L’inter-comunione? Non si può fare, S. Tommaso docet.

Il quinto centenario della rivoluzione luterana ha riportato d’attualità il tema della comunione insieme cattolici e protestanti, teorizzata ad esempio dal teologo riformato Jurgen Moltmann. Ma la Chiesa ha sempre detto no, perché non basta il Battesimo a giustificare qualsiasi cosa. E, a Moltmann, ha risposto S. Giovanni Paolo II.

di Don Nicola Bux (19-12-2016)

Le celebrazioni del quinto centenario della “riforma” luterana, e i gesti ecumenici che ne hanno accompagnato l’inizio, hanno portato alcuni settori della Chiesa cattolica ad approfondire e anche sostenere il tema dell’inter-comunione.

262f08af00000578-0-image-a-68_1425144125327Ad esempio su L’Osservatore Romano del 26-27 settembre 2016, è stata riportata una tesi del teologo protestante Jurgen Moltmann (nella foto), il quale sosteneva che la vera comunità cristiana «nasce quando i cristiani sentono la chiamata di Cristo e insieme vanno verso l’altare dove Cristo li aspetta. Che parliamo di “comunione” cattolica o di “santa cena” evangelica, si tratta sempre del “sangue di Cristo versato per voi” e “corpo di Cristo offerto per voi”. Come possiamo rimanere separati di fronte al Cristo crocifisso per noi?».

Si tratta della cosiddetta “open Communion”, già praticata da molte denominazioni protestanti, in cui sono ammessi alla comunione, senza restrizioni, cristiani di altre denominazioni. Perché questa idea di Moltmann è contraria alla Scrittura e alla Tradizione, cioè alle due Fonti della Rivelazione, come insegna il Concilio Vaticano II, e quali rischi correrebbero i fedeli, se essa diventasse normale?

San Tommaso, alla Questione IIIª q. 80 a. 4 co. risponde:

«In questo come negli altri sacramenti il rito sacramentale è segno della cosa prodotta dal sacramento. Ora, la cosa prodotta dal sacramento dell’Eucaristia è duplice, come sopra abbiamo detto: la prima, significata e contenuta nel sacramento, è Cristo stesso; la seconda, significata e non contenuta, è il corpo mistico di Cristo, ossia la società dei santi. Chi dunque si accosta all’Eucaristia, per ciò stesso dichiara di essere unito a Cristo e incorporato alle sue membra. Ma questo si attua per mezzo della fede formata, che nessuno ha quando è in peccato mortale [e tanto meno se la fede, oltre a non essere formata, è anche deficiente nelle cose da credere n.d.r]. È chiaro dunque che chi riceve l’Eucaristia con il peccato mortale commette una falsità nei riguardi di questo sacramento. Perciò si macchia di sacrilegio come profanatore del sacramento. E quindi pecca mortalmente».

Se io faccio la Comunione, dichiaro di essere un tutt’uno con Cristo, a tal punto che lo “mangio”; ma la separazione reale (o unione meramente potenziale) da Cristo e dalla Chiesa è stato oggettivo in cui si trovano: a) chi non ha la grazia e b) chi non ha la fede. Costoro rendono il “mangiare” Cristo (ovvero il dichiarare di essere un tutt’uno con Lui – realmente presente – e con la Chiesa – significata), una menzogna.

Di conseguenza: 1) Sia leggendo il vangelo di Giovanni cap. 6, sia leggendo in specie la Prima lettera di san Paolo ai Corinzi cap. 11, si comprende che ciò è contrario alla Scrittura, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa, perché, per ricevere la Comunione bisogna aver fatto l’iniziazione cristiana (battesimo e confermazione); e inoltre, se si fosse caduti in peccato grave, aver fatto l’itinerario penitenziale, in specie la confessione sacramentale.

Proprio l’itinerario di iniziazione e quello penitenziale, dimostrano che colui che vuole comunicarsi, deve prima essere entrato nella comunione di fede della Chiesa; o se si fosse allontanato a causa di un peccato grave o di scisma o di eresia, deve ri-entrare con la penitenza.

ecclesia-de-eucharistiaAlla tesi di Moltmann ha risposto, in certo senso, Giovanni Paolo II, con l’enciclica Ecclesia de Eucharistia, quando scrive: «La celebrazione dell’Eucaristia, non può essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione. Il Sacramento esprime tale vincolo di comunione sia nella dimensione invisibile che, in Cristo, per l’azione dello Spirito Santo, ci lega al Padre e tra noi,sia nella dimensione visibile implicante la comunione della dottrina degli Apostoli, nei Sacramenti e nell’ordine gerarchico» (35).

2) Se per assurdo la Sede Apostolica cambiasse la regola, cioè alla Comunione ci si potesse accostare senza aver fatto l’iniziazione cristiana (battesimo e confermazione) oppure, senza aver fatto la confessione sacramentale, si andrebbe contro la Rivelazione e contro il Magistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, inducendo i fedeli a commettere una empietà e un sacrilegio.

È vero che tutte le confessioni cristiane si riferiscono a Gesù Cristo, ma «secondo la persuasione dei cattoliciricordava Giovanni Paolo II, il 17 novembre 1980, al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania – il dissenso verte “su ciò che è di Cristo”, su “ciò che è suo”: la sua Chiesa e la sua missione, il suo messaggio, i suoi sacramenti e i ministeri posti al servizio della parola e del sacramento». Dunque, la fede che i protestanti professano al battesimo, non è quella cattolica; in particolare, perché non hanno il sacramento della Confermazione: pertanto, non potendo fare l’itinerario di Iniziazione, non possono arrivare all’Eucaristia.

Infine, i Protestanti non hanno il sacramento della Penitenza (Confessione e Riconciliazione): pertanto, non possono ritornare alla Comunione eucaristica. Chi dicesse che questo è un linguaggio di condanna e non di misericordia, o che esprime la rigidità e non la comprensione,vorrebbe che quei “farmaci” speciali, che sono i sacramenti, in primis il farmaco d’immortalità che è l’Eucaristia, fossero amministrati e assunti, anche in presenza di “controindicazioni”, ovvero l’assenza delle disposizioni richieste dal Catechismo della Chiesa Cattolica; così facendo però, li si priverebbe degli effetti di grazia e si danneggerebbero le anime che li ricevessero, in questo mondo e per la vita eterna.

(fonte: lanuovabq.it)

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