Da Cuba con orrore: non c’è niente di peggio del comunismo

Carlos Carralero, scrittore, esule cubano in Italia, è fuggito dal “paradiso” caraibico negli anni ’90 per non tornarci più. Nonostante la gran cassa mediatica sui presunti successi del regime castrista, i suoi lucidi ricordi recenti dipingono tutt’altro quadro: sanità in crisi, scuole in cui si indottrina, tutti che si spiano, una diffusa “malattia sociale”: una doppia morale e un doppio linguaggio.

di Stefano Magni (28-11-2016)

Fidel Castro è morto e invece che descrivere la carriera di un dittatore, responsabile dell’uccisione di almeno 15mila oppositori a Cuba, i maggiori quotidiani italiani paiono ritrarre la figura di un grande statista del Novecento, enfatizzandone i pregi, nascondendone i crimini. Un tema ricorrente: a Cuba si viveva peggio sotto Fulgencio Batista e la rivoluzione di Castro servì a migliorare le condizioni dei cubani. I maggiori vanti del sessantennio comunista? La sanità e l’istruzione. E una certa soddisfazione per aver tenuto testa a decenni di embargo americano, fino al disgelo avvenuto con il presidente (ora uscente) Barack Obama.

La Nuova Bussola Quotidiana è tornata a sentire un testimone diretto del regime cubano, lo scrittore in esilio Carlos Carralero che già aveva smentito, nel suo libro Fidel Castro, l’abbraccio letale, una serie di miti sul castrismo. “Noi esuli ricordiamo un’altra Cuba”, ci dice Carlos Carralero, “rispetto a quella che viene dipinta da media e agenzie turistiche”.

Dottor Carralero, si stava peggio sotto Batista e Castro ha almeno migliorato le condizioni di vita dei cubani?

«È diffusa un’idea stereotipata sulla Cuba pre-castrista, una grande menzogna. Sotto la dittatura di Fulgencio Batista, da un punto di vista economico, Cuba era già uscita dal sottosviluppo. Con la dittatura di Fidel Castro, il paese è arretrato. Non lo si può neppure definire come “terzo mondo”, è proprio un mondo a parte, isolato. Batista fu il classico dittatore dell’America Latina, non fu a capo di un regime totalitario come il Lìder Maximo, non è nemmeno paragonabile. Gli anni parlano da soli: 7 anni di regime di Batista seguiti da quasi 60 di dura dittatura di Fidel Castro. Era un regime autoritario, molto meno invasivo nella vita dei cittadini. Quando lasciò il potere, nel 1959, Cuba aveva una stampa relativamente libera: lo sviluppo dei mezzi di comunicazione fu usato dallo stesso Castro per promuovere la sua causa rivoluzionaria, in patria e all’estero. L’istruzione pubblica funzionava: Cuba era il quinto paese in America Latina per tasso di alfabetizzazione. Il peso cubano era una valuta forte, la terza più forte del mondo, dopo il dollaro americano e il franco svizzero. La produzione agricola soddisfaceva le esigenze della popolazione. Quanto alla sanità pubblica: la mortalità infantile, che è uno degli indicatori più citati dai castristi, era una delle più basse del sub-continente, al pari dell’Argentina che allora era in testa alle graduatorie dell’America meridionale. Insomma, non è vero che Castro prese in mano un paese primitivo e lo rese moderno. Quando arrivò al potere, Cuba era già un paese moderno».

Sulla sanità ha smontato il mito nel suo libro, ma l’istruzione pubblica è vantata come uno dei fiori all’occhiello del castrismo…

