Delirio omosessualista e mediatico

In Messico è virale una foto di un bambino davanti alla Marcha por la familia. Un cronista senza prove ne è certo: “Ha sfidato gli omofobi per lo zio gay”. Corriere e Repubblica si allineano. Però le cose possono essere andate diversamente, come mostra un video. Ma manifestare per la famiglia e contro il gender ora è omofobia.

di Andrea Zambrano (14-09-2016)

La miopia dei media mainstream è davvero disarmante. Titolo di Repubblica di ieri: “Messico, il bimbo affronta la marcia omofoba: “Non voglio che mio zio sia odiato”. Il Corriere della Sera in home: “Solo contro tutti, il 12enne vuole fermare la marcia omofoba” e dentro nientemeno che un tonitruante “davanti al carro armato, a Istanbul come a Tienanmen: il coraggio di chi è solo contro la violenza”. Ce n’è abbastanza per consegnare a questo misterioso 12enne il premio Nobel per la pace.

Peccato che le cose non stiano così. Si parla di una foto che in poche ore è diventata virale: un ragazzetto immortalato durante una delle 120 marce per la famiglia e contro l’educazione gender che si sono svolte in Messico sabato scorso. Il giovane, poco più che bambino, si è messo di fronte al corteo che stava passando nella città di Celaya (siamo nello Stato di Guanajuato) e avrebbe detto al fotoreporter che lo faceva per lo zio gay, non vuole che venga odiato. La pubblicazione sul profilo personale del fotografo ha fatto il resto. Equazione senza appello: famiglie in marcia, omofobia dilagante e violenta. L’immagine è diventata virale e sapientemente veicolata per lanciare il messaggio che in Messico sabato fossero scesi in strada 1 milione di omofobi assatanati e non semplici famiglie naturali che difendono il loro diritto di esistere e di resistere al tentativo del presidente messicano Enrique Peña Nieto di estendere come legge federale i matrimoni gay e la gender education.

I lettori della Nuova BQ sono fortunati, perché a differenza di tutti gli altri italiani che hanno saputo della Marcha por la Familia messicana soltanto ieri e soltanto in quel modo, hanno avuto notizia della cosa anche da altre prospettive nei giorni scorsi. Perché se avessero aspettato Corriere e Repubblica e poi a cascata tutti gli altri, sarebbero rimasti con la sensazione di essere davanti ad una novella piccola vedetta lombarda contro i barbari oppressori armati di biberon.

Ma quella di Celaya è un’operazione ambigua nei modi e strumentale nella sua veicolazione.

Basta solo guardare dentro le cose e non comprare i prodotti editoriali a scatola chiusa. Il fotoreporter si chiama Manuel Rodriguez e nonostante la giovane età, appena 21 anni, è giornalista freelance da appena 1, ha già fatto lo scoop della sua vita. Complimenti al virgulto. Ma come? Ve lo spieghiamo di seguito.

Il fotoreporter ha scattato la foto in Boulevard Adolfo López Mateos vicino al mercato Hidalgo. “Stavo osservando la moltitudine quando ho notato che un bambino si è messo di fronte alla marcia e ha iniziato a saltare e muovere le braccia come per richiamare l’attenzione della gente. I miei colleghi fotografi che stavano con me sul ponte non gli hanno prestato molta attenzione, ma mi ha incuriosito molto”. Che fiuto!

Così dopo aver scattato la foto, il fotoreporter scende dal ponte proprio mentre la marcha gli sta passando vicino e riesce a raggiungere il ragazzetto. “Perché lo hai fatto? Stavi giocando?”. E lui per tutta risposta gli avrebbe detto: “Mio zio è gay e non mi va che provino odio per lui”, alludendo alla moltitudine di camisetas blancas che in quel giorno in Messico, più di un milione, si è però riversata nelle strade e nelle piazze non contro i gay e lo zio, ma per difendere la famiglia naturale fondata sul matrimonio e la libertà di educazione dei propri figli.

Un secondo più tardi il ragazzo si sente chiamare: Cesare, vieni. Così il fotoreporter, sconsolato lo perde: “In mezzo alla moltitudine non potevo più avvicinarmi”. Dunque il ragazzetto stava partecipando al corteo? Evidentemente sì, ma allora perché quelle parole? La risposta è di quelle che lasciano di stucco: “Credo – dice Rodriguez – che la famiglia non volesse che parlasse con me, il tema della marcia è controverso e molta gente ha paura di esprimere la propria opinione”. Paura? E allora perché sarebbe scesa in piazza?, verrebbe da chiedergli, ma questa domanda nessuno gliela farà mai. Perché ormai il giochino è confezionato.

