“La comune” di Vinterberg, manifesto del fallimento della rivoluzione degli anni ’70

Questo non è più il tempo dell’amore…

di Giuseppe Carbone (11-11-2016)

Thomas Vinterberg è uno dei registi più talentuosi di oggi, basterebbe citare Festen (1998) e Il sospetto (2012) per capire chi ci troviamo di fronte: un indagatore sopraffino delle relazioni familiari e della psiche umana. Da ogni suo film si esce con il cuore che pulsa a mille e con la sensazione di aver visto qualcosa di veramente originale.

the_communeLa comune è la sua ultima opera e ancora una volta siamo di fronte ad una famiglia; Erik ed Anna sono una coppia matura, con una bella figlia adolescente di nome Freja. Ricchi, belli e anche famosi (Anna è una nota giornalista televisiva). Proprio Anna ha la brillante idea di condividere la mega villa ereditata dal marito con altri amici e amiche e iniziare con loro una vita in “comune”. Erik, abbastanza facilmente, si fa convincere: cosa c’è di male nel superare il concetto di famiglia tradizionale? In fondo dove c’è amore, c’è famiglia. Perché, allora, non provare qualcosa di diverso e sicuramente di più divertente? Perché non dare alla loro figlia, Freja, una testimonianza di apertura mentale e di modernità? Siamo o non siamo nella Danimarca degli anni ‘70?

All’inizio tutto sembra andare per il meglio ma, con il susseguirsi delle giornate in “comune”, l’apparente serenità va in crisi. Il gioco per adulti liberi e civilizzati comincia a non divertire più e l’infelicità, inesorabilmente, arriva a fare capolino anche nella loro villa. Cosa è successo? Cosa ha potuto rovinare il quadro perfetto? Cosa, o meglio, chi non ha funzionato? Incredibilmente proprio Anna, la più forte e indipendente, artefice di tutto, colei che aveva desiderato andare oltre il concetto di famiglia tradizionale, si ritrova emarginata da tutti, infelice e anche senza lavoro. Non solo. Viene cacciata di casa da sua figlia, rea di non aver accettato di convivere con Emma, la giovane e bella amante del marito. La comune gli si ritorce contro, come un boomerang, incapace, oramai, di comprendere i suoi sentimenti di donna gelosa e tradita, che pretende l’amore esclusivo del marito.

“Questo non è più il tempo dell’amore”, e la comune prende il posto di un dio pagano che esige sacrifici per poter esistere, e Anna, come prototipo perfetto del nuovo (e vecchio) femminismo, è la vittima perfetta. Il nuovo idolo non può essere messo in discussione, promette la felicità ma viene prima degli esseri umani che se non si sanno evolvere devono giustamente soccombere. In fondo siamo nel 1975 e stiamo costruendo il paradiso sulla terra. L’uomo è chiamato a dimenticare i rapporti familiari, non devono esistere più padri e madri e fra un po’ non esisteranno più neanche maschi e femmine. L’idolo che ci siamo costruiti ci vuole tutti uguali, single, consumatori instancabili e “chissenefrega” della nostra infelicità.

Vinterberg si conferma un grande regista e il suo film davvero imperdibile per precisione e profondità e se qualcuno di voi un giorno dovesse incrociarlo per strada, potrebbe chiedergli se il suo assist ai valori cristiani sia stato volontario o involontario.

(fonte: libertaepersona.org)

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