattutto non è stata capace o rischia di non essere capace anche oggi di una educazione. Di una educazione al reale del popolo, perché il popolo acquisisca le dimensioni fondamentali della vita della fede; e assumendo le dimensioni della vita di fede si protenda nella missione come comunicazione di Cristo a tutti gli uomini che vivono accanto a noi.

Questo innesta il Natale. Il Natale si conclude con un grande invito – quello dell’Epifania – alla missione, ad investire il mondo di ciò di cui il mondo ha bisogno e che non può darsi, meno che mai rifiutare se non patendo poi il fio della sua propria disgregazione.

Questo Natale che nasce improvviso con la forza stessa di Dio in un mondo che fa esperienza della sua violenza e della sua debolezza insieme; questo Natale trovi almeno i cristiani disponibili a vivere di fede, a presentare con umile fierezza Cristo unico redentore dell’uomo e del mondo, e a comunicarlo agli uomini con la certezza che in questa comunicazione è aperta ad ogni uomo l’unica possibilità di salvezza.

È un annunzio, una proposta la nostra che non riduce la libertà dell’uomo ma lo provoca con la stessa presenza con cui Dio ha provocato gli uomini chiamandoli a quella responsabilità personale che normalmente è difficile che l’uomo viva e sappia mantenere.

Credo che oggi nella vita della Chiesa si giochi la grande partita: o recuperare l’evangelizzazione e la missione con tutte le conseguenze caritative e sociali che essa comporta, oppure relegarsi in un piccolo spazio che potrebbe esserci anche concesso da una società ateistica a condizione che noi non disturbiamo.

Ma la presenza di Cristo è per sua natura perturbativa: «Sono venuto a portare non la pace ma la guerra»: la guerra al male, la guerra alla presunzione, la guerra all’equivoco, la guerra all’ipocrisia. Noi assumiamo questa battaglia perché l’assumiamo per Cristo. È per Cristo. Quindi, essendo per Cristo, è per ogni uomo.

*Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

(fonte: lanuovabq.it)

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