«Ribadisco, prima di tutto, che la condizione negli ospedali cubani è deprimente, almeno finché io ho vissuto a Cuba negli anni 90. Chi entra con un ictus in una struttura sanitaria, mediamente, non riesce a salvarsi. I cubani devono affrontare lunghe code prima di sottoporsi a diversi tipi di interventi e trattamenti. Negli ospedali, talvolta, manca il filo di sutura, devi portarti da mangiare e spesso anche l’illuminazione da casa. I migliori medici sono stati mandati in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, anche in Brasile. E molti scappano. Quanto all’istruzione, è un altro mito. Ma si tratta anche di scegliere: io avrei preferito essere un umile contadino analfabeta, piuttosto che essere indottrinato dal regime. Sia nelle scuole superiori che all’università non sei libero, non puoi approfondire quello che vuoi, sei costantemente monitorato e giudicato. In filosofia e lettere non puoi neppure leggere tutta una serie di libri che sono censurati. Mio fratello, a Cuba, non può leggere i miei libri. Io non posso scrivere liberamente una lettera indirizzata ai miei parenti a Cuba, devo meditare su ogni singola frase. Quando ho iniziato a scrivere poesie, dovevo essere più ermetico di Ungaretti. Ho sempre avuto il terrore che scoprissero i miei doppi sensi e le mie metafore. Finché vivevo là, per fare un altro esempio, non ho mai potuto leggere Guillermo Cabrera Infante (scrittore cubano, morto esule nel 2005, ndr), l’ho potuto scoprire solo qui in Italia. A cosa serve un’istruzione umanistica in cui non si può leggere né scrivere liberamente? Dà dignità alla persona?».

Il giovane Fidel Castro ha studiato dai Gesuiti dal 1941 al 1945 nell’esclusivo “Colegio de Belén” all’Avana.
Il giovane Fidel Castro ha studiato dai Gesuiti dal 1941 al 1945 nell’esclusivo “Colegio de Belén” all’Avana.

Una volta completato il corso di studi a Cuba, puoi scegliere liberamente il tuo lavoro?

«Devi obbedire e basta. Chi finisce l’università, viene indirizzato al lavoro che serve allo Stato. Non puoi scegliere. Il tuo successo a scuola e all’università dipende già dal tuo livello di integrazione nel Partito unico. Ma anche se sei un comunista convinto e ben inserito nel Partito, anche se hai alle spalle una famiglia insospettabile, non puoi comunque scegliere il tuo lavoro. La meritocrazia, nel mondo del lavoro, non esiste: si va avanti solo per meriti politici e per raccomandazioni. Cambiare lavoro, o semplicemente cambiare sede pur mantenendo lo stesso lavoro, è un problema ancora peggiore. Devi sottoporre la domanda di trasferimento al Comitato della Rivoluzione e sei nelle sue mani. Basta un’invidia personale all’interno del CdR per bloccarti o per rovinarti la carriera. Anche i migliori professionisti hanno l’obbligo del servizio sociale, ti possono mandare nei luoghi peggiori dell’isola se non hai la raccomandazione giusta».

Come funzionano i CdR e quale è il loro ruolo nella società?

«Furono introdotti nel 1962, come organizzazione di auto-controllo e auto-difesa dei quartieri. Divenne ben presto uno strumento di spionaggio reciproco, di delazione e di sorveglianza. Ci sono molti casi di famiglie in cui il padre diventava membro del CdR e in casa non ci si parlava più per paura della delazione. O, viceversa, molti padri sono stati denunciati dai figli. Il regime ha sempre incoraggiato questi comportamenti. Questo sistema ha creato, nei decenni, una società malata. Io che l’ho vissuto lo posso dire con certezza: non c’è mai stata dottrina più malata di quella comunista. È un terribile incubo».

E quali sono i sintomi di questa malattia sociale?

«La doppia morale, il doppio linguaggio: sostenere una cosa in pubblico e l’opposto in privato. Se un turista o un giornalista straniero intervistano un cubano, questi gli dirà che la rivoluzione è una gran cosa e che nel suo paese, pur con mille difficoltà, le cose procedono per il verso giusto. Ma basta osservare più attentamente la mimica del cubano per capire che, in realtà, sta pensando l’opposto. I battiti di ciglia frenetici indicano che è nervoso, perché non può dire la verità. Si è diffuso anche un gesto per indicare Fidel Castro, il gesto che descrive la barba sul mento. Perché la gente è terrorizzata, anche solo a nominare Castro».

Lei ha vissuto a Cuba fino agli anni ’90. Ora tutti assicurano che sia cambiata. L’appeasement con gli Stati Uniti è stato completato nella convinzione che Raul Castro abbia saputo rinnovarsi e aprirsi al mondo. È corretto?

«No, perché se vuoi aprirti, lo devi fare completamente. Non devi più porre limiti sulla proprietà privata dei piccoli imprenditori e sulla libertà di movimento. Le riforme politiche, poi, non ci sono mai state. Quello di Obama non è stato un successo diplomatico: è stato un regalo».

(fonte: lanuovabq.it)


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