Il coraggio dell’impopolarità, come Gesù

Molti cattolici vivono il rischio di una “riduzione” del fatto cristiano considerando Gesù non solo buono (come era), ma anche buonista (come non era). Ma il Vangelo mostra anche parole dure. Perché come diceva don Giussani occorre porsi di fronte ai problemi seri e sfidare l’opinione di tutti per seguire Gesù.

di Peppino Zola (22-09-2016)

Caro direttore,

forse sbaglio, ma mi sembra che, da parte di tanti cattolici, sia in atto una sorta di deriva tendente a ridurre la drammaticità del cristianesimo, che è l’unico ad assicurare il “centuplo” quaggiù, ma è anche l’unico a ricordarci continuamente che la strada del bene e del positivo passa attraverso il sacrificio della croce, della quale fa parte l’impopolarità da parte di quello che il Vangelo definisce come “il mondo”.

Rientra in questa “riduzione” il fatto di considerare Gesù non solo buono (come era), ma anche buonista (come non era). Decine e decine di passaggi dei Vangeli dimostrano proprio il contrario: Gesù era buono, ma non buonista. In Matteo, capitolo 5 vs. 11 si legge: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. E nel capitolo 10 Matteo scrive queste parole di Gesù. “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi… guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunale e vi flagelleranno….,” e sempre nello stesso capitolo leggiamo: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada”.

Sono parole dure, che non possiamo mettere a tacere, perché fanno parte integrante dell’annuncio cristiano. Del resto, in questo periodo vediamo che le parole di Gesù sono una drammatica realtà. Come vediamo che persistono, più subdoli di sempre, idee, persone e organizzazioni (anche molto ricche e potenti) che operano incessantemente perché la presenza della Chiesa abbia a scomparire.

Sappiamo che ciò sarà impossibile, ma penso che dobbiamo prendere coscienza del fatto che è anche impossibile evitare la lotta per affermare in questo mondo la gloria umana di Cristo. Tocca a ciascuno di noi testimoniare e lottare per annunciare la bellezza ed il fascino della vita cristiana.

rv4006_articoloNon a caso, penso, il servo di Dio don Giussani scriveva quanto segue, in Gioventù Studentesca: riflessioni sopra un’esperienza del 1959, ora pubblicato in Il cammino al vero è un’esperienza (SEI, 1995, pag.6): «Ad un certo momento occorre porsi di fronte ai problemi seri, non solo nell’ambito interiore della propria coscienza, ma anche nel dialogo con gli altri. Per questo occorre la forza di mettersi contro, che è quanto Cristo ci ha chiesto per farci entrare nel Regno: ‘chi avrà avuto vergogna di me di fronte agli uomini, anch’io avrò vergogna di lui di fronte al Padre mio’. Forza, cioè coraggio (virtus in latino): in fondo ciò che occorre è un po’ di quella virtù con cui Matteo, Zaccheo e la Maddalena affermarono la loro scoperta cristiana di fronte all’ambiente in cui erano immersi. O, se si vuole, ciò che occorre è rinnovare la testimonianza di Stefano di fronte al Sinedrio: sfidare l’opinione di tutti per seguire Gesù».

Caro direttore, mi sembra tutto molto chiaro: abbiamo la grande e storica responsabilità di non nascondere sotto il moggio la luce che, per grazia assolutamente gratuita, abbiamo visto, pur sapendo che questo compito (o, meglio, questa vocazione) comporterà una inevitabile impopolarità da parte del potere. Come negli Atti degli Apostoli, avremo il favore del popolo, ma non del potere. Anzi, il Vangelo ci invita a non cercare il consenso del “mondo”.

(fonte: lanuovabq.it)

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