Rodriguez posta lo scatto su Facebook “perché la foto non l’ho girata a nessun mezzo di comunicazione, ma sul mio profilo personale perché il mio era un sentimento personale che volevo condividere con i miei amici”, ha dichiarato il cronista filantropo. Qual era il suo pensiero? Eccolo: “Mi ha dato tanta nausea vedere tanta omofobia riunita, però mi sono calmato con l’immagine di un bambino intento a “trattenere” i manifestanti”. Da lì alla creazione del mito stile Piazza Tien An Men e del “kamikaze della causa gay” il passo è stato davvero breve. Non c’è che dire: davvero una onestà giornalistica da manuale per i media che hanno gonfiato l’evento come fossimo di fronte a un solo Davide contro 11mila Golia.

Perché in realtà non c’è alcuna prova che il bambino sia stato intervistato (video, audio, dettagli, foto, particolari etc…), né che abbia detto quelle parole e neppure sappiamo le sue generalità, che in ogni caso andrebbero coperte. L’unica fonte dunque, su 11mila persone presenti in quel momento, è un ragazzo di 21 anni che si definisce giornalista e dichiara di provare nausea per la manifestazione che stava raccontando con la presunta oggettività del suo obiettivo. In quanto al piccolo o è stato strumentalizzato o è stato sovraesposto. In ogni caso al corso dell’Ordine professionale il “pulitzer” avrebbe ricevuto diverse bacchettate sulle dita. Invece è assurto a simbolo di giornalismo libero e la foto destinata a fare coppia fissa con il cinese che si oppone ai carri armati della Pechino comunista.

Su Facebook in molti hanno espresso dubbi circa la veridicità della foto, accusando il fotografo di essere un militante gay e di aver fatto un fotomontaggio. In realtà la foto è vera, ma non si può dire con certezza che il ragazzo abbia sfidato la piazza. Potrebbe ad esempio anche aver provato a fare un gioco esibizionistico, come quando il tifoso si para davanti al ciclista in volata sul Mortirolo. Oppure il suo poteva essere un incoraggiamento. O anche una guasconata da 12enne per attirare l’attenzione. Chi può dirlo? E’ la domanda che sorge guardando un video pubblicato da Fran Mancera, un altro fotoreporter che quel giorno era di fianco a Rodriguez, ma che non ha avuto l’eco mondiale che ha avuto il collega. Forse perché mostra una realtà molto più sfumata.

Nel video si vede che sul ponte c’erano molti giornalisti a immortalare la scena. Lo si percepisce dalle ombre proiettate sull’asfalto all’inizio e dai clic in sottofondo. Ma soprattutto si vede che il ragazzetto si para davanti al corteo per una frazione di secondo, giusto il tempo che Rodriguez riesca a scattare la foto con un tempismo perfetto. Ovviamente non si può supporre che i due si siano messi d’accordo, ma da qui a dire che il bambino abbia sfidato la piazza violenta degli omofobi col passeggino ce ne passa, anche perché guardando il video, si potrebbero supporre decine di motivazioni, incluso appunto anche quella che il ragazzo abbia avuto altre intenzioni “meno nobili”.

Insomma: il materiale è giornalisticamente scadente. Però ha bucato il sistema mediatico mondiale con una prontezza davvero sospetta. A cominciare dai toni utilizzati dai giornali, che Corriere e Repubblica hanno sapientemente cucinato, senza curarsi delle critiche degli stessi lettori per nulla convinti dalla tesi, almeno stando a guardare i commenti sotto la foto, del piccolo martire a spasso e dello zio gay discriminato. Ma il messaggio che doveva passare era: una marcia a difesa della famiglia è una marcia omofoba, manifestare a sostegno della famiglia e della libertà di educazione è un’attività sovversiva. Tutti i media si sono allineati acriticamente a questa lettura perché nel sistema informativo è più importante e più facile fare cultura con messaggi altamente simbolici e cucinati ad hoc, piuttosto che prendersi la briga di verificare meglio.

E soprattutto nessuno, ribadiamo, nessuno, si è accorto che la notizia non è quella di un bambino che non si sa bene che cosa faccia, ma sono 1 milione di persone che scendono in strada per difendere ciò che di più caro hanno al mondo: la loro unione sponsale e i loro figli. Ammettiamo solo per un istante che la storia sia vera al 100%. Siamo proprio sicuri che l’odio arrivi da madri e padri che chiedono solo di essere liberi? E all’interno del Frente Nacional por la Familia messicano chi farebbe la parte del carro armato? I passeggini? I media dovrebbero tener conto di un minimo sindacale di principio di ragionevolezza, invece vince sempre il pensiero debole. Ma è proprio vero che quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito.

FONTE: lanuovabq.it

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