Metropolis, i 90 anni di un film profetico e anticomunista

Il capolavoro di Fritz Lang compie 90 anni, ma la critica americana lo ha sempre visto come un film anticapitalista. In realtà lo concepì pensando agli orrori del comunismo. Metropolis è un inferno concentrazionario dove si lavora e basta, fino allo sfinimento e governato da un’oligarchia che ricorda la Nomenklatura sovietica.

di Rino Cammilleri (10-11-2016)

Cade quest’anno il 90° del film muto Metropolis, capolavoro indiscusso di Fritz Lang, non a caso restaurato nel 1984 (anche se molti frames sono andati perduti), colorato in digitale e musicato dal tre volte premio Oscar Giorgio Moroder, il quale si avvalse delle voci di rockstar del calibro di Freddie Mercury, Bonnie Tyler, Pat Benatar. Perché «non a caso»? Perché la disumana utopia descritta nel film anticipa il celebre romanzo 1984 di George Orwell, che aveva visto il paradiso comunista dall’interno.

Lang quel paradiso lo aveva intuito a Berlino nel 1919, quando vide all’opera la rivolta spartakista che intendeva portare la Germania nell’orbita bolscevica. Metropolis lo ambientò nel 2026, cento anni esatti dopo (girato nel 1926, uscì nelle sale l’anno seguente). Orwell, per non imitarlo, ambientò il suo lavoro nel 1984, cifra ottenuta invertendo quelle del 1948, l’anno in cui scrisse. Lang scappò in seguito dal nazismo, ma era al comunismo che pensava quando concepì Metropolis. Questo è stato celebrato come film anti-capitalista, e come tale lo lessero nell’America del fordismo, tant’è che fu là che censurarono le scene più crude delle catene di montaggio (e fu laggiù che si persero i frames scomparsi).

Fritz Lang

Friedrich Christian Anton Lang (1890-1976), per gli amici Fritz (nella foto a lato), era austriaco. Figlio di un architetto viennese e di una ebrea convertita al cattolicesimo, firmò quindici film muti e trenta sonori, molti dei quali divenuti classici. Basta ricordare Il dottor Mabuse e M, il mostro di Düsseldorf. Prese parte alla Grande Guerra come ufficiale austriaco sul fronte italiano, dove venne ferito e decorato più volte. Dopo la guerra e vari viaggi in giro per il mondo, si trasferì a Berlino, allora capitale del cinema europeo. Qui divenne in breve famoso e acclamato, ma finì nel mirino dei nazisti. La sua prima moglie era ebrea. Goebbels, ministro della propaganda, gli offrì un importante incarico nell’industria cinematografica, ma lui, subodorando qualcosa, preferì scappare in Francia e poi in America.

Metropolis è un inferno concentrazionario dove si lavora e basta, fino allo sfinimento. È governato da un’oligarchia che ricorda la Nomenklatura sovietica, al cui vertice siede una specie di Grande Fratello. I leader abitano le zone alte, i lavoratori sottoterra. L’unica speranza per questi ultimi – tutti uguali, tutti grigi, disperati, mogi e a testa bassa, sempre intruppati, tutti con la stessa tuta – è una fanciulla di nome, guarda un po’, Maria. Questa li incontra in una sorta di catacomba e li anima con messaggi di pace e amore. Parla davanti a una specie di altare costellato di croci e annuncia che la liberazione verrà da un misterioso Mediatore. Il quale prima o poi apparirà.

Il «caro leader», saputolo, si allea con uno scienziato malvagio, il quale costruisce un robot-femmina (nella foto a lato), Hel (che assona con l’inglese Hell, inferno, ma anche col tedesco Hölle), e gli dà le fattezze di Maria per perdere i di lei seguaci. Solo quando «Maria» viene messa al rogo (altro riferimento alla storia religiosa) la gente scopre l’inganno. La vittoria e la liberazione avvengono nella cattedrale (cattolica, visto che pullula di statue e dipinti) e Maria, che è «una di noi», va in trionfo col Mediatore. Che è il figlio del Capo. Quanto sia poco anticapitalista questo film lo si deduce, senza alcuno sforzo, dal fatto che la falsa Maria incita le folle a distruggere le macchine nelle fabbriche, mentre i pochi ancora di buonsenso avvertono che anche la loro, di vita, dipende da quelle fabbriche. Ma la critica cinematografica, salvo rarissime eccezioni, è sempre stata appaltata alle sinistre, strutturalmente incapaci di comprendere il genio di Lang. Almeno in questo film, che però è il suo capolavoro assoluto e uno dei massimi capolavori cinematografici di tutti i tempi.

(fonte: lanuovabq.it)


Metropolis (1927), versione completa con scene inedite restaurata dalla The New Pollutants.